Appunti di viaggio in Côte d’Or: i vini di Domaine Bertagna

Sono appena rientrato da un nuovo viaggio in Borgogna in compagnia di amici e colleghi. Avevamo scelto come base proprio Beaune, nel cuore classico della Côte d’Or, per avere a portata di mano la Côte de Nuits – con i suoi vini rossi – e la Côte de Beaune, con i suoi bianchi. Qualunque appassionato sa che la Côte d’Or è – per chi nutre questa grande passione – una tappa obbligatoria nel proprio percorso di formazione, una sorta di pellegrinaggio quasi mistico, da fare e ripetere più volte nella vita. 

Lungo la strada D974, uscendo da Digione verso sud, per qualche decina di chilometri si attraversano ondulate colline con altezze medie di 300 metri, in cui le vigne formano un’ininterrotta striscia verde, esposta a sud-est e ampia tre chilometri, i cui crinali, quasi sempre boschivi, sono tagliati da canali depressivi concavi, da cui filtrano le correnti d’aria che garantiscono sanità, ventilazione ed escursioni termiche. 

È proprio su queste colline che si producono i più grandi Pinot Nero e i più celebri Chardonnay che l’uomo conosca. Il segreto della magia di questi vini non sta soltanto nella maestria dei vignerons, ma anche in quel che non si vede, ossia nelle sfaccettate caratteristiche morfologiche dei suoli, i quali – pur apparendo uguali gli uni agli altri – risultano in realtà profondamente diversi, metro dopo metro, in virtù dei vari strati argillosi frammisti a quelli di marna, ghiaia e calcare, più o meno profondi.

Nella Côte de Nuits – su terre ciottolose, povere di argilla e ricche di marne e calcare – i vigneti di Pinot Nero danno il meglio di sé, offrendo vini dai caratteri riconoscibili e ben distinti da villaggio a villaggio, da vigna a vigna, da clos a clos. Una qualità che in scala gerarchica diviene altissima nei Premiers Crus e che tocca l’eccellenza nei Grands Crus, enfatizzando quei tratti di finezza e personalità capaci di far evolvere questi vini per molti anni, sempre migliorandoli. Lo stesso, ma per lo Chardonnay, avviene a sud di Beaune. Nel fazzoletto compreso tra Meursault, Puligny-Montrachet e Chassagne-Montrachet si diradano i rossi, lasciando appunto il posto allo Chardonnay, che su questi suoli calcareo-argillosi assurge – proprio nei vari Montrachet Grands Crus – alle sue più alte espressioni, riconosciute in tutto il mondo. 

In linea di massima si può dire che in Côte d’Or i Grands Crus si incontrano quasi sempre a metà collina, affiancati in alto e in basso dai Premiers Crus, mentre nelle zone più pianeggianti e ricche di argilla troviamo i Villages e, a est della D974, le Appellations Régionales. Sulle stesse colline – a metà altezza, come in una lunga teoria – si stagliano pittoreschi villaggi, alcuni minuscoli, altri più vitali, ma celebri in tutto il mondo per le omonime denominazioni. E, tra queste denominazioni, sappiamo che esistono alcuni vini iconici, con prezzi talvolta proibitivi, di sicuro vere e proprie leggende per amanti perduti o che solo pochi occhi hanno potuto vedere dal vivo.

Sono stati numerosi i vini che abbiamo potuto degustare – da Gevrey-Chambertin a Puligny-Montrachet, passando per Vougeot e Meursault – e molte le aziende visitate, ma mi voglio ora soffermare sui sorprendenti vini del Domaine Bertagna, assaggiati in un caldo pomeriggio, dopo una breve visita al contiguo Château du Clos de Vougeot. 

Bertagna è un’azienda di 17 ettari, con vigne estremamente parcellizzate, com’è normale che sia da queste parti, dislocate su un patrimonio di ben cinque Grands Crus. L’azienda, con sede e vigne a Vougeot, appartiene dal 1982 alla famiglia Reh, originaria della Renania, e dal 1988 è sapientemente gestita da Eva Reh-Siddle. Quattro i vini in degustazione: 1 bianco (Bourgogne Chardonnay 2017, frutto di una vendemmia inedita, cioè da uve bianche coltivate a Vougeot al posto di filari di Pinot Nero espiantati) e 3 rossi (il Vougeot Premier Cru Clos de la Perrière Monopole 2014, il Vougeot Premier Cru Les Cras 2014 e il celebre e superlativo Clos Saint Denis Grand Cru 2014, premiato – meritatamente – nel millesimo 2016 dalla guida Bettane+Desseauve come Vino dell’anno 2019. Vediamoli in dettaglio.

Bourgogne AOC Chardonnay Les Croix Blanches 2017 Giallo paglierino scarico, trasparente e vivace. Si offre in freschi sentori di mela e pesca bianca, pompelmo rosa croccante e poi ancora polpa di pera, caramella al limone e menta. In bocca entra teso, fresco e verticale, scende gustoso e lascia una garbata scia agrumata.

Vougeot Premier Cru AOC Clos de la Perrière Monopole 2014 – Rubino scarico e vivido. Stuzzicanti aciduli frutti rossi e profumati sentori di petali di peonia si confondono e si fondono dentro una scia balsamica ed ematica, in cui si ritrovano pure sbuffi di tabacco e orzo tostato. In bocca entra secco e animato da copiosa freschezza, con un tannino quasi dolce e mai scalpitante. Lunga scia speziata e ricordo di arancia sanguinella nel finale.

Vougeot Premier Cru AOC Les Cras 2014 Manto rosso rubino, con riflessi granati di media massa cromatica. Note succose di ciliegia (durone), tamarindo e lampone precedono quelle di viola, menta e liquirizia. Al sorso è piacevole, fresco e pieno, caratterizzato da un tannino composto e idoneo ad esaltare la gustosa vena sapida. Si congeda su note ferrose e agrumate.

Clos Saint Denis AOC Grand Cru 2014 – Rosso rubino vivacemente trasparente. Inebria nei sentori maturi di amarena, melograno e mora, fiori rossi essiccati, tabacco, cannella e macis. Chiude su cenni carnacei e sfondo minerale. Il sorso, in prima battuta, è pieno e opulento, ma sorprende anche per la ricchezza di acidità, che rende il campione quasi leggiadro e mai pesante. Scorre avvolgente e ricco, accomiatandosi immenso su note speziate, perse dentro una scia sapida.

In conclusione, quattro ottimi vini, e non poteva essere altrimenti. Interessante il bianco: fermentato in acciaio, e qui affinato per un buon 60%, ha mostrato uno stile quasi italico, nella sua gustosa verticalità, ed è piacevolmente bevibile sin da ora (infatti siamo ripartiti con qualche bottiglia…). Buoni i due Premiers Crus, soprattutto il secondo. Pur se ancora giovani, hanno mostrato di essere due campioni in erba, con i caratteri distintivi di ciascuno: alla notevole e giovanile freschezza del primo si è contrapposta la garbata sapidità del secondo. Due atleti destinati ad affinarsi ancora un po’ nel tempo, per essere apprezzati appieno tra qualche anno. Gara a sé, invece, per il Grand Cru. Pur prevedendo la sua capacità di esprimersi al meglio tra 10 o 15 anni, ha mostrato già ora una ricchezza di profumi intrigante, con una pienezza di corpo di assoluto spessore, essendo strutturato su un impianto tannico nobile e animato da un’acidità di prim’ordine: viatici – sia l’uno che l’altra – di sicura longevità, a un livello di assoluta qualità.