Castello di Querceto, autentica noblesse chiantigiana

Per me, l’aspetto più affascinante del Chianti Classico è quello selvatico dei boschi (prevalentemente querce e castagni), che – veri e propri baluardi contro i troppi casi di antropizzazione operati con le vigne per il predominio sulla natura secolare di queste colline silenziose – ricoprono ancor oggi quasi il 90% del territorio. All’interno di una vallata boscosa che da Greve in Chianti scende verso Dudda e poi verso il Valdarno Superiore, la nobile famiglia François trovò il luogo ameno in cui piantare le sue nuove radici adottive toscane già nel 1740, quando Francesco III di Lorena divenne Granduca di Toscana e mandò il fidato Jean François a Firenze, a ricoprire il ruolo di “Ispettore delle Gabelle e dei Contratti”. Lo stesso Francesco, divenuto poi Imperatore del Sacro Romano Impero in seguito al matrimonio con Maria Teresa d’Austria, nel 1749 lo nominò Marchese. Da allora la famiglia François si è legata indissolubilmente alla Toscana, adottandola proprio come nuova patria e acquistando, nel lontano 1897, il pittoresco Castello di Querceto, uno splendida struttura merlata – nascosta tra boschi e vigne – che protegge e conserva la storia e l’opera della famiglia, fondate su tre valori: pazienza, conoscenza e rispetto. 

Un’opera rivolta alla viticoltura di qualità in ogni sua sfaccettatura, coordinata da più di trent’anni da Alessandro François, un ingegnere milanese che, alla soglia dei 45 anni, ebbe l’intuizione di tornare in Toscana (dove le sue radici familiari lo attendevano), per riportare l’attività vinicola dell’azienda al pregio nobiliare che da sempre era stato riconosciuto alla sua casata. Da questo sua scelta ebbe origine un percorso enologico incentrato sulla fedeltà alla cultura chiantigiana, alla sua biodiversità ambientale e alle particolari caratteristiche di ogni vigna; a tutto questo egli affiancò un’opera di nobilitazione dei vigneti (già iniziata da suo nonno nel lontano 1899), con l’impianto della vigna La Corte. Oggi l’azienda è diventata un affare di famiglia e vede collaborare ben tre generazioni: agli energici Alessandro e sua moglie Maria Antonietta si sono affiancati i figli e i nipoti, che negli anni hanno saputo ricavarsi lo spazio professionale per gestire questa grande azienda. La nostra piccola delegazione de Il Salotto del Vino viene accolta proprio da Alessandro, che – da inappuntabile cicerone – ci accompagna con palese orgoglio alla scoperta di ogni centimetro del grande castello, a partire dallo splendido borghetto che appare ai visitatori appena superato il cancello di ingresso in ferro battuto. Ci dirigiamo poi verso i maestosi locali di vinificazione, in cui sono ordinatamente stipati diversi grandi fermentini d’acciaio da 300 hl. Essendo il castello sviluppato su 5 livelli, ci serviamo di un ascensore per raggiungere i vari piani, compresi il magazzino e la sala di imbottigliamento, un gioiello di tecnologia molto attrezzato, tanto da essere utilizzato anche da altre aziende. L’ingresso nella bottaia ci mostra uno splendido esempio di funzionalità al servizio della bellezza e rimaniamo a bocca aperta dinanzi alla grande volta in mattoni che sovrasta barriques e tonneaux. Poi, come in un percorso di redenzione, risaliamo all’ultimo piano, dove una splendida terrazza si affaccia sulla vallata vitata in direzione del Valdarno. Qui, un sempre più orgoglioso Alessandro ci indica uno dopo l’altro i vari crus, raccontandoci del duro e affascinante lavoro che ha affrontato per scegliere i luoghi precisi in cui impiantare i diversi vitigni. L’ultimo giro – intorno alla suggestiva torre con l’orologio – ci immerge nel passato e ci inonda di uno spirito antico, che ci prepara psicologicamente all’imminente degustazione, predisposta nell’apposita sala con vista sulla vinsantaia, da cui è separata da una parete di vetro: così, mentre ammiriamo i caratelli, prendiamo posto al tavolo ed estraiamo i nostri blocchetti. 

Chianti Classico DOCG 2017 (92% Sangiovese, 8% Canaiolo, Colorino, Mammolo e Ciliegiolo) – Si presenta di un bel rosso rubino pimpante e molto luminoso, tipico del Sangiovese e dei suoi complementari chiantigiani. Il profilo olfattivo suggestiona per il suo immediato rimando alla Toscana, con profumi legati alla ciliegia fresca, alla violetta e al tipico tratto ematico che contraddistingue i vini di questo areale. La gamma olfattiva viene arricchita da lievi refoli di cenere e cardamomo, a sottolineare il rapido (e ottimamente gestito) passaggio in legno. In bocca ha un sorso molto scorrevole, che viene contrastato solamente dalla trama tannica, energica e ancora un po’ rustica. La struttura aromatica si impernia sulla fruttuosità di ciliegia e lampone, che dopo la deglutizione sfumano in arancia sanguinella. È un vino franco e territoriale, fedele a quei crismi più storici che vogliono un Chianti Classico che sappia unire rusticità e bevibilità.

Chianti Classico DOCG Riserva 2016 (92% Sangiovese, 8% Canaiolo, Colorino, Mammolo e Ciliegiolo) – Viene prodotto in vigne di oltre 25 anni, che in un’annata più ‘leggera’ come la 2016 sono comunque riuscite a dare alle uve un intrigante spessore organolettico. Anche se l’affinamento in barriques usate è più lungo, il colore si mantiene vivace, palesando anche una discreta trasparenza. L’olfatto rispecchia pienamente ciò che ci si aspetta da una Riserva, cioè ampiezza ed eleganza. Il susseguirsi dei profumi parte da toni speziati di cardamomo e chiodi di garofano e passa poi a note di violetta e mora di rovo, in un ventaglio chiaro e vivace, grazie anche ai ripetuti spunti balsamici che rinfrescano le mucose. In bocca, la spinta tannica viene inglobata dall’ampiezza aromatica, facendola risultare meno incisiva e invasiva. Da metà lingua, e sino alla deglutizione, il sorso ha un deciso sprint, dato dalla collaborazione di acidità e sapidità, che portano a uno sviluppo aromatico di succo d’arancia e sale in fiocchi. Come è giusto che sia, questa Riserva ha un’apprezzabile complessità e fa intuire un’importante profondità gustativa, ideale per un elegante invecchiamento.

Chianti Classico DOCG Gran Selezione Il Picchio 2015 (95% Sangiovese, 5% Colorino e Canaiolo) – Questa Gran Selezione è frutto dell’unione di due cru aziendali: I Terreni e Il Picchio: sono vigne importanti, impiantate nel 1983 ed esposte ad est, con un’altitudine massima di 450 metri. Il vino si presenta di un rubino scuro e profondo. La maturazione in legno nuovo (12 mesi) e l’annata 2015 hanno contribuito a rendere il vino molto materico, che al momento non ha ancora concatenato i molti strati che lo compongono. L’impronta olfattiva conferma le aspettative, risultando carica di rimandi speziati come liquirizia, legno di cedro, tabacco e canfora, che vanno un po’ a coprire le note fruttate di gelée di mora di rovo. In bocca è potente, articolato intorno a una struttura tannica larga e pungente, mentre la parte aromatica viene gestita dai sentori tostati, caratterizzati da una piacevole balsamicità. È un vino poderoso, in grado di esplicare al meglio l’essenza forte e longeva che il Sangiovese dovrebbe avere in ogni Gran Selezione.

Colli della Toscana Centrale IGT La Corte 2013 (100% Sangiovese) – Questa IGT potrebbe anche chiamarsi Gran Selezione, poiché si tratta di un vino prodotto unicamente da Sangiovese proveniente dalla vigna più antica e importante del Castello di Querceto, uno scampolo di 4 ettari esposti a sud-ovest in cui crescono le selezioni massali che originarono la vigna del 1899; anche se non sono più very old, la loro età supera comunque i 45 anni. Il vino che ne deriva è un concentrato di carattere e profondità, come se le viti avessero trasmesso la loro esperienza dentro l’uva. Il colore è fitto, molto concentrato, e rivela un ventaglio di profumi scuri e in evoluzione. Le note di salamoia, olive nere, lavanda essiccata, chiodi di garofano e carne cruda mettono in evidenza un vino che ha bisogno di essere aspettato e compreso, poiché le grandi vigne danno sempre vini dal carattere austero e inizialmente un po’ ritroso. In bocca, però, queste sensazioni si lasciano andare e mettono di fronte a un sorso snello e calibrato, quasi scavato in quella struttura importante percepita alla vista e all’olfatto. Il tannino è forte e maturo e, in coppia con l’acidità, crea un binomio essenziale per il riconoscimento del nostro amato Sangiovese. Il finale viene marcato da un riverbero lievemente amaricante, che denota come il vino abbia ancora bisogno di qualche anno per mostrarsi nudo e crudo al fortunato degustatore.

Colli della Toscana Centrale IGT Il Querciolaia 2013 (65% Sangiovese, 35% Cabernet Sauvignon) – Il Querciolaia è un retaggio degli anni ’80, quando Alessandro François piantò la vigna Querciolaia de’ Pitti proprio sotto il castello. In questa vigna il Sangiovese ha insegnato al coniuge francofono come riuscire ad adattarsi all’ambiente chiantigiano e come trasformarsi in funzione del terroir. È così che, dopo 18 mesi in legno piccolo, scopro un vino dal colore scuro, in cui il Sangiovese riesce a ritagliarsi uno spazio colorante solamente sulle bordature leggermente granate. I profumi sono eleganti e molto floreali: la lavanda e la violetta si esaltano all’interno di un quadro olfattivo in cui il ricordo di mirtillo e una lievissima nota di peperoncino riescono a non far percepire la maturazione in legno. Il sorso è strutturato, con tannini generosi che pervadono la bocca e che vengono attenuati solamente dal carattere aromatico di crème de cassis, ferro e ruggine. Dopo la deglutizione emerge una notevole sapidità che, intrecciandosi con aromi tostati, crea un ricordo affumicato, quasi cinereo. Si tratta di un ottimo esempio di come il Cabernet Sauvignon si sia spogliato quasi totalmente di quei tratti ‘peperonati’ che a volte lo contraddistinguono e si sia unito in matrimonio con un Sangiovese di carattere e mai domo.

Colli della Toscana Centrale IGT Il Cignale 2013 (90% Cabernet Sauvignon, 10% Merlot) – È un vino che propone con molto rispetto quello stile bordolese tanto caro al mercato straniero, che a suo tempo portò al fenomeno dei Supertuscan. Questo Cabernet Sauvignon, levigato da una piccola parte di Merlot, viene prodotto sin dal 1986, quando entrarono in produzione le vigne Ponticini e La Sorgente. Il colore, fitto e impenetrabile, lascia spazio solo sui bordi a sfumature lievemente granate, con una maggiore densità rispetto ai precedenti, tanto che mi aspetto un vino dalla massa imponente. Al naso gode di svariate sfaccettature, che si propongono in rapida successione, con un deciso accenno al peperone arrostito, seguìto da salamoia, crème de cassis, cioccolato fondente e liquirizia. In bocca i tannini si rivelano i più fitti e polverosi dell’intera batteria, lasciando comunque molto spazio alla succosità e alla pienezza del sorso, guidate dalle note aromatiche di gelée di frutta e di sigaro cubano, che combinandosi gestiscono ottimamente la persistenza. La forza di questa IGT sta nell’uva, che, come vuole comunicare il nome, è talmente buona da essere la preferita dai cinghiali della zona.

Siamo così giunti all’ora di pranzo e la squisita ospitalità della famiglia François ci invita a trasferirci nella loro residenza personale, dove ci attende un pranzetto coi fiocchi. Ma lungo il tragitto c’è comunque il tempo per passare attraverso la vecchia cantina, in cui riposano tutte le bottiglie storiche della famiglia e dove anche un cuore di pietra si emozionerebbe, di fronte alla volta millenaria e alla vista di alcune bottiglie centenarie, compresa quella della prima annata imbottigliata: la 1904!

All’aperitivo e durante il pranzo abbiamo potuto degustare altri prodotti aziendali, che vale veramente la pena ricordare.

Talento Metodo Classico François 2ème Brut Rosé (Pinot Nero e Chardonnay) – Alessandro, Maria Antonietta e Simone ce lo servono in abbinamento a ottimi stuzzichini: tra lollipop di patè e nocciole, finger food con uova di quaglia, alici e capperi, questo spumante rosato trova il suo ambiente ideale. Delicato nel colore, così come nel soave bouquet di acqua di rose e piccoli frutti di bosco, riesce ad abbinare la sua semplicità con una bollicina cremosa capace di accompagnare benissimo i prelibati antipasti.

Vin Santo del Chianti Classico DOC 2014 (Malvasia del Chianti, Trebbiano Toscano e San Colombano) – Un Vin Santo delicato e non ridondante, che prosegue lo stile familiare da più di 100 anni. Si presenta di colore ambrato chiaro, con sprazzi di lucentezza molto vivaci. I profumi sono intensi e molto eleganti, con i fiori gialli e il limone candito che si fondono con il miele di acacia. Il sorso è molto delicato, non eccessivamente dolce e vitalizzato da una buona sapidità. Geniale l’abbinamento col risotto all’acquavite.

Colli della Toscana Centrale IGT Il Sole di Alessandro 2012 (100% Cabernet Sauvignon) – Il Sole di Alessandro è nato per celebrare l’antenato archeologo Alessandro François in occasione del restauro di un suo importante reperto trovato all’interno di una tomba etrusca in Maremma. Anche questo vino, in linea con la filosofia aziendale, nasce da un’unica vigna (Ischiata) impiantata nel 1995. Il colore sorprende per la non eccessiva concentrazione, in un’annata calda come la 2012. Il profilo olfattivo è molto verticale, rinfrescante e accattivante, in cui sento susseguirsi ferro, ruggine, succo di mirtillo, liquirizia e anice stellato. In bocca è snello e molto floreale (fiori blu), guidato da un’inaspettata freschezza, che spinge compulsivamente verso il secondo sorso. È un vino elegante, quasi nobile, che onora la memoria di un grande antenato.

Colli della Toscana Centrale IGT QueRceto Romantic 2011 (50% Petit Verdot, 30% Merlot, 20% Syrah) – Fortemente voluto da Maria Antonietta, questo vino – che vuole essere un messaggio d’amore – deriva il nome da un’antica poesia di Michele di Lando, nella quale il dio Bacco benediceva la valle di Lucolena, la stessa valle che è oggi l’artefice principale del successo dei vini di Castello di Querceto, essendo il terroir su cui crescono i suoi frutti e si sono avverati i suoi sogni. E, come in un sogno romantico, questo blend atipico vede primeggiare un Petit Verdot vestito da sera, con tratti decisamente femminili. Il quadro olfattivo racchiude un’ampia varietà di suggestioni, come lavanda, peperone arrostito, tabacco, pelle conciata, succo di mirtillo e cannella. In bocca è sferzato da aromi di frutti di bosco appena raccolti, che si combinano egregiamente con tannini perfettamente inglobati. Il finale è ferroso, quasi rugginoso, e testimonia una spina dorsale sapida e territoriale. Mi si perdoni l’ardire, ma io l’ho definito ‘orgasmico’ in abbinamento al delicato cinghialetto arrosto con patate.

Chianti Classico DOCG 1999 (92% Sangiovese, 8% Canaiolo, Colorino, Mammolo e Ciliegiolo) – La rassegna dei vini si conclude con la dimostrazione di come i vini del Castello di Querceto siano in grado di cavalcare l’onda del tempo. Questo Chianti Classico 1999 mostra un colore che ha retto egregiamente agli anni, rimanendo fitto e granato. Al naso è intenso, con note terziarie che preannunciano la tipica evoluzione del Sangiovese toscano: terra, incenso, pelle, lavanda essiccata, sottobosco e caminetto spento gli conferiscono fascino e intellettualità. In bocca è la dimostrazione di come il tempo – quando è amico, cioè dopo un ottimo lavoro in vigna e in cantina – sappia fare in modo che i tannini si assoggettino completamente al volere dell’acidità. Dopo la deglutizione mi sento pervaso da una lunga persistenza aromatica, che si divide tra il ricordo dell’arancia sanguinella e il sale in fiocchi.

L’Arzente del Castello – Dopo il dolce, ma prima del caffè, arriva l’ultima sorpresa viziosa (e sfiziosa) della giornata, un sorso di distillato caldo e rincuorante, anch’esso prodotto a Querceto. Si tratta di un brandy delicato, invecchiato per 7 anni in legni diversi, che gli conferiscono un carattere unico e molto riconoscibile. Il colore è ambra chiaro, ma è l’analisi olfattiva a stuzzicare la nostra curiosità e a farci portare subito il calice al naso. Mela cotta, lemon curd, miele millefiori e vaniglia creano un bouquet di raro fascino, per un distillato. In bocca è prezioso come la sua confezione, con tratti aromatici di pera e mela cotta, cannella, vaniglia, liquirizia e, addirittura, brigidini. Il sorso è caldo, ma garbato, con toni floreali di gelsomino e rimandi agrumati di cedro candito che ne alleggeriscono l’austerità. Alla prova della deglutizione, vince nettamente per eleganza, perché riesce a non bruciare affatto la faringe. Un ottimo fine pasto, che può accompagnare gli amanti del fumo lento e delle chiacchiere davanti al camino.

Termina così questa splendida passeggiata gustativa alla scoperta di Castello di Querceto, un’azienda che ha saputo abbracciare l’innovazione pur rimanendo innamorata del suo glorioso e nobile passato, che rivive e si rinnova nelle attenzioni e nella generosità che contraddistinguono i membri della famiglia François.