C’ero anch’io! Brunello Riserva Col d’Orcia 1968 e 1978, e non solo

Ricordate la strepitosa verticale del Brunello Riserva Poggio al Vento Col d’Orcia 1990-2010 dello scorso Novembre (di cui ho scritto qui), in occasione della manifestazione Sangiovese Purosangue a Siena? Come ebbi modo di scrivere, in quell’occasione il Conte Francesco Marone Cinzano aveva promesso – trascinato dall’emozione e dalla sua grande nobiltà d’animo – che avrebbe presto aperto le porte della sua magnifica cantina per condividere due annate cariche di storia e di significati del Brunello Riserva Col d’Orcia, la 1968 e la 1978, nei giorni di Benvenuto Brunello 2019. Fatto: la promessa è stata (ovviamente) mantenuta. Ora la sua cantina si è forse impoverita, ma noi siamo senz’altro più ricchi, anche se il destino ha voluto che il tutto si svolgesse in coincidenza con la notizia della scomparsa di una voce indubbiamente fuori dal coro nel panorama ilcinese, quella di Gianfranco Soldera, la cui dipartita ha lasciato un senso di vuoto in tutti noi appassionati. «Show must go on», si dice, e – anche per rispetto di Gianfranco, che avrebbe approvato – abbiamo deciso di superare questa sensazione particolarmente amara, concentrandoci ancora di più sulla degustazione, in cui aspettavamo soltanto le due etichette storiche sopra menzionate, ma il Conte ha voluto stupirci ancora una volta e aggiungere altre tre interessanti proposte, apportando ulteriore verve al convivio.

Il percorso è quindi iniziato con un Rosso di Montalcino DOC 2009 dallo splendido riflesso granato. Spesso questa tipologia viene bistrattata dagli amanti del fratello maggiore, in maniera davvero ingiusta nei confronti di un vino che è stato definito per anni «vero vino rosso proveniente dai vigneti di Brunello». Definizione che dovrebbe aiutare a capire quanto sia importante avere un prodotto di seconda fascia nella linea commerciale, anche se a Montalcino – in antitesi a ciò che avviene in quasi tutte le altre denominazioni – tutti vorrebbero fare (fanno) solo il prodotto di punta, cioè il Brunello. Rosso di Montalcino non significa necessariamente un vino prodotto con uve di qualità inferiore, o generato da eccedenze di annate particolarmente prolifiche. Rosso può significare spesso e volentieri un Brunello mancato, come dimostra il lampante esempio dei (pochi) produttori che hanno deciso di immettere sul mercato solo questa etichetta in un’annata difficilissima come la 2014. Ciò su cui andrebbe focalizzata l’attenzione – e noi saremmo d’accordo – è sicuramente una maggiore prontezza, qualità che spesso si adatta meglio nell’abbinamento con il cibo, perché non richiede troppi anni di riposo in bottiglia (Re Sangiovese impera). Avvicinando il bicchiere al naso, si avvertono subito chiare sensazioni di confettura marascata, pout-pourri di fiori rossi e grafite. Il gusto è invece delicatamente adagiato su una splendida freschezza balsamica. Annata a 4 stelle, per un vino da 90 e più punti.

Il Brunello di Montalcino DOCG 2008, invece, è l’emblema del concetto di mineralità, tanto discusso, temuto e abusato, quanto necessario in certi casi evidenti. Colore granato pieno, olfatto da frutta gelatinosa – ancora in cottura – di mora e lampone e spezie nere con sottofondo vanigliato. Sorso sanguigno, sapido e balsamico, da aromi di bocca fruttati e gustosi. E pensare che l’annata ha visto un Ferragosto terribile, con una grandinata da record che ha distrutto buona parte del raccolto. Ciò che si è salvato merita, a mio avviso, la pienezza armonica, sfiorando i 92 punti.

Dopo due assaggi notevoli, ma di ‘riscaldamento’, arriva un pezzo forte, il Brunello di Montalcino DOCG 1998, che sembra parlare nel bicchiere! Colore cupo e carico di materia, evidenti note olfattive di torrefazione e balsamicità di menta piperita, è testimone di una filosofia produttiva che non esiste più nel territorio. Il cavo orale è avvolto da morbidezze e tannini perfettamente setosi, in equilibrio con acidità ancora vive, di ribes croccanti e arancia amara. Un vino eterno, da 95 punti, da scrivere a caratteri cubitali su una tavoletta d’ardesia.

E ora, finalmente, ecco i due vecchietti di casa, a cominciare dal Brunello di Montalcino Riserva 1978. Alla vista è un caramello denso e con nuances aranciate, al gusto è tutto caffè e cioccolata, mista a crème de cassis, tabacco e mallo di noce. Ha ceduto qualcosa, ormai, all’ossidazione, unica penalità di un dressage pressoché perfetto, da 91 punti.

E il Brunello Riserva 1968? L’anno delle contestazioni giovanili, del beat, dell’unico titolo europeo della Nazionale di calcio… Lui nacque allora e ha vissuto per 50 anni al riparo di una buia cantina. Colore indescrivibile, ma dal riflesso ancora ematico. Il naso evoca l’antico ossimoro latino Festina lente, con sottobosco e note iodate che si muovono a velocità alterne. Sorso dinamico, dal tannino ormai sottile (ma presente) e una freschezza unica di arancia amara. 100 punti non basterebbero, quindi lo dichiaro fuori concorso. Da sedersi comodamente e degustarlo guardando un vecchio film, diciamo in VHS, dimenticandoci per un attimo di chi siamo e in quale epoca viviamo. Life goes on.