Clos des Lambrays Grand Cru 2015 Domaine des Lambrays. Essere o non essere?

Clos des Lambrays Grand Cru 2015 Domaine des Lambrays. Essere o non essere?

Difficile argomento, lungamente dibattuto, senza risposta certa… Mi ripeto questa considerazione per prendermi tutto il tempo possibile e trovare aiuto nel duro compito che mi aspetta: raccontare il Clos des Lambrays 2015. Può il vino essere opera d’arte?

La riflessione su tale quesito non potrà scalfire in alcun modo la qualità intrinseca di un vino dal valore indiscusso, ma mi consentirà di vincere il complesso d’inferiorità che provo al dover parlare di quella che, per me, è stata a tutti gli effetti un’esperienza estetica, quasi mistica, e di rompere finalmente gli ultimi indugi.

Un finage, quello di Morey-St. Denis, chiamato molto spesso a mediare fra i caratteri dei due confinanti e a ritrovarsi involontario arbitro tra potenza mascolina (Gevrey-Chambertin) ed eleganza femminea (Chambolle-Musigny). Orrore – e non soltanto enorme errore – sarebbe però ridurre il carattere di questo village al ruolo di pura mediazione, essendo esso in grado di regalare vini di assoluto equilibrio, in cui la mineralità gusto-olfattiva, distintiva del terroir, è elevata a modello da un maestro come Jacky Rigaux nel suo Il vino capovolto. La degustazione geosensoriale.

È la chiave di lettura artistica, allora, che – essendo capace di riportare questo capolavoro a una dimensione maggiormente fruibile – mi permetterà di trovare i mezzi necessari per poterlo osservare meglio e interpretarlo senza quel complesso di inferiorità a cui accennavo poco fa.

L’artista, Monsieur Thierry Brouin, all’epoca régisseur ed enologo del domaine, siglò la stupefacente annata 2015 nel suo periodo di massima maturità. La tavolozza del Clos de Lambrays, per quanto elegante che sia, non è di scontata gestione: i tre lieux-dits che la compongono – Les Bouchots, Les Larrets (Col des Lambrays) e Meix-Rentier – si adagiano nel clos con una pendenza del circa il 13%, con considerevoli differenze di composizione del suolo. Servono – come per il pittore che cerca la perfetta nuance – esperienza e savoir faire, per creare la giusta miscela di ogni cuvée.

Nel calice, il Clos des Lambrays 2015 è un manufatto inimitabile. Il bouquet, sin dai primi profumi, si fa subito ampio, pur restando al contempo sottile, direi rinascimentale. I sentori dei frutti, tanti e rossi, sono vivaci ma non voluminosi, come quelli di un dipinto in cui ogni tonalità è ben armonizzata con quella che ha a fianco. Il fiore, in secondo piano, si circonda di piccoli tocchi speziati, scuri, come se un angolo di questa tela fosse di arte fiamminga, più cupa e profonda. 

In bocca è spiazzante. Rompe tutti gli schemi. Come accade per le Attese di Lucio Fontana – in cui ciò che si apprezza non è la presenza, ma l’assenza: di materia, di colore, di forma – così questo vino si fa apprezzare per ciò che non è. Non è peso, non è potenza, non é struttura: è tutto nel suo ‘non essere’. Ed è quando più non c’è. 

Attesa. Lunghezza. Ricordo immortale.