Il castello che non c’è. Una visita a Castello di Ama

Il castello che non c’è. Una visita a Castello di Ama

4 aprile 2018. In una giornata non esattamente ideale dal punto di vista meteo, ma comunque allietata dalla presenza di tre amici, mi ritrovo a Gaiole in Chianti, nel cuore del Chianti Classico, per approfondire la conoscenza di Castello di Ama, importante azienda capace di coniugare produzione vinicola, arte contemporanea e accoglienza.

La storia recente di Castello di Ama, piccolo borgo a circa 500 metri di altitudine tra le colline toscane, inizia nel 1972 quando quattro famiglie romane si innamorano di questo luogo, allora chiamato ancora Fattoria di Ama, e decidono di riportarlo agli antichi splendori (descritti dal granduca Pietro Leopoldo già nel 1773), dandosi come obiettivo principale quello di produrre un Chianti Classico di livello tale da poter stare degnamente al fianco dei grandi vini mondiali.

Castello di Ama, vigneto Bellavista

Nel 1982 Marco Pallanti, che nel giro di qualche anno diventerà uno dei più stimati enologi toscani, subentra a una delle quattro famiglie e imprime all’azienda la svolta che la condurrà ai successi dei tempi recenti, introducendo anche sistemi di allevamento mai utilizzati prima in Toscana – come, ad esempio, quello francese denominato lira aperta, utilizzato sul Merlot della vigna l’Apparita – con l’intenzione di aumentare il più possibile la superficie fogliare e massimizzare quindi l’energia catturata dal sole e ceduta ai grappoli.

Castello di Ama, vigna L’Apparita

Castello di Ama può anche essere considerata una galleria d’arte contemporanea, in quanto ospita, all’interno del borgo e delle cantine, 15 installazioni di artisti, appositamente invitati in azienda per poter trovare l’ispirazione e la collocazione delle loro opere, provenienti da tutto il mondo. L’inaugurazione di ogni nuova installazione avviene in ottobre, in modo da festeggiare congiuntamente sia la nuova installazione artistica che la nuova vendemmia.

Installazione permanente di arte contemporanea nel borgo.
Installazione di arte contemporanea nella barricaia.

Lo stile di produzione dell’azienda prevede di solito la fermentazione in acciaio, con controllo della temperatura, e la successiva stabilizzazione tartarica, sempre in serbatoi di acciaio, a -5 °C, tramite utilizzo di acqua e glicole. L’affinamento in legno, dove previsto, è svolto solo in barrique, in quanto l’azienda ha deciso di non utilizzare legni di dimensioni maggiori.

Ad oggi, Castello di Ama ha circa 75 ettari di vigneto, dei quali 65 in produzione, e 35 ettari di ulivi, distribuiti su una superficie totale di 260 ettari; l’azienda ha anche una struttura ricettiva, composta di cinque suites e un ristorante.

Dopo l’interessante visita alle vigne, alle cantine e a tutte le opere d’arte presenti, ci fermiamo nell’enoteca dove, in una elegante sala con camino acceso, effettuiamo la degustazione di 5 vini.

Chianti Classico Riserva 2007 Castello di Ama

Purple Rose Toscana IGT Rosato 2017 (95% Sangiovese, 5% Merlot)

Il 30% del mosto di questo rosato, ottenuto da salasso, fermenta in barrique. La vista è appagata da un ammaliante colore corallo, al naso colpisce la nota di fragolina di bosco e in bocca si evidenzia una notevole sapidità, con un ritorno di pesca nettarina croccante. Ideale come aperitivo. È la prima annata, prodotta in 30.000 bottiglie.

Ama Chianti Classico DOCG 2015 (95% Sangiovese, 5% Merlot)

È ottenuto da più vigneti con circa 10 anni di età ed è da questa massa che, dopo 12 ore di macerazione, viene estratto il mosto per il rosato precedente. Viene affinato in barrique non nuove per 5 mesi. Il profumo richiama subito i caratteri principali del Sangiovese, la frutta rossa matura, in particolare ciliegia e lampone, senza essere influenzato dalla ridotta percentuale di Merlot. In bocca è agile, il tannino si avverte maggiormente sul centro lingua ed è subito mitigato da una acidità rinfrescante. In chiusura ritorna il frutto, insieme a note mentolate. È il Chianti Classico ideale per l’abbinamento gastronomico dei pasti quotidiani. 90.000 bottiglie.

San Lorenzo Chianti Classico DOCG Gran Selezione 2014 (80% Sangiovese, 20% Malvasia Nera e Merlot)

Prende il nome da una delle vallate sulle quali si affaccia l’azienda ed è ottenuto da piante appartenenti a vecchi impianti (e da vigneti con oltre 10 anni di età). Ogni varietà viene fermentata separatamente (fermentazione alcolica in acciaio e malolattica in barrique); l’assemblaggio avviene subito prima dell’affinamento in legno piccolo per 14 mesi, con una percentuale del 20% di legno nuovo. Rubino fitto alla vista, con sfumatura diluita sul bordo già tendente al granata. Ha un naso ricco ed elegante, in cui la frutta è confettura e incontra un ricordo di piante aromatiche, una sfumatura balsamica e accenni di vaniglia, cannella e gianduiotto. All’assaggio il vino avvolge completamente la bocca, pur mantenendo una struttura leggera. La vena fresco-sapida è importante e sembra giocare col tannino, cui spetta il compito di creare il giusto volume per l’espressione degli aromi di bocca fruttati, speziati e balsamici. Chiude con freschezza, invitando a un nuovo sorso. 60.000 bottiglie.

Chianti Classico Riserva DOCG 2007 (80% Sangiovese, 20% Malvasia Nera e Merlot)

È il vino che dal 2009, con la creazione della Gran Selezione, si chiamerà San Lorenzo. Il colore, un bel rosso vivace e lucente, ci racconta di un vino ancora giovane, mentre il profumo ampio e suadente richiama le più classiche note di evoluzione di un vino a base Sangiovese, evidenziando sentori di terra bagnata, ruggine, cuoio, prugna, fiori secchi, china e una piacevole nota balsamica. All’assaggio il tannino coinvolge tutta la bocca con la sua trama fitta e polposa; l’acidità e il corpo importante permettono di ottenere un perfetto equilibrio per quello che – lo ribadisco, se non si fosse capito – è il vino che mi è piaciuto di più. La proposta di abbinamento che ha spopolato tra i presenti è con una carne rossa in umido.

Al Poggio Chardonnay di Toscana IGT Al 2016 (100% Chardonnay)

Chiudiamo questa degustazione con uno Chardonnay in purezza, vinificato in solo acciaio, per liberare la bocca dal tannino accumulato coi rossi precedenti. All’olfatto si riconosce la provenienza dello Chardonnay da una zona fresca (vigna a 460-500 metri di altitudine) e l’assenza di passaggio in legno, senza sentori di frutta tropicale ma, anzi, di mela cotogna, pera, dragoncello, maggiorana e lemongrass, con un ricordo salmastro. All’assaggio si evidenzia la freschezza iniziale, con una piacevole chiusura sapida e rinfrescante. 15.000 bottiglie.