Il soffio spirituale della Borgogna. Grands Échézeaux 2008 Domaine de la Romanée-Conti

Il soffio spirituale della Borgogna. Grands Échézeaux 2008 Domaine de la Romanée-Conti

Siete mai stati ai bordi di una vigna in Borgogna? Beh, io – sfortunatamente – ancora no, eppure grazie a questo vino mi sono sentito catapultare tra i filari di Pinot Noir, con i piedi poggiati su un suolo brunastro ricco di calcare affiorante, mentre un flebile venticello portava un refolo rinfrescante che pareva incarnare la spina dorsale dei vini di quella vigna. È questa l’immagine che ha evocato in me questo Grands Échézeaux. La vigna – 9,14 ettari, suddivisa tra 12 produttori – fa parte dell’area comunale di Flagey-Échézeaux ed era citata nella denominazione di Vosne-Romanée già nel 1131, quando il duca di Borgogna Ugo II donò queste terre (allora ricoperte di boschi) all’abbazia cluniacense di Saint-Vivant de Vergy. Delimitato a nord dal muro con Clos de Vougeot, questo cru si trova su un terreno in lievissima pendenza (3%) e le piante spingono le loro radici fino a un’enorme placca baiociana (un’amalgama di marne argillo-calcaree miste a ostriche fossili) formatasi nell’era geologica del medio Giurassico. Una conformazione particolare rende questa vigna molto simile a un altro Grand Cru della Côte-de-Nuits, il Musigny, nel comune di Chambolle-Musigny. I vini che prendono origine da questo angolo di Borgogna sono sottili e dotati di un corredo aromatico profondo e conturbante, che va scavato, compreso e poi elevato a riferimento di eleganza e compostezza. Non è quindi un caso se il produttore con più ettari è proprio il riferimento mondiale del Pinot Noir (di Borgogna e dell’intero globo terracqueo), il celeberrimo Domaine de la Romanée-Conti, che nell’immaginario collettivo rappresenta l’esperienza definitiva di aristocraticità, fascino e rarità. Un domaine che rappresenta da sempre il sogno proibito dei suoi fanatici cultori e che, nei suoi 4 secoli di storia, ha vissuto molteplici passaggi di mano, fino a raggiungere una certa stabilità dal 1911, con l’ingresso della famiglia De Villaine, in società dapprima con gli Chambon e poi con i Leroy (un discendente dei quali, Henri Frédéric Roch, guida oggi l’azienda con il personaggio forse più carismatico di Borgogna, Aubert de Villaine). Nelle pagine dei tanti libri dedicati all’argomento – e nelle parole dei fortunati degustatori di queste meraviglie – emergono nitidi i concetti di terroir, clima e mano dell’uomo, capaci di creare – senza una spiegazione logica – un’aura emozionale così rarefatta da raggiungere una sorta di inconscia spiritualità. Per chi (come me) ha voglia di emozionarsi quando apre una bottiglia di vino, queste premesse sono il motore che muove la curiosità per cercare (e per comprendere) vini in grado di lasciare un segno tangibile e imperituro del loro passaggio.

E oggi mi sento così, come in ginocchio di fronte a una reliquia, impaziente di conoscere questo raro e prezioso Grands Échézeaux 2008 di Domaine de la Romanée-Conti. È un succo aranciato, totalmente trasparente (quasi aereo, tanto sembra lieve): non appena provo a rotearlo nel calice, sembra quasi fluttuare sui bordi vitrei, con un’eleganza – solo alla vista! – che non ricordo di avere mai percepito prima. Quasi trasognato, avvicino finalmente il calice al naso e un’intensità impensabile mi avvolge totalmente, palesando un profilo aromatico fitto e composito. Le primissime note che sento sono legate a profumi terziari, come sigaro spento, porcini secchi, tartufo e carne cotta; appena muovo il calice, appaiono immediate le sensazioni fruttate – non più giovanili, ma ancora belle succose – di prugna e caramella al lampone. Poi il vino fa una piccola pausa, come per lasciare a me il tempo di riflettere e a sé stesso quello di decidere se concedermi ulteriori sprazzi della sua grandezza. Per mia fortuna riparte quasi subito, con un dolce richiamo di arancia candita e lievi refoli misti tra china e liquirizia. È intenso, ma anche quieto e tranquillo: nessun profumo prende il sopravvento sull’altro, ma, anzi, ogni effluvio mi dà l’impressione di far parte dello spartito del Nocturne op.9 No.2 di Frédéric Chopin. In bocca è meticoloso e ogni tratto organolettico sembra muoversi verso un’unica percezione gustativa, con il sorso snello e molto scorrevole, appena pizzicato da un grip tannico assoggettato dal suo animo ormai risoluto. I sapori che si intersecano, al suo interno, variano dalle fave di cacao tostate fino alle briciole di ruggine, con una ferrosità che continua fino alla deglutizione. È un esempio di come la potenza decide di assoggettarsi al cospetto di una grazia così toccante che sembra disegnare un solco mentre il vino percorre la faringe. La sua lunga persistenza invita alla pace dei sensi, grazie a un soave mix tra liquirizia, carruba e fleur de sel. Mi rendo conto di aver instaurato, inconsciamente, una connessione quasi spirituale con questo vino, straordinariamente leggero e cerebrale, che oggi ha deciso di concedersi e di concedermi – in una pausa senza tempo – un momento di condivisione del suo stile pacato ed erudito, attraversandomi il cuore con l’ardore della pura passione e, al contempo, con la leggera e frusciante vaporosità di un velo di seta.