Il difficile e singolare momento che stiamo vivendo ci offre comunque delle opportunità, da cogliere e apprezzare come un antidoto per l’inquietudine e l’incertezza. Per noi amanti del vino diventa ancor più un atto di premura e di conforto per la nostra anima l’aprire una buona bottiglia sul calar del giorno e affidarsi alle sensazioni che ci trasmette, beneficiando di questa lentezza imposta, che è un ottimo presupposto per riflessioni più profonde e coinvolgenti.

Per cimentarmi in una nuova recensione ho scelto uno spumante Metodo Classico rosé. Le bollicine, come emblema di convivialità e festosità; il rosa, come colore della primavera e della rinascita che quest’ultima simboleggia; in sostanza, la sintesi nel calice delle nostre più attuali e accorate speranze per il prossimo futuro.

Il TrentoDOC Extra Brut Rosé Maso Martis è ottenuto da uve Pinot Nero, il cui mosto viene inizialmente lasciato a contatto con le bucce per 18-24 ore, poi sottoposto a fermentazione e quindi fatto riposare sui lieviti in serbatoi di acciaio fino alla primavera successiva. Si avrà poi l’imbottigliamento con aggiunta di lieviti selezionati e la conseguente rifermentazione per un periodo variabile da 30 a 36 mesi.

Maso Martis è un’azienda a conduzione familiare situata a Martignano, alle porte di Trento. È ormai divenuta una delle punte di diamante nel mondo del TrentoDOC, fino ad essere inserita da Wine Spectator, a fine 2019, fra le migliori 100 cantine italiane. A partire dalla vendemmia 2013 ha ottenuto la certificazione biologica ICEA per la vigna e la cantina.

La visita in azienda è allietata, oltre che dall’affabilità della famiglia Stelzer, anche dalla degustazione finale nella calda e suggestiva tavernetta con vista mozzafiato sui monti circostanti.

Il millesimo degustato è il 2015, con sboccatura nel 2019. Il colore è appagante per l’occhio e il cuore, vivido e compatto; una spremuta di pompelmo rosa percorsa da venature lucenti che richiamano il rame. Il perlage è fine e persistente, non troppo esuberante, ma educato e misurato. Al naso, in prima battuta emerge la grinta dei lieviti, che intendono ribadire il proprio ruolo, con un pungente sbuffo di pane abbrustolito. Ma con un po’ di pazienza, e un leggero innalzamento della temperatura, il quadro si addolcisce, ma soprattutto si arricchisce, arrivando a regalare grande complessità ed eleganza; ora abbiamo i frutti (ribes, ciliegia, confettura di mirtilli), i lieviti virano su sfumature più calde di marzapane, emergono la vitalità del floreale e la sferzata di una nota mentolata che ci ricorda la purezza dell’aria di montagna. Infine, un suadente velo speziato, che richiama la noce moscata e un accenno di liquirizia.

All’ingresso in bocca percepiamo subito una freschezza autoritaria tipica delle spremute di agrumi, ma che pian piano si espande e arriva a permeare la cavità orale, tanto da indurre quasi a masticare, per agevolarne la distribuzione e regolare la decisa salivazione. La bollicina è inizialmente allegra e grintosa, solletica soprattutto la lingua, ma poi viene piacevolmente amalgamata a formare un tessuto più armonico, grazie anche a una sapidità che emerge progressivamente e dona una vellutata fluidità. L’assaggio ci lascia in dote una significativa persistenza, che ci riporta soprattutto ai frutti rossi, lampone e ribes in particolar modo.

Una bevuta che infonde ottimismo, energia e desiderio di ripartire, con una rinnovata attenzione per i nostri grandi e piccoli produttori, ora più che mai bisognosi del sostegno derivante dalla nostra passione.