Recensioni (e abbinamenti inusuali): Ascoltando «La Sonnambula» di Vincenzo Bellini

Recensioni (e abbinamenti inusuali): Ascoltando «La Sonnambula» di Vincenzo Bellini

L’ultima opera a cui ho assistito in teatro è stata La Sonnambula di Vincenzo Bellini, il 25 febbraio scorso, al Teatro dell’Opera di Roma.

Vincenzo Bellini (Catania, 3-11-1801 – Putreaux, 23-9-1835) è stato un compositore italiano fra i più celebri dell’Ottocento. Assieme a Gaetano Donizetti è stato il maggiore esponente della nuova opera romantica italiana e, malgrado sia scomparso giovanissimo, ha consegnato alla storia della musica pagine memorabili, racchiuse in 10 opere, fra le quali le più famose sono Norma, I Puritani e, appunto, La SonnambulaLa sonnambula è un’opera semiseria in due atti – che Bellini compone in soli due mesi, su commissione del Duca Litta (Pompeo Litta Visconti Arese) e su libretto di Felice Romani – e andò in scena per la prima volta al Teatro Carcano di Milano il 6 marzo 1831, ottenendo subito un grande successo.

L’opera narra del tenero e contrastato amore fra Amina, una povera giovane, ed Elvino, un ricco possidente. Amina soffre inconsapevolmente di sonnambulismo e nelle notti si aggira dormendo per i tetti del paese, tanto che i paesani scambiano la sua figura per un terribile fantasma. Una brutta notte, poco prima dell’agognato ‘sì’, il suo girovagare termina nella stanza d’albergo del Conte Rodolfo, ritornato al paese dopo anni di assenza, e lì viene scoperta da Elvino che, sconvolto, rompe il fidanzamento. La verità si svelerà alla fine, quando Amina apparirà nel sonno a tutti in uno stato inconscio di sonnambulismo e riconquisterà il cuore dell’amato.

Questo tema offrì al compositore catanese l’occasione per esaltare – con le struggenti melodie che trasformano in musica i sentimenti – la propria vena lirica, che si rivela, pur pervadendo l’intera opera, in alcune memorabili melodie, che ti entrano nella testa e vanno diritte al cuore, quali l’aria e il duetto di entrata di Elvino Prendi l’anel ti dono, l’aria del Conte Rodolfo Vi ravviso o luoghi ameni, il concertato finale del primo atto D’un pensiero e d’un accento, la grande scena di Elvino nel secondo atto Tutto è morto… ah perché non posso odiarti e, soprattutto, la celeberrima Ah, non credea mirarti, una delle più sublimi arie per soprano che siano mai state scritte, che la protagonista canta in stato di sonnambulismo prima di essere risvegliata da Elvino nel trionfale finale dell’opera.

L’esecuzione romana era diretta da Speranza Scappucci, romana di nascita ma di formazione americana ed europea. La Scappucci ha eseguito questa partitura, tra le più complesse di Bellini, in forma integrale (operazione ardita e inusuale, date le difficoltà che l’opera presenta), riaprendo tutti i tagli e conferendo ai daccapo il loro giusto peso, trattandoli come veri momenti di scavo psicologico nella costruzione del personaggio e della sua sonorità e non solo come mere occasioni di variazioni virtuosistiche. Sono stato subito conquistato dalla sua gestualità elegante e lineare e dalla sua meticolosa e amorevole attenzione per i cantanti, tant’è vero che spesso mi sono soffermato a guardare più lei e il suo modo di dirigere che quanto accadeva sul palcoscenico.

«Ho puntato tutto sulle atmosfere, cercando di rendere i tanti colori di quest’opera notturna, a cui sono legata da un punto di vista sentimentale» da detto Speranza Scappucci in una intervista. «Ho voluto dare un senso di paura giocando sui pianissimo e ho lavorato sui recitativi per renderli più leggeri», ha proseguito. «La parte orchestrale è fondamentale e le voci dei cantanti devono essere tecnicamente perfette. Questo lavoro è quasi rivoluzionario dal punto di vista musicale, con il coro che è un personaggio ed è sempre presente a commentare l’azione. E poi c’è lo sviluppo della psicologia dei caratteri. Bellini ha scritto La Sonnambula in poco tempo, ma ha pensato a tutto».

In un’intervista rilasciata ai redattori del programma di sala, la Scappucci ha accostato Bellini al celebre compositore e pianista polacco Fryderyk Chopin, che – secondo la testimonianza del compositore e critico musicale tedesco Ferdinand Hiller – rimase commosso fino alle lacrime quando ascoltò “i canti leggiadri e amorevoli” della Sonnambula. Prima dell’inizio dell’opera, ho letto che la Scappucci ha affermato che «Bellini, come Chopin, ha il merito di averci regalato melodie incredibili che toccano l’anima» e ho riscontrato questa sua affermazione nel suo modo di affrontare questa partitura straordinaria.

Nell’esecuzione romana la protagonista era Jessica Pratt, che – in perfetta simbiosi con la Scappucci, e grazie alla destrezza che le deriva dai numerosi ruoli belcantistici affrontati – ha offerto una interpretazione da manuale, culminata nella commovente interpretazione della celebre Ah non credea mirarti e nella successiva pirotecnica cabaletta finale. L’ultima scena valeva da sola il prezzo del biglietto. Note positive anche dai due interpreti maschili. Il tenore Juan Francisco Gatell (all’esordio nel ruolo di Elvino, reso arduo dall’esecuzione integrale) ha fornito una buona prova, fraseggiando in modo convincente, appassionato e comunicativo e recitando piacevolmente e con convincimento, pur  mostrando qualche limite nel registro acuto. Bene anche il basso, Dario Russo, che – dotato di una voce bella e profonda e ben seguito dalle attente indicazioni della Scappucci – ha offerto, specie nei cantabili, una buona prova complessiva.

Non mi soffermo sulla regia, perché lo scopo di questo mio pezzo è finalizzato a un abbinamento inusuale, per creare un ensemble di emozioni che si completino e si esaltino l’una con l’altra. Quale vino abbinare quindi all’ascolto della Sonnambula? Certamente un bianco, che abbia una lunga persistenza, visto che le melodie di quest’opera ti restano in testa e te le ripeti per molto tempo, ma che abbia anche un bouquet di profumi vario e intenso, perché il piacere dell’ascolto di quest’opera cresce in intensità dall’inizio alla fine ogni volta che la riascolti. Deve anche avere una buona struttura complessiva, un corpo consistente (ma non appesantito dal passaggio eccessivo in legno) e freschezza e mineralità, che accompagnino la natura semiseria dell’opera, ben equilibrate da alcolicità e morbidezza, in armonia con le sue straordinarie melodie. Un vino di chiara solarità, che illumini in contrapposizione la dolce e colorata natura notturna di questa Sonnambula. Un nome? Anche per affinità territoriale, propenderei per un Etna Bianco DOC.