Recensioni (e abbinamenti inusuali): «Diana e la Tuda» di Luigi Pirandello

Recensioni (e abbinamenti inusuali): «Diana e la Tuda» di Luigi Pirandello

Tra le grandi passioni della mia vita, un posto particolare occupa senz’altro il Teatro, luogo magico che, come spettatore, frequento fin da bambino e che più recentemente ho iniziato a vivere anche dal palcoscenico, da attore dilettante. Faccio infatti parte della Compagnia dell’Accademia Teatrale di Firenze, diretta di Pietro Bartolini, e quest’anno, durante la stagione dei saggi Sere a Teatro, sono stato chiamato a impersonare Nono Giuncano, un vecchio scultore, nella tragedia Diana e la Tuda di Luigi Pirandello. La rappresentazione andrà in scena il prossimo 24 maggio al Teatro 13, in via Nicolodi 2, a Firenze, alle 20.30. L’opera fu rappresentata per la prima volta in lingua tedesca, col titolo Diana und die Tud, al teatro Schauspielhaus di Zurigo, il 20 novembre 1926, e la prima rappresentazione in Italia – il 14 gennaio 1927, al Teatro Eden di Milano – fu affidata alla Compagnia del Teatro d’Arte di Roma, fondata nel 1924 dallo stesso Pirandello, con protagonista Marta Abba, alla quale la tragedia è dedicata. 

Luigi Pirandello (1867-1936) e Marta Abba (1900-1988)

Alla base dell’intero dramma – assieme alla solitudine nella quale si macerano i protagonisti e all’incomunicabilità fra di loro – vi è senz’altro il dualismo fra vita e forma, tema dominante della più matura drammaturgia pirandelliana. La forma è Diana, la grande statua, nella quale il giovane scultore Sirio Dossi sogna di realizzare, con folle e accanito impegno, un’immagine di suprema bellezza, fissata per l’eternità nella sua perfezione, in contrasto col mutevole, difettivo e informe divenire dell’esistenza. La vita è Tuda, la modella di Sirio. Sirio dichiara che, una volta realizzato questo sogno, si ucciderà. Il suo vecchio maestro, Nono Giuncano, ha invece da tempo rinunciato a quel sogno e – quando s’è accorto d’aver sprecato tutta la vita a dar forma a statue «immobili e perfette», ma prive di vita, riducendosi a essere «logoro e vecchio», senza aver mai veramente vissuto – è preso da una incontrollabile furia e distrugge l’intera sua opera. Per lui la perfezione è in Tuda, nella sua forza vitale, non nell’immobilità statuaria di Diana.

Giuncano è attratto da Tuda, è innamorato sel suo fervore vitale che, congiunto alla bellezza, ne fa un ideale di perfezione, ed è combattuto fra il desiderio di consumare l’impulso carnale che ancora sente, pur nella senescenza, e il rispettare in lei la perfezione, la bellezza, la Vita (con la V maiuscola) che essa rappresenta, convinto come è che il suo essere ‘logoro e vecchio’ gli consenta sì di soddisfare ancora questo impulso, ma non più di dare ad altri soddisfazione. Sirio arriva all’eccesso di sposare Tuda, per averla come modella esclusiva, ma è un matrimonio freddo, che mai sarà consumato, nonostante Tuda sia in fondo innamorata del marito. Questo comportamento disumano e la rivalità che la protagonista ha con Sara Mendel – l’amante di Sirio, donna di esperienza che vive la sua vita in mezzo agli altri, comprendendo le altrui sofferenze, ma senza soffrirne, anzi, provocandole quando è possibile – sono la causa del graduale logoramento morale e fisico di Tuda, che a un certo punto s’avvede d’essere vissuta soltanto per dar forma alla statua di Diana.

Così Tuda, macerata dal rifiuto del marito, prima si riduce a sperperare i molti denari del facoltoso coniuge, poi – provocata da Sara Mendel a farlo – giunge alla determinazione di tradirlo nell’unico modo in cui questo è possibile, cioè come modella, e decide di andare a posare nuda per la Diana dipinta da un altro pittore (Caravani), ma viene distolta dall’arrivo di Giuncano, al quale ella – pur di uscire da questa situazione – sarebbe anche disposta a dare il suo amore, purché la prenda con sé. Lui è lacerato e ferito da quello che prende per un atto di pietà, e rifiuta: la vuole bella e perfetta per se stessa, non per lui. «Ma che per me, per nessuno, per te stessa viva» e, al colmo della disperazione, gli confessa che ha orrore del suo corpo invecchiato, che gli è diventato estraneo, perché somiglia sempre più al corpo di suo padre: «E’ orribile, sì! Invecchia e diventa sempre più suo… Se sapessi quale ribrezzo io provo ora che rivedo in me mio padre… Mi sembrerebbe dì contaminare in te, così bella – la Vita – con mani non mie. Lasciami, lasciami andare» e, allontanandosi, lascia Tuda costernata e sola. 

In un confronto fra i quattro protagonisti – ove ognuno è come se ragionasse in solitudine – si scoprirà che Sirio, con lucida follia, ha manipolato tutti gli altri per perseguire l’unico e sommo scopo della sua vita, la Diana. Fra il sogno di Sirio (di una perfetta bellezza nell’arte) e quello di Giuncano (di un’assoluta pienezza della vita), entrambi irrealizzabili, emerge tragica la solitudine di Tuda. Rifiutata come moglie da Sirio, ‘cimentata’ da Sara, rifiutata anche da Giuncano (che, pur attratto da lei, confessa «Ma io ho voluto rispettare in te la vita, al contrario di quello che ha fatto lui»), dopo aver invano offerto ancora una volta il suo amore al marito, si lancia disperata e folle verso la statua cui ha dedicato la vita intera, quasi nel bisogno di identificarsi totalmente con essa, di volerci entrare dentro. Sirio, che crede invece che voglia distruggerla, tenta di fermarla e ucciderla, ma Giuncano – ‘come una belva’ – salta addosso a Sirio e lo strangola.

E’ un dramma dai colori scuri, amaro, spigoloso, tormentato dall’inizio alla fine, un dramma di solitudini incomunicanti che lascia pensosi e quasi amareggiati, con ‘le budella intorcigliate’, tanto per citare la frase di un famoso film. Tuda è sola, disperata e rifiutata nella sua femminilità; Giuncano, ossessionato dall’aver sprecato la vita dietro alle statue, non si riconosce nella sua vecchiaia; Sirio insegue con folle lucidità l’unico scopo della sua vita e ad esso sacrifica tutto; Sara, apparentemente cattiva, in un barlume di franchezza si confessa proprio con colui che non la vuole ascoltare. 

Ci vuole una terapia d’urto per reggere le emozioni provocate dallo studio e/o dalla visione di questo dramma e per questo, come abbinamento inusuale, propongo un vino che riporti equilibrio e armonia, in contrapposizione ai drammi che i personaggi vivono sulla scena: un vino passito dolce, che già col suo colore giallo dorato infonda da subito un po’ di allegria nel cuore e nello stomaco (messo anch’esso a dura prova), un vino fruttato e aromatico, fragrante e caratteristico, che richiami alla mente (e al gusto) i fichi secchi e la frutta matura o appassita. Un vino che faccia capire a Giuncano – che si odia per essere invecchiato – che in fondo ogni età ha i suoi lati piacevoli, che la vita può riprendere e che in bocca Vita può esplodere con il suo calore e i suoi sentori di moscato, arancia candita, miele, uva passa (come pieni di vita sono gli occhi di Tuda prima della loro trasformazione), un vino che scaldi il cuore, che addolcisca la vita e combatta la solitudine. Avete pensato anche voi a un Moscato Passito di Pantelleria DOC?