Recensioni (e abbinamenti inusuali) – «The final concerts» di Ennio Morricone

Lo vedi arrivare ancora ben fermo sulle gambe, con un passo sicuro e una vitalità da farti dubitare che abbia 91 anni suonati e che questi siano gli ultimi concerti che dirigerà, l’ultima tournée prima di ritirarsi definitivamente dalle scene. Sto parlando di Ennio Morricone, uno dei giganti della musica contemporanea, il compositore di tante musiche immortali (per film altrettanto immortali), che in quest’ultima rassegna vengono offerte al pubblico in una splendida panoramica. Non potendo assolutamente perdere l’occasione per vedere uno di questi concerti del Maestro, ho ottimizzato il mio viaggio a Roma per un evento di cui scriverò molto presto – la premiazione dei vini italiani vincitori del CMB 2019 – e me lo sono goduto nella magnifica cornice delle Terme di Caracalla in una splendida serata romana di metà Giugno.

Quasi 3 ore di musica – senza un secondo di noia – in cui il maestro ci ha presentato un excursus delle colonne sonore (alcune ultranote, altre meno) da lui composte in oltre 50 anni e alla fine, fresco come una rosa, ha voluto anche concedere tre bis. Un’emozione continua, che in ogni momento ha fatto capire quanta arte, quanto studio, quanta ricerca e, soprattutto, quanta passione trasudano dalle sue note. Se socchiudi gli occhi, queste melodie ti conducono dritto dritto in quel mondo magico nel quale rivedi – o, meglio, rivivi dal di dentro – quelle scene immortali che questa musica evoca e impreziosisce. 

«Ho lavorato sempre cercando di non rinunciare ai miei ideali più alti. Ho scritto melodie tonalissime con dei procedimenti interni e una ricerca che mi facessero sentire a posto con la mia coscienza, la coscienza di un compositore che porta con sé un bagaglio di studio e di esperienze ‘altre’ da quelle del mondo dell’applicazione» ha affermato il Maestro, come riportato nel programma di sala: parole che ho riscontrato in ogni nota della sua musica.

Una carrellata straordinaria di musiche eterne, da The Untouchables a La tenda rossa a Novecento, da C’era una volta il West a Il buono il brutto e il cattivo, dalle musiche del cinema dell’impegno (La battaglia di Algeri, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Sacco e Vanzetti, La classe operaia va in paradiso, Sostiene Pereira) fino a The Hateful Eight, che gli è valso il secondo Oscar (dopo quello alla carriera), per concludere infine con Mission. Il grande Maestro ha fatto da guida ai bravi musicisti della Roma Sinfonietta e a due splendide soliste, la soprano fiorentina Susanna Rigacci e la cantante portoghese Dulce Pontes. 

Susanna Rigacci, bella e fascinosa fin dal suo incedere sul palco e dotata di una voce dal timbro accattivante, si è esibita in un medley delle colonne sonore dei film di Sergio Leone, ammaliando tutti fin dalle prime note. Sciolta e sicura negli impervi sopracuti, è riuscita ad emozionarmi per come ha saputo interpretare e dare il giusto colore (cosa rara, usando solo la voce come puro strumento) al travolgente pezzo Ecstasy of Gold del film Il buono il brutto e il cattivo: la sua voce e l’incalzare della musica mi hanno fatto veramente rivivere l’emozione provata da ragazzo nel vedere quelle scene del film per la prima volta. 

Ora, per rivivere un po’ quelle emozioni (a disposizione di tutti su YouTube o su DVD), mi è venuta voglia di ricercare un abbinamento inusuale per questa musica, indubbiamente orecchiabile (è canticchiabile, conquista al primo ascolto ed è facile da memorizzare) ma al contempo bellissima, profonda e calzante alla perfezione con le immagini del film e che – con i giusti interpreti – regge meravigliosamente anche riproposta in un concerto. Pur non essendo una musica gioiosa, non evoca drammi e perciò io opterei per un abbinamento con un vino bianco di grande intensità olfattiva e con riconoscimenti immediati, adatti all’immediatezza delle melodie. Penso a un bianco con fresche note agrumate, un’acidità viva, una mineralità profonda e un frutto accattivante, ampio, con un corpo discreto e una discreta persistenza finale – impreziosita da note ammandorlate – in grado di accompagnare una musica che ti tocca dentro, in profondità. Un bianco che per la sua spalla acida e la sua struttura si presti anche a reggere nel tempo, perché questa è una musica che non muore mai. Vi siete già fatti un’idea? Un attimo di pazienza…  

Prima veniamo alla seconda parte del concerto, in cui Dulce Pontes era invece impegnata in un medley dedicato al cinema dell’impegno. Conoscevo bene alcuni brani, avendo visto molti di quei film da ragazzo, mentre poco o nulla conoscevo di altri, come il primo della serie – La luz prodigiosa, dall’omonimo film dello spagnolo Miguel Hermoso – in cui ho potuto apprezzare tutta la bravura e l’intensità drammatica della Pontes. Ma il pezzo che mi ha colpito dritto al cuore – e che, assieme a quelli dei film di Leone, non smetterei mai di ascoltare ancora oggi – è stato La ballata di Sacco e Vanzetti: non la prima parte, conosciuta in tutto il mondo come Here’s to you, ma la seconda, anch’essa interpretata, in origine, dalla magnifica (in tutti i sensi) cantautrice folk americana Joan Baez, un’icona della mia gioventù, quando combattevo ancora fra l’amore incondizionato per la musica lirica e quello irresistibile per la musica folk e rock. La canzone, che nella colonna sonora del film di Giuliano Montaldo era suddivisa in tre parti, riscosse un successo planetario e io rimasi molto colpito dalla bellezza (e dalla drammaticità) della musica e dalla coraggiosa schiettezza del testo, scritto proprio dalla Baez. Possiedo e ascolto ancora il disco a 45 giri e devo riconoscere che la nuova versione, che Morricone ha riscritto appositamente per la Pontes, non ha nulla da invidiare a quella di Joan Baez, pur se diversissima: con una voce che graffia il giusto, capace di sottolineare le parole con una drammaticità che va dritta allo stomaco e tanto intensa da fare quasi male, è stata un’altra straordinaria perla di una serata magica, all’altezza dell’esibizione precedente della Rigacci. 

Mi è scattato quindi immediato lo stimolo a ricercare un secondo abbinamento inusuale, adatto a questo brano e a tutto il medley della Pontes. Per la drammaticità e la durezza della storia e della musica, penserei stavolta a un vino rosso, scuro e profondo come è oscura la storia. Un rosso intenso e complesso, con un bouquet di fiori appassiti e frutta secca, di prugne e ciliegie sotto spirito, di confettura di frutti neri e con note terziarie importanti, con una struttura avvolgente e morbida (per contrapporsi alla durezza del messaggio insito nella musica), distintamente caldo, con acidità e tannini moderati, ben modulato e con una buona bevibilità, nonostante l’alcol non secondario.

Ricordate la descrizione del  vino bianco abbinato alle colonne sonore degli amati film di Sergio Leone? Facile, no? Mi riferivo a un bel Greco di Tufo DOCG, ovviamente non giovanissimo. E la descrizione del secondo vino, quello rosso, cosa vi ha suggerito? Io avevo in mente una bottiglia (ben conservata) di un Primitivo di Manduria Riserva DOC. Sperando – davvero, con tutto il cuore – che il Maestro Morricone approvi.