Saporè Prato. È giusto (e corretto) chiamarla pizza?

Saporè Prato. È giusto (e corretto) chiamarla pizza?

Quando ho ricevuto l’invito in un nuovo locale per una pizza gourmand, qualcosa mi ha suggerito che non sarebbe stata la solita serata tra amici, in cui il cibo diventa quasi secondario, tanto l’importante è stare insieme e così via. Mentre parcheggio l’auto e osservo l’ingresso del locale, però, le mie aspettative scricchiolano un po’: mi sa che mi sono sbagliata. Poi apro lo sportello, scendo dalla macchina e rimango stordita. Diretto e inaspettato, mi investe un aroma incredibile e mi sento avvolgere da un’aria che profuma di buono. Mentre mi giro a guardare se anche gli altri stanno provando le mie stesse sensazioni, sento frullare in testa tre parole: aria di pane. Ora, mentre lo scrivo, la sento ancora chiaramente, nitida e invitante: aria di pane.

Entro nel locale con due pensieri contrapposti. Da una parte mi chiedo – con impazienza – quale possa essere l’aria all’interno, se già quella che si respira all’esterno è così intensa. Dall’altra guardo preoccupata i miei abiti, col terrore di riportarli a casa talmente impregnati di profumi da dovermeli togliere prima di entrare. Questa seconda preoccupazione aumenta appena sono dentro: potente – ma genuino e naturale – mi investe un profumo irresistibile, che penetra dappertutto e non faccio niente – non voglio fare niente! – per difendermi. Anzi. Il passaggio di un piatto apporta per un attimo una variante aromatica ai sentori, ma non nasconde la piacevolezza dell’aria di pane, che torna subito dopo, come inchiodata alle mie narici. Un profumo talmente invitante che verrebbe voglia di chiuderlo in un sacchetto da portare a casa… Per favore, sediamoci subito e ordiniamo!

Il menu propone diversi tipi di ‘pizza’, alcune delle quali col marchio registrato: PizzaCrunch®, Pizza DoppioCrunch®, Aria di Pane® (ma tu guarda!…), Pizza Tonda Classica, Pizza in Pala e altre. Come era prevedibile, tutti veniamo attratti dai marchi registrati e io mi tuffo – senza nemmeno pensarci – su un’Aria di Pane®, quella al Baccalà. 

Appena arriva il mio piatto, sento il bisogno di fare una sosta, respirare profondamente quest’aria di pane e schiarirmi le idee, perché ormai non ce la faccio proprio più a chiamare pizza quella che vedo nei piatti. «Non è pizza!». Il guaio è che non è nemmeno focaccia, o schiacciata, così decido di chiamarla come è scritta sul menu. La mia Aria di Pane® è alta, è soffice (avrei voglia di scrivere soffice con quattro o cinque effe, per rendere meglio l’idea della sua sofficità: sof-f-f-f-f-ice) ed è saporita – in maniera delicata, ma decisa – in tutti i suoi ingredienti, aggiunti quasi tutti a crudo, che si rincorrono e si integrano perfettamente, creando un insieme dinamico e una piacevolezza completa in ogni dettaglio. Non capita sovente, è una sensazione davvero unica. Dico a me stessa che non è possibile che sia tutto così perfetto, devo pur trovare un difetto e così alzo lo sguardo per cercarlo nei vicini, che hanno scelto altre tipologie. Ma non accade, perché quelli che hanno la Crunch® o la Doppia Crunch® parlano entusiasti di croccantezza sopra e sotto e di assenza di masticazione, con il ripieno che alterna un ruolo ora di protagonista e ora di supporto ai diversi – tutti irresistibili – impasti. Mi arrendo all’evidenza e devo riconoscere che sono in un posto eccezionale, molto vicino al vertice della piramide alimentare nell’ambito delle lievitazioni.

La prossima volta assaggerò un’altra Aria di Pane®, forse quella Crudo e Burrata (con burrata e crudo di maiale grigio del Casentino) o quella alla Mortadella di Prato (con ricotta di bufala, mortadella di Prato, mostarda di fichi e riduzione al Barco Reale di Carmignano). Ma potrei virare su una Crunch®, tipo la Porcini (con burrata, porcini, timo e pancetta di maiale grigio del Casentino), oppure la Very Hot (con fior di latte, ’nduja, salamino piccante, Tabasco e burrata in uscita) o su una DoppioCrunch®, come la Sbriciolona (imbottita con ricotta di bufala, pomodori semi dry e sbriciolona di maiale bianco del Casentino) o la Inverno (imbottita con fior di latte, zucca gialla, crumble di castagne, gorgonzola e pancetta di maiale grigio del Casentino). Oppure, magari, la Mortadella (imbottita con stracchino De’ Magi, fior di latte, mortadella, limone e pistacchio). Tanto, non c’è fretta: quello che non rientrerà nella prossima volta, sarà per quella successiva. 

Renato Bosco ha maturato un’esperienza ultratrentennale con la pizza e ora è anni luce oltre, per nostra fortuna. Nei suoi locali continua a lievitare una notevole varietà di impasti diversi, frutto di ricerche che continuano  ancora oggi e che riguardano anche le materie prime, inappuntabili per qualità e stagionalità, come ho potuto verificare di persona.

Devo ricordarmi di ringraziare ancora una volta l’amica che mi ha invitato, anche se, per correttezza di informazione, alla fine un piccolo neo, da Saporè, sono riuscita a trovarlo. Rispetto alle «pizze» (pizze?), il dessert era soltanto ‘normalmente’ buono.