Se sul Financial Times il Chianti Classico è paragonato al Bordeaux…

Se sul Financial Times il Chianti Classico è paragonato al Bordeaux…

Ha fatto indubbiamente clamore l’incoronazione del Bolgheri Sassicaia 2015 di Tenuta San Guido come miglior vino del mondo da parte di Wine Spectator. La classifica si riferisce ai vini usciti e degustati dallo staff della rivista americana nel corso del 2018 e va anche detto che questo vino era stato già celebrato – indipendentemente e precedentemente – dalla critica italiana. È comunque motivo di orgoglio patriottico scoprire che sono ben 3 le etichette italiane nella top 10 di Wine Spectator di quest’anno: il Chianti Classico Riserva 2015 di Castello di Volpaia è al 3° posto e l’Etna San Lorenzo 2016 di Tenuta delle Terre Nere al 9°. Fermiamoci un attimo, perché sul podio ci sono ben 2 vini toscani mentre l’altro, al secondo posto, è un francese: il Saint-Émilion 2015 di Château Canon-La Gaffelière.

Scorrendo la classifica, troviamo altri 4 vini toscani e 1 piemontese tra l’11° e il 20° posto. Insomma, senza voler entrare nel merito dell’autorevolezza che può avere una rivista americana e tanto meno una classifica così universale, sapendo tuttavia che di fatto quella rivista e quella classifica influenzano il mercato del vino in maniera sensibile, è assolutamente rilevante notare quanto i riflettori siano puntati sul vino italiano e quanto la qualità dei vini toscani sia oggi riconosciuta a livello internazionale.

Ha fatto meno clamore – ma a noi sembra di pari importanza – l’editoriale di Jancis Robinson pubblicato sul Financial Times del 5 ottobre scorso dal lusinghiero titolo «Why Chianti Classico is a class act» (‘Perché il Chianti Classico è una questione di classe‘). La scrittrice inglese, dopo aver sottolineato l’importanza dell’aggettivo Classico per sancire in maniera definitiva la distinzione fra le due DOCG (Chianti Classico e Chianti), fa un taglio netto col passato di un Chianti incompiuto, quello che veniva imbottigliato nel fiasco. Ma c’è di più: Jancis Robinson è irreprensibile nell’asserire, a seguito di una degustazione dedicata alla denominazione del Gallo Nero tenuta a Londra, che il Chianti Classico sia oggi non solo un vino di qualità alta, ma anche di fascino, di fronte al quale provare eccitazioneChianti Classico has never been as exciting as it is today»). E i motivi non sono dovuti solo alla qualità media riscontrabile fra le etichette, ma anche all’ampia gamma di stili e tipologie che il territorio chiantigiano mette a disposizione («It can be intriguingly varied»).

Nell’articolo completo – pubblicato sul proprio sito (www.jancisrobinson.com), col titolo «Chianti Classico on a roll» – Jancis Robinson dà questa spiegazione: negli anni ’60-’70 il Sangiovese – per ragioni climatiche, clonali e agronomiche – aveva difficoltà ad arrivare sempre a perfetta maturazione e questo è stato anche un motivo dell’ampia introduzione di vitigni internazionali nel Chianti. Ma oggi le cose sono cambiate: clima, scelte clonali oculate e gestioni agronomiche consapevoli sarebbero alla base, secondo lei, di un miglioramento fondamentale che ha decretato il successo del Sangiovese sul suolo chiantigiano.

Infine – ciliegina sulla torta! – l’autrice di testi fondamentali sul vino contemporaneo (Oxford Companion to Wine, The World Atlas of Wine e Wine Grapes, tanto per citarne alcuni) arriva a paragonare il livello e lo stile del Chianti Classico nientemeno che a quello dei Bordeaux. Proprio così: i Chianti Classico sono a suo avviso vini tanto gustosi («appetising») quanto i grandi Bordeaux e con questi condividono il vantaggio di avere grande struttura ed essere perfetti in abbinamento col cibo, senza eccedere in alcol. Ribadisce anche che, contrariamente ai Bordeaux di pari livello, i Chianti Classico hanno un prezzo molto più accessibile.

Deve essere motivo di indiscutibile orgoglio e di soddisfazione, per molti produttori, che a riconoscere il pregio del Chianti Classico sia una grande guru del vino internazionale; se poi lo fa dalle pagine di un giornale autorevole come il Financial Times, è lecito sperare che tutto questo possa avere risvolti importanti per il futuro della denominazione, che –anche secondo noi – oggi gode davvero di ottima salute!