Taormina: i cento giorni di Otto

Furono gli scorci di mare e di cielo e le rovine delle vestigia greche – ma più che altro la natura di una Sicilia da riscoprire, non ancora contaminata dal progresso inarrestabile della sua Berlino – ad attrarre Otto Geleng. Fu così che apparve Taormina agli occhi del pittore tedesco che ne raffigurò i paesaggi a fine Ottocento. Attraverso queste tele, la cittadina siciliana entrò nei salotti nobiliari e borghesi di tutta Europa, con immagini oniriche e ancestrali dai colori pastello scaturite dalle pennellate di Otto. La curiosità e la ricerca di luoghi idilliaci e incontaminati furono la spinta per inserire la cittadina ionica nel grand tour d’Italia. Taormina – anche grazie a Geleng, divenuto prosindaco – si trasformò in una capitale del turismo di una raffinata borghesia e di parte dell’intellighenzia europea, specialmente inglese e tedesca, che infuse un nuovo stile architettonico nelle nuove costruzioni urbane. 

Questo nuovo stile era il liberty, che ebbe una sua propria declinazione in Sicilia. Perfino la stazione ferroviaria di Villagonia fu rinnovata in art nouveau (su progetto di Roberto Narducci), per adeguarla alle aspettative di questo turismo d’eccellenza nascente. Geleng fece progettare strade, fognature, illuminazione e tutte le infrastrutture necessarie ad accogliere i viaggiatori, distinguendosi per le sue capacità ‘pubblicitarie’ nel promuovere l’Hotel Timeo, aperto dalla famiglia La Floresta su suo consiglio. La salita al Monte Tauro appariva sempre più impreziosita da ville e residenze lussuose, dove diversi fiori – ma soprattutto le buganvìllee, con i loro fiori lillà – vivacizzavano la vegetazione mediterranea, sottolineando i tratti floreali dell’architettura liberty presenti sui nuovi edifici.

Il Grand Hotel Timeo rappresentò l’apice della new age ottocentesca di Taormina: i suoi arredi e i fregi esterni racchiudevano l’essenza del gusto dell’art nouveau. Ancor oggi si possono respirare quell’atmosfera e quel fascino, in una proiezione atemporale che ci fa rivivere quella magnifica ed elegante epoca. È in quest’ottica di immergersi in un secolo passato che apprezziamo l’ospitalità del nuovo ristorante, dedicato proprio a Otto Geleng, nella struttura alberghiera del Belmond Grand Hotel Timeo. L’ambiente rappresenta bene l’eleganza tipica della destinazione e ricorda le ville siciliane di un tempo. La sua location ha due ambienti: l’esterno è una terrazza fiorita di buganvìllee, con solamente 8 tavoli, con una visione mozzafiato dell’Etna e del golfo di Taormina che incanta per atmosfera e fascino; l’interno è il salotto buono dell’hotel, che fa rivivere quei fasti che lo videro testimone di aristocratiche convivialità e di furtivi colloqui d’amore. Tutti gli arredi sono stati studiati nei minimi particolari: i tavoli sono apparecchiati con una serie di tovaglie ricamate in pizzo siciliano, che sembrano uscite da un corredo nuziale ottocentesco; le lumières sono state realizzate dai Fratelli Iudici in stile lampade a petrolio in ceramica bianca; la posateria –  firmata Christofle Parigi – si compone di pezzi d’argento unici, impreziositi da un disegno baroccato che si abbina alla ceramica Villeroy & Boch. Intorno a tutto questo, lo charme di un servizio impeccabile. 

Il ristorante Otto Geleng è un progetto-studio nato da un’idea di Stefano Lo Giudice (F&B Manager del Timeo) ed è un’esperienza fruibile soltanto per 100 giorni esatti, dal 7 giugno al 15 settembre 2018: un ristorante ‘temporaneo’ – accessibile solo a cena e per un massimo di 16 commensali – riservato ai clienti dell’albergo e a tutti i viaggiatori gourmet esigenti che scelgono la Sicilia come meta dell’estate. Lo Giudice tiene a precisare che l’Otto Geleng ha tre protagonisti: lo chef Roberto Toro, il Restaurant Manager Giuseppe Privitera e la Maître sommelier Simona Di Goro. Lo Giudice sottolinea che per la cucina di Toro questa esperienza è il doveroso riconoscimento di una crescita professionale che ha già riscosso plausi da parte dei clienti e della stampa specializzata. La creazione di una struttura parallela apre per il Timeo una dimensione di una cucina ancor più creativa e un servizio di ancor più alto livello. Per Roberto Toro, la creatività in cucina deve sempre rifarsi alle fondamenta, cioè alla tradizione gastronomica di cui ogni regione è ricca. I suoi piatti sono infatti una rivisitazione di must culinari siciliani, dalla reinvenzione del piscistoccu a missinisa, denominato ‘baccalà sfogliato’, all’Otto di mare (un gioco di caldo e freddo e texture di molluschi, crostacei e pesce con una bisque calda), al maialino dei Nebrodi (la cui spalla viene cotta a bassa temperatura nel latte di mandorla, con misticanza dell’Etna, crema di cavolfiore e mandorle di Avola). Anche i dessert si rifanno a ingredienti regionali con un visione contemporanea, come la sfera di ricotta ricoperta di cioccolato bianco, nel cui ripieno c’è anche la mela Cola dell’Etna su un coulis a base di arance Tarocco.

Il menu-degustazione – chiaramente di otto portate – è preceduto da un’amuse-bouche (un gazpacho con un cubetto di anguria su cui si adagia un gamberone di Mazara del Vallo con piccole perle di wasabi e guacamole), mentre un’entrée sono le vele di tonno rosso su purea di finocchio, cipolla di Tropea, gel di arancia rossa e polvere di olive. Il primo piatto, interpretato magistralmente, è costituito da tortelli con ripieno di pesto di basilico e pecorino, conditi con una salsa d’insalata di pomodori e gamberi. Questa preparazione è un omaggio al G7 svoltosi qui lo scorso anno, dove questi tortelli riscossero un entusiastico plauso da parte dei capi di stato e di governo intervenuti. L’intermezzo fra i due secondi piatti di mare e di terra è una zuppetta di frutti rossi infusi nel lime, con al centro un gelato di cioccolato bianco e zenzero. Il concept del menu – in due battute di Roberto Toro – è «la ricerca dell’esclusività… voler far vivere ai clienti un’esperienza di ricerca di un’emozione in un viaggio di emozioni».

Ma tutto non potrebbe essere realizzabile – afferma Lo Giudice – senza la presenza del padrone di casa, un vero istrione garbato come Giuseppe Privitera. Giuseppe è da anni il Restaurant Manager del Timeo, dopo esperienze vissute in ristoranti stellati siciliani come Casa Grugno e Metropole: «È giunto il momento di alzare ancora l’asticella dell’offerta dell’albergo – tiene a precisare – ed è necessario offrire agli ospiti la possibilità di rivivere in un’esperienza straordinaria l’ospitalità delle dimore storiche siciliane dell’Ottocento». Obiettivo reso possibile dall’ambiente unico della terrazza e dall’apparecchiatura delle tavole, ma più che altro dall’innato senso di ospitalità e professionalità che si respira se si ha il privilegio di vivere quest’esperienza davvero appagante. 

Il terzo cardine dell’Otto Geleng è la sommelier professionista Simona Di Goro, che, nonostante la sua origine toscana, è completamente integrata nella spontaneità di gusto e di costume dell’ospitalità siciliana. Con grande preparazione e innata abilità, Simona guida il cliente e lo fa emozionare attraverso una proposta di quattro o sei calici in abbinamento al menu-degustazione. La carta dei vini (400 etichette) è accurata e sapientemente redatta, con una grande rappresentanza di vini locali, tra i quali campeggiano quelli dell’Etna (con varie selezioni delle contrade), per poi aprirsi a prestigiosi prodotti italiani e francesi. Ma il punto d’eccellenza e di ricercatezza della wine list è costituito dalle verticali di alcune eccellenze enologiche, come Batar Querciabella, Chardonnay Tasca d’Almerita, Barbaresco Sorì San Lorenzo e Sorì Tildin, Monfortino, Monprivato, Amarone Campolongo di Torbe, Solaia, L’Apparita Castello di Ama, Masseto, Cepparello, Le Pergole Torte, Ornellaia, Sassicaia e Brunello Case Basse Soldera. Non mancano le proposte di varie annate di grandi rossi siciliani, come Duca Enrico, Riserva del Conte, Le Contrade di Passopisciaro (C, G, P, R e S) e Franchetti. È muovendosi in questo contesto che Simona riesce a coinvolgere i clienti in un percorso emozionale attraverso i colori, i profumi e i sensi dei vini da lei proposti.

In conclusione, un dinner all’Otto Geleng è un’esperienza sensoriale a tutto tondo che vale un viaggio, anche per rivivere ciò che scrisse Goethe, in riferimento al Teatro Greco: «Se ci si siede lassù dove stavano gli spettatori che occupavano i gradini più alti, si deve riconoscere che mai un pubblico, in un teatro, ha avuto davanti a sé uno spettacolo come questo. Di lato, a destra, si levano, sulle rocce più alte, i castelli, lontano, in basso, giace la città e, quantunque le costruzioni siano moderne, altre simili a queste sorgevano, un tempo, vicino al tempio. Di qua lo sguardo percorre tutta quanta la lunga cresta dell’Etna, a sinistra, la spiaggia sino a Catania, anzi sino a Siracusa. L’enorme monte fumante chiude poi il quadro ampio e grandioso; non è però spaventoso perchè l’atmosfera piena di vapori lo attenuano e lo rendono più dolce di quanto non sia».