Ancora qualche metro e uscirò dalla via Appia Antica. Sono a pochi chilometri dal centro della città eterna e mi sto dirigendo verso un’oasi verde, preservata dall’antropizzazione grazie al duro e appassionato lavoro della nobile famiglia Boncompagni Ludovisi. Mi lascio alle spalle un panorama che esalta l’immortalità dei monumenti dell’antica Roma e sopporta l’esagerazione palazzinara della ricostruzione del secondo dopoguerra e mi immergo in un contesto verdeggiante aperto e ventilato: un angolo di campagna che profuma di natura e di rispetto, di storia e di tradizioni, un luogo affascinante che celebra la pacifica coesistenza tra uomo e terra, nata negli anni ’40 dalla visione pionieristica del Principe Alberico Boncompagni Ludovisi. 

La relazione tra una delle casate nobiliari più importanti d’Italia (sia i Boncompagni che i Ludovisi annoverano due Papi tra i loro antenati) e la campagna di Fiorano iniziò ai primi del ‘900, quando la famiglia acquistò la proprietà, vasta quasi 400 ettari. Intorno agli anni ’40 la tenuta venne ‘adottata’ da Alberico, che con grande rispetto la fece diventare un virtuoso esempio di ecosistema rurale totalmente autosufficiente. Fu grazie alla sua passione e al suo accorato impegno che già dalla metà degli anni ’50 la Tenuta di Fiorano creò bottiglie di vino rosso avveniristiche (tra i primi blend italiani di stile bordolese) e qualitativamente sensazionali rispetto agli standard italiani dell’epoca. Quel nascente miracolo enologico fu possibile anche grazie all’aiuto tecnico fornito all’amico Alberico da Tancredi Biondi Santi, che gli suggerì modi e momenti ideali per la creazione di vini rilevanti, capaci di confrontarsi con quelli blasonati di Bordeaux. L’eleganza dei vini di Fiorano era accompagnata da etichette che si fregiavano dello stemma araldico (composto dal dragone dei Boncompagni e dalle tre linee diagonali di origine cardinalesca dei Ludovisi) e della semplice dicitura ‘vino da tavola’, una scelta che accomunerà Fiorano a molti altri vini capaci di stravolgere (positivamente) la nostra storia enologica, come Sassicaia, Tignanello, Pergole Torte, Solaia ecc. Annata dopo annata, i vini di Fiorano acquisirono sempre più rilevanza, anche grazie alle positive recensioni dell’indimenticato Luigi Veronelli, che si vocifera essere stato l’unico visitatore di Fiorano a poter ammirare l’inviolabile cantina aziendale scavata nel tufo. 

Ma questa storia di costanza, genuinità ed eleganza si interruppe tra il 1998 e il 1999, quando il Principe – ormai anziano, stanco e costretto a stare lontano dalla sua amata tenuta per problemi di salute – decise di espiantare quei 12 ettari di vigneti che aveva tanto coccolato e fatto crescere negli anni. Fortunatamente, una storia così radicata e genuina non poteva venire cancellata senza rimpianti, perciò il cugino Paolo e il figlio Alessandrojacopo raccolsero la sua preziosa eredità, rilevando la proprietà e i diritti di reimpianto, che sfruttarono per porre le basi della nuova storia vinicola di Fiorano. Oggi tocca al Principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi tenere le redini aziendali, avendo cura di custodire i segreti della tenuta e preservare la magica interazione con la natura circostante. 

E oggi eccoci qua. È Chiara, la gentile responsabile delle visite guidate, che mi accompagna all’interno della tenuta e, lungo il sentiero sterrato che ci porterà alla sala di degustazione, mi guardo intorno per cercare di comprendere a fondo il contesto climatico e geologico in grado di originare vini di questo calibro. In lontananza si vede il vulcano che circa 20.000 anni fa creò lo strato minerale che arricchisce le argille di Fiorano e mi precipito curioso a toccare questa terra scura e luccicante, con l’intento di entrare in sintonia profonda con l’amena tranquillità di questo paesaggio affascinante e di comprendere tutte le caratteristiche che originano vini di tale spessore organolettico. Poco più avanti entriamo tra i vigneti – 12-13 ettari di passione ed etica – che rappresentano il lato rispettoso ed educato della missione di Alberico: una produzione enologica che deve rimanere artigianale e biologica. Oltre i vigneti ritroviamo le antiche stalle, ora trasformate in sale per ricevimenti e degustazioni, dove bianche pareti e grandi caminetti ci accolgono con sobrietà ed essenzialità, valori molto cari alla famiglia Boncompagni Ludovisi: è anche grazie a questo che mi appresto con grande serenità alla degustazione.

Fioranello Bianco Lazio IGT 2018 (50% Grechetto, 50% Viogner) – Il primo assaggio fa parte della linea ‘minore’ Fioranello, creata nel 2010 per volere del Principe Alessandrojacopo per rendere i concetti di eccellenza e regalità più immediati e facilmente approcciabili. Prodotto con Grechetto e Viogner, matura in acciaio per 6 mesi (di cui 4 sulle fecce). L’impatto visivo è legato a un giallo paglierino vivace e scattante, che mi fa immaginare un vino spostato sulle durezze. I profumi sorreggono questa impressione, poiché si manifestano con toni agrumati (limone, pompelmo giallo e mandarino acerbo), che rapidamente si mischiano a tocchi di fiori di ginestra ed erbe di campo. Mi incuriosisce il suo sfondo chiuso e tufaceo (gli anglosassoni lo definirebbero mineral), che identifica il nocciolo dello stile aziendale. Il sorso è rapido e verticale, scorre agile sul binario tracciato dall’acidità e si allarga al momento della deglutizione, quando la parte aromatica definisce la persistenza data da pompelmo e mandorla tostata. Nella sua immediatezza, mette fortemente in luce il marker dei terreni vulcanici di Fiorano: l’irreprensibile sapidità, che si palesa ravvivando la salivazione.

Fiorano Bianco Lazio IGT 2016 (50% Grechetto, 50% Viogner) – Eccolo qui,  il grande bianco che fece innamorare Luigi Veronelli e che fin dalla sua prima versione ha sempre tratto dal contatto con il legno un’importante caratteristica della sua identità. Fermenta in tini troncoconici di Slavonia e matura poi in botti di rovere per 12 mesi. L’imprinting del campione è chiaro sin dal suo muoversi morbidamente nel calice, proponendo in modo sfacciato un giallo dorato generoso e luminoso. Il bagaglio dei profumi è ampio e sfaccettato, inizialmente legato al suo prolungato contatto con le pareti delle botti, esprimendo in sequenza vaniglia e fiori d’acacia, miele e tarassaco, anice e cioccolato bianco. Aspettandolo, si fanno strada anche le piacevoli note fruttate tipiche dei due vitigni, l’albicocca (Viogner) e il pompelmo (Grechetto), unite da un refolo balsamico che rimanda alle foglie di menta piperita. In bocca è sontuoso e si esprime prevalentemente intorno a sensazioni di ricchezza e pienezza, in uno stile quasi barocco. Lo spessore centrale è dato dalla glicerina, che dona morbidezza e suadenza, mentre il finale aromatico estrae le note agrumate e tostate già riscontrate all’olfatto. Passati i 12 secondi, entra in gioco il sale, che come il rombo del tuono scuote la dolcezza aromatica dei sentori sopra descritti, alleggerendo di molto il sorso e regalandomi una scia scattante che reinvita alla beva.

Fioranello Rosso Lazio IGT 2017 (100% Cabernet Sauvignon) – Questo rosso ‘minore’ da Cabernet Sauvignon fermenta in acciaio e poi va in tonneau per 12 mesi a smussare i suoi tratti esuberanti e pungenti. Non riesco a trattenere un sorriso compiacente nel vedere quale profondità riesce a dare al vino l’elegante estrazione colorante, senza però incupire il gioviale rosso rubino che lo definisce. Il mosaico olfattivo è di splendida fattura; in esso si susseguono note di succo di mirtilli, gelée di lamponi e buccia d’arancia, che fanno da preludio alla rosa rossa in appassimento e alle speziature di pepe nero, cannella e noce moscata. Un po’ in sordina si manifesta anche un deciso tratto ematico, carnoso e rugginoso, che denota la ricerca di franchezza del vitigno. Lo scatto del vino prosegue con l’assaggio, poiché la progressione ematica marca nettamente anche l’ingresso in bocca, fungendo da traghettatrice del perfetto equilibrio tra durezze e morbidezze. I tannini sono di elevato pregio e lasciano il vino libero di esprimere un coinvolgente bagaglio aromatico, che si esalta quando la piccantezza del pepe e la gelée di lampone irrompono a creare un’elegante persistenza.

Fiorano Rosso Lazio IGT 2013 (65% Cabernet Sauvignon, 35% Merlot) – Ed eccoci al paladino di casa Fiorano, il vino forse più rappresentativo del Lazio, un fulgido esempio di come l’intraprendenza e l’estro siano riusciti a far nascere un prodotto da vitigni internazionali capace di confrontarsi senza timore con qualsiasi altro prodotto omologo. Fermenta in vecchi tini troncoconici di Slavonia, prima di maturare per 30 mesi in botti grandi e restare per altri 2 anni ad affinare in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. Questa lunga sosta forzata mi provoca immediatamente delle suggestioni e mi fa venire in mente Tancredi Biondi Santi, perché il Fiorano Rosso aspetta ben 5 anni prima di uscire dalla cantina, proprio come il Brunello di Montalcino. L’impatto colorante viene in mio aiuto, suffragando l’idea “brunelleggiante” che mi aveva colpito qualche secondo prima: il rosso rubino intenso e vibrante risulta infatti di bassa concentrazione e di spiccata trasparenza, per come si lascia attraversare dalla luce nella massa centrale. L’intensità dei profumi è direttamente proporzionale alla forza e alla rusticità delle note di semi di mandarino, pepe verde in salamoia, liquirizia e mora di gelso. Passato questo primo impatto, duro e un po’ austero, si fanno largo toni raffinati di mirtilli selvatici, anice stellato, legno di cedro e resina di pino, che concorrono all’avvento dell’inesorabile nota balsamica. In bocca il vino è agile e intenso, con il sorso guidato da un’esuberante acidità, che spinge anche il tannino a pizzicare la mucina presente sulla lingua. Lo stile dinamico di Fiorano si palesa con la parte aromatica, che evidenzia cardamomo, scorza d’arancia e succo di mirtilli, per concedersi poi una chiusura salina e affumicata, quasi pirica. La persistenza abbatte il muro dei 12 secondi ed esprime la quintessenza del terroir in maniera nobile e conturbante.

A chiusura di questa splendida degustazione, sento il dovere di sottolineare ancora una volta l’unicità di questa realtà agricola romana, capace di trasferire nel succo dell’uva alcuni tratti affascinanti, leggiadri e ‘regionalmente’ ineguagliabili. È stato un vero onore aver potuto camminare e soffermarmi su questi terreni, in cui il tempo sembra essersi fermato a 70 anni fa.