Usiglian del Vescovo e il suo MilleEottantatre, il Petit Verdot ‘dimenticato’

Usiglian del Vescovo e il suo MilleEottantatre, il Petit Verdot ‘dimenticato’

Ci sono molti luoghi della Toscana che sembrano non subire il lento scorrere del tempo. Me lo ha ricordato il viaggio da Palaia alla località Usiglian del Vescovo (ben nota anche a Matilde di Canossa), in una zona in cui il Chianti si incunea nelle colline pisane (e ne prende il nome) e dove – percorrendo uno sterrato tra vigne, ulivi e boschi – si giunge in cima a un colle dal panorama mozzafiato. In questo territorio – difficile per l’agricoltura, composto per oltre il 90% da sabbie compatte che tendono ad inaridirsi durante le stagioni secche – la proprietà ha creato una realtà di nicchia nel mondo vitivinicolo. Nei primi anni del secolo aveva rilevato, dai proprietari bergamaschi, un’azienda in cui veniva prodotto – con scarso successo – uno spumante, prevalentemente da Pinot Bianco. Cominciò quindi l’opera di estirpazione dei vecchi vigneti, sostituiti con vitigni internazionali, e la contemporanea costruzione di una nuova cantina su 2 livelli (piano terra e seminterrato, per consentire il passaggio delle uve nelle vasche di fermentazione “a caduta”, cioè sfruttando la gravità ed evitando eccessivi stress alle uve e al mosto), in cui temperatura e umidità furono rese costanti e il processo produttivo tecnologicamente funzionale. 

Federico Ricci – che segue attualmente sia la parte agronomica che enologica – ha imposto vendemmie parcellizzate, nuovi sesti di impianto (orientati verso il guyot e il cordone speronato ‘a 4 coppie di cornetti’), nonché l’irrigazione di soccorso, essenziale in terreni così poveri e dalla scarsa capacità di assorbimento e rilascio idrico, per portare l’azienda a una qualità sempre crescente. Rimontaggi, insufflazione di ossigeno e délestage sono operazioni di routine, per aumentare l’estrazione aromatica nel vino, che viene successivamente chiarificato con metodo housing, cioè utilizzando un filtro a cilindro fungente quasi da ‘rene artificiale’. Barriques e tonneaux di rovere francese e americano, oltre a grandi botti slovene utilizzate per il Chianti Superiore, completano il quadro di metodologie di affinamento calcolate al millesimo, che rispettano i più moderni standard tecnologici e qualitativi. 

Ampia la gamma di vini (oltre 150.000 bottiglie annue prodotte, in formati che vanno dal mezzo litro ai 9 litri), che comprende un Metodo Classico rosé (Il Bruvé da Sangiovese, 36 mesi sur lie), un bianco (Il Ginestraio da Chardonnay e Viogner), un rosato (sempre da sangiovese in purezza) e cinque rossi degni di nota, tra cui spicca il top di gamma, il MilleEottantatre, da uve Petit Verdot, che andrò a degustare per voi, dopo aver ricordato come è nato. Il Petit Verdot, coltivato come uva da taglio, veniva fatto riposare in barrique, in attesa di utilizzarlo in blend. Un anno accadde che rimase in 2 barriques per oltre 24 mesi, tanto da essere chiamato ‘il dimenticato’, perché nessuno si ricordò della sua esistenza, fino a quando si scoprì, per puro caso, che il vino aveva sviluppato una complessità unica e si decise immediatamente di produrlo, a partire dalla vendemmia 2009. 

L’aspetto del MilleEottantatre è regale, di un profondissimo rubino denso, dalla trama fitta. Il naso è una fusion di rose appassite, succo di mirtilli, crema di cassis, con penetranti richiami speziati e balsamici, di pepe, vaniglia, eucalipto, ma anche erbe officinali (rosmarino e lavanda). Un sorso pieno, appagante, avvolgente, di frutta gelatinosa al lampone, pepe nero, forte acidità agrumata (arancia sanguinella) e tannini che regalano nerbo, eleganza e complessità all’intera struttura. Note lievemente amare, con aromi di bocca declinati su tostature di caffè, cacao e sigaro. Finale lungo e sapido, complice un terreno particolarmente sabbioso frammisto a calcare. 24 mesi tra barriques e tonneaux più altrettanti di bottiglia. Abbinamento – nel classico della tradizione toscana – con un peposo dell’Impruneta.