Per una come me, che vive a pochi passi dal mare ed è abituata ad avere lo sguardo aperto sull’orizzonte, non è immediato cogliere il piacere che può donare un territorio aspro e con insoliti panorami come quello valdostano, con la barriera delle Alpi che incute come un senso di costrizione. Ma – come abbiamo purtroppo imparato nel difficile periodo che abbiamo appena vissuto – spesso i limiti sono solo mentali e autoimposti e la chiave di accesso alla bellezza è quasi sempre legata al desiderio di scoprire qualcosa di nuovo o di diverso: così, mi è bastato liberare la mente da quei preconcetti per riuscire ad assaporare l’essenza e l’autenticità di questo luogo.

In questa regione di confine sono numerosi i vitigni autoctoni presenti fin dal periodo romano, selezionati nel tempo dai vignerons locali che hanno scelto quelli maggiormente adattabili alle condizioni climatiche e ambientali – e preziosamente custoditi dall’isolamento geografico imposto dalle Alpi. Oggi ci troviamo nella valle centrale, l’area più fertile, dove il letto della Dora Baltea si fa più ampio. Zona di elezione per gli autoctoni a bacca nera, qui il vigneto è un po’ più accessibile e ospitale e il Petit Rouge trova la sua più completa espressione nella sottozona Torrette, con qualità già riconosciute fin dal secolo scorso. Attualmente è il vino valdostano più prodotto e la sua area di produzione interessa ben undici comuni, in particolare Quart, Sarre, Saint-Pierre e Aymavilles. Il disciplinare prevede che per la sua produzione venga utilizzato almeno il 70% di Petit Rouge, vitigno stimato dai viticoltori valdostani per la sua resistenza e per le buone rese, ovviamente unite alle sue caratteristiche organolettiche.

Il vino di cui sto per parlare è il Valle d’Aosta Torrette DOP 2018 della cantina Château Feuillet di Maurizio Fiorano, giovane realtà di circa 6 ettari tra le più importanti della viticoltura valdostana. I vigneti sono situati sulla sinistra della Dora Baltea e si estendono nella frazione di Feuillet del comune di Saint-Pierre, a circa 700 metri, un’altitudine in cui il vino esprime sempre un carattere unico.

Maurizio Fiorano, piemontese di origine, arriva per caso in questo territorio nel 1995 e comincia la sua avventura senza proclami e con grande umiltà, perché – come dice sempre – non è difficile fare buon vino, qui. Viticoltore appassionato e di carattere, imprenditore lungimirante e grande comunicatore capace di emozionare, Maurizio ama questa terra, tanto da riuscire a rievocarla nei suoi vini, contraddistinti da eleganza, sapidità e appagante facilità di beva. Nelle sue parole e nei sui gesti si riscontrano questa sua passione e la tanta voglia di migliorarsi costantemente nel lavoro, sia in vigna che in cantina. 

I suoi primi vini escono sul mercato nel 2001 e oggi vanta una produzione di 45.000 bottiglie. L’aumentare dei vigneti ha richiesto il rinnovamento della cantina (2015) e questo ha garantito l’evoluzione tecnica necessaria ad elevare il livello qualitativo, che gli ha permesso di varcare i confini del mercato nazionale e di essere attualmente presente in diversi mercati esteri, con apprezzamenti sulla qualità dei suoi vini che aumentano ogni anno.

Di grande impatto architettonico è la nuova sala degustazione, realizzata nel tipico stile valdostano, con pietra e legno a vista, adiacente alla barricaia: essendo situata proprio al centro dei locali di produzione, è possibile degustare i vini osservando le diverse fasi della vinificazione, dettagli che rendono speciale ed emozionante la visita in cantina. Dal punto di vista dei vigneti, invece, il fiore all’occhiello sono alcune preziose parcelle sulla collina classica del Torrette: qui le piante, coltivate su suoli sabbiosi e ricchi di scheletro, possono contare su un drenaggio ideale e un costante apporto di nutrimento. Inoltre, il clima è più mite e meno piovoso e le zone più esposte al sole sono particolarmente adatte alla coltivazione della vite.

Un blend ricco di personalità ed eleganza, questo Valle d’Aosta Torrette DOP 2018 Château Feuillet, che sprigiona tutto il carattere tipico di questo territorio: 90% Petit Rouge e 10% Mayolet. Dopo una scrupolosa vendemmia manuale a fine Settembre, l’uva viene diraspata e il mosto fermenta in acciaio a temperatura controllata, a contatto con le bucce. L’invecchiamento è condotto per la maggior parte in acciaio e solo per una piccola parte in legno. Dopo l’assemblaggio e l’imbottigliamento – che avviene nella primavera successiva alla vendemmia – il vino viene lasciato riposare per qualche mese in bottiglia prima di essere immesso sul mercato.

Porpora con riflessi violacei nel calice. Al naso lascia spazio a intensi profumi fruttati di ciliegie, prugne selvatiche e mirtilli, oltre che a delicate note floreali di viole e rose rosse. La comparsa del sottobosco lascia poi il passo a spezie come pepe nero e chiodi di garofano, per concludere su una vena di rabarbaro. In bocca è molto ben strutturato, con un sorso deciso e gustoso che avvolge il palato in morbide note fruttate, prima della lunga chiusura speziata. Ottimo da abbinare a selvaggina e carni rosse (alla griglia, arrosto o brasate), è certamente da provare con la carbonade di vitello, piatto tipico dal sapore ricco e corposo, grazie alla cottura lenta e alla marinatura della carne con vino rosso e aromi.

L’attenzione di Maurizio Fiorano per tutti i processi produttivi ha portato i suoi vini a un altissimo livello qualitativo. E questo è un vino di grande stoffa, bello come la valle in cui nasce e già oggi buonissimo, ma che non potrà che migliorare con il passare degli anni. Alla salute!