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	<title>muffa nobile &#8211; Il Salotto del Vino</title>
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	<title>muffa nobile &#8211; Il Salotto del Vino</title>
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		<title>Abbinamenti inusuali &#8211; «Le sacre du printemps» di Igor Stravinsky</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/recensioni-e-abbinamenti-inusuali-la-sagra-della-primavera-di-igor-stravinsky/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Franco Ignesti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Apr 2019 14:35:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni e news]]></category>
		<category><![CDATA[abbinamento inusuale]]></category>
		<category><![CDATA[Esa-Pekka Salonen]]></category>
		<category><![CDATA[Igor Stravinsky]]></category>
		<category><![CDATA[Maggio Musicale Fiorentino]]></category>
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		<category><![CDATA[Sauternes]]></category>
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					<description><![CDATA[Igor’ Fëdorovič Stravinskij (anglicizzato e italianizzato in Igor Stravinsky) compose Le sacre du printemps come musica per un balletto fra il 1911 e il 1913 e come tale andò in scena per la prima volta a]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>Igor’ Fëdorovič Stravinskij</b> (anglicizzato e italianizzato in <b>Igor Stravinsky</b>) compose <b><i>Le sacre du printemps</i></b> come musica per un balletto fra il 1911 e il 1913 e come tale andò in scena per la prima volta a Parigi, al <i>Théâtre des Champs-Élysées</i>, il 29 maggio 1913, con la Compagnia dei Balletti Russi di Sergej Djagilev e la coreografia di Vaclav Nižinskij. Questo straordinario pezzo segnò un momento fondamentale non solo nella carriera del suo autore, ma anche nella storia del teatro musicale (sia per le innovazioni musicali che per il suo argomento) e la coreografia – nonostante le polemiche intercorse fra chi la sosteneva a spada tratta e chi invece la contestava duramente – è divenuta una pietra miliare nella letteratura musicale del XX secolo, anche se all’epoca nessun compositore seguì il percorso indicato da Stravinsky. Ci sono voluti parecchi anni perché pubblico e mondo musicale assimilassero e comprendessero le novità di quest’opera.</p>
<p>Stravinsky aveva inizialmente pensato di intitolarla <i>Printemps sacré</i> e solo più tardi, col procedere del lavoro, l’idea della primavera rigeneratrice e di una giovane ‘consacrata’ al risveglio della natura si fusero, dando origine al titolo definitivo, <i>Le sacre du printemps</i>. Si tenga presente che nella traduzione italiana del titolo (<i>La sagra della primavera</i>), la parola <i>sagra</i> non va intesa nel significato generico di <i>festa paesana</i>, ma in quello di <i>consacrazione</i>, che ben si lega al sottotitolo dell’opera (<i>Quadri della Russia pagana in due parti</i>), un susseguirsi di scene di ambientazione arcaica senza l&#8217;idea di una possibile trama. Nella partitura musicale, i variegati pezzi che compongono la struttura del balletto, diviso in due parti, sono i seguenti. Parte I: L’adorazione della Terra. Introduzione &#8211; Gli auguri primaverili. Danze delle adolescenti &#8211; Gioco del rapimento &#8211; Danze primaverili &#8211; Gioco delle tribù rivali &#8211; Corteo del saggio &#8211; Danza della terra. Parte II: Il sacrificio. Introduzione &#8211; Cerchi misteriosi delle adolescenti &#8211; Glorificazione dell’Eletta &#8211; Evocazione degli antenati &#8211; Azione rituale degli antenati &#8211; Danza sacrificale.</p>
<p>Anche se scritta per un balletto, <i>Le Sacre du Printemps</i> è un’opera essenzialmente musicale, al di fuori degli schemi. Il tema si presta sì a realizzazioni coreografiche – e mediatiche: memorabile quella realizzata, solo 27 anni dopo (1940), dalla Disney nel film <i>Fantasia</i> per illustrare l&#8217;evoluzione degli esseri viventi quando la Terra aveva circa un miliardo di anni, dall’esplosione dei vulcani ai dinosauri – ma la cosa è del tutto facoltativa, perché «<i>tutta l’unità dell’opera, il suo sviluppo si basano su mezzi esclusivamente musicali</i>» (Paul Collaer, <i>Strawinsky</i>, Bruxelles, Equilibres 1931, p. 69).</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-2695" src="http://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/concerto-manifesto-721x1024.jpg" alt="" width="287" height="408" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/concerto-manifesto-721x1024.jpg 721w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/concerto-manifesto-211x300.jpg 211w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/concerto-manifesto-768x1090.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/concerto-manifesto-423x600.jpg 423w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/concerto-manifesto-352x500.jpg 352w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" />Ho ascoltato questo pezzo, in forma di Concerto, il 31 dicembre 2018 al <i>Teatro dell’Opera</i> di Firenze, con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino diretta dal finlandese <b>Esa-Pekka Salonen</b> (uno dei migliori musicisti in circolazione, specializzato nel repertorio musicale del secolo scorso), che fin dai suoi anni giovanili ha nella <i>Sacre</i> uno dei suoi cavalli di battaglia. E così è stato anche a Firenze: non ho dubbi sul fatto che è stata un’edizione memorabile, che ha coinvolto appieno pubblico e orchestra, tutti consapevoli di assistere a (o di eseguire) un qualcosa di indimenticabile. Ero nelle prime file della platea e ho visto chiaramente – in più momenti – gli orchestrali in prima fila incrociare tra loro sguardi meravigliati per la musica che stava uscendo – e per come usciva – dai loro strumenti. Salonen e l’Orchestra del Maggio Musicale – che, a mio avviso, si conferma come la miglior orchestra sinfonica italiana – hanno riprodotto in maniera sublime l’urto innovativo che colpì indelebilmente gli spettatori della prima esecuzione: le melodie, i ritmi e il suono, con la sua profondità, sembravano provenire da un’epoca primordiale, come un qualcosa di violento e lucido che ti aggrediva, ti lasciava attonito, ti riempiva e ti saziava, ma senza mai disturbarti. I suoni sembravano delle lame di acciaio che tagliavano la melodia e nel contempo la esaltavano; anche adesso, a distanza di tre mesi dall’esecuzione, ne ho un ricordo vivo, come l’avessi ascoltata ieri, e posso dire di non aver mai ascoltato prima – né dal vivo né in disco – un’esecuzione della <i>Sacre</i> così assoluta, tanto che mi vengono ancora i brividi.</p>
<p>È da quella sera che penso a quale vino potrei abbinare – nel mio modo <i>inusuale</i> – all’ascolto di quest’opera, diretta dallo stesso Salonen, sia per l’edizione discografica che per qualche <i>live</i> pubblicato su <i>YouTube</i>, ma soprattutto per quella straordinaria edizione fiorentina, che vorrei tanto riascoltare.</p>
<p>A quale tipo di abbinamento potrei dunque ricorrere? Non un accostamento territoriale (Stravinsky è nato in Russia, anche se è poi diventato francese e infine americano), ma nemmeno per concordanza, perché una tale musica – così forte, violenta e aggressiva (sempre in senso positivo, data la sua bellezza) – richiamerebbe un vino che potrebbe ferire la bocca. Non resta quindi che un abbinamento per contrapposizione, che da un lato abbassi i toni più duri e riporti armonia e dall’altro accompagni, con eleganza, i passaggi taglienti della musica. Un vino di struttura, quindi, capace di alternare morbidezza e freschezza, e che fin dal colore e dalla consistenza – e già lo vedo, giallo dorato, con riflessi ambrati e numerosi archetti – sia in grado di sostenere l’impatto emotivo di questa musica straordinaria. Un vino che al naso ricordi l’albicocca disidratata, il miele, la noce, i fichi secchi, i datteri, la scorza di arancia candita, qualche accenno di speziatura e vaniglia, con una nota di muffa nobile che offuschi gli scoppi taglienti di alcuni passaggi musicali. Un vino che in bocca sia elegante e raffinato, morbido, morbido, morbido, alcolico, accattivante e dolce, ma anche sapido e con acidità viva, per esaltare i suoni secchi e taglienti, largo e molto, molto lungo, con un infinito finale che ricordi le sensazioni dolci già presenti al naso, per accompagnare l’esecuzione e prolungarne nel tempo il suo ricordo. Avete indovinato, vero?</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-2694" src="http://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/Concerto-collage-1024x315.png" alt="" width="751" height="231" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/Concerto-collage-1024x315.png 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/Concerto-collage-300x92.png 300w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/Concerto-collage-768x236.png 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/Concerto-collage-465x143.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/04/Concerto-collage-695x214.png 695w" sizes="(max-width: 751px) 100vw, 751px" /></p>
<p>Ne ero certo. Un vino francese, un sontuoso <b>Sauternes</b>. Così, dopo le premesse, i ragionamenti e le motivazioni per escluderlo, alla fine sono ricaduto – dato che l&#8217;autore divenne in seguito cittadino francese – proprio in un abbinamento territoriale.</p>
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		<title>Una dolce storia ungherese. Tokaji Aszú 6 Puttonyos 2002 Disznókő</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/una-dolce-storia-ungherese-tokaji-aszu-6-puttonyos-2002-disznoko/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Marchiani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 14:05:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Aszú]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un colore antico e brillante, un’ambra che ricorda le resine che al loro interno incastonano un incanto, un momento di vita che diventa sempre importante quando è accompagnato da un nettare come il <b>Tokaji</b>. Il vino botritizzato più famoso d’Ungheria nacque nel 1630, quando un tale Máté Sepsy Laczkó fece raccogliere le uve ormai ammuffite e avvizzite che per distrazione erano rimaste sulle piante dopo la vendemmia. Da questo episodio gli ungheresi – grazie alle caratteristiche della muffa nobile che si era impossessata di quegli acini avanzati – ebbero un nuovo eroe e scoprirono un gusto nuovo, che cercarono di fare proprio e ripetere attraverso l’uso di una tecnica innovativa per regolare la dolcezza finale del nettare prodotto. Così, per caso, nacque il <b>Tokaji Aszú</b>. Il termine <i>aszú</i> indica la pasta di uve appassite attaccate dalla <i>pourriture noble</i>, molto ricca di zucchero, che viene aggiunta al vino base in contenitori da 25 kg chiamati <i>Puttonyos</i>, facendo partire una seconda fermentazione: il numero di <i>Puttonyos</i> aggiunti al vino dà il nome al Tokaji e ne determina la ricchezza (struttura e dolcezza) e la qualità.</p>
<p>Il vino che sto per assaggiare oggi è un <b>Tokaji Aszú </b><b>6 puttonyos</b> e ha un residuo zuccherino compreso tra i 150 e i 180 g/l. Lo produce la <i>Disznókő</i> (azienda oggi di proprietà del gruppo <i>Axa)</i>, con le uve coltivate in una delle prime storiche vigne, individuate e classificate già dal 1737. Si trova su un rilievo collinare ai piedi dei monti <i>Zemplén</i>, tra Mád e Tokaj (proprio il paese che dà il nome al vino: <i>Tokaji</i>, cioè di Tokaj), nella valle del Tibisco, in una delle migliori aree per la coltivazione di Furmint, Hárslevelű, Sárgamuskotály (moscato), Zéta, Kövérszőlő e Kabar, che qua crescono su un suolo argillo-sabbioso su base vulcanica. La tipica bottiglia dal collo lungo e sottile lo rende facilmente riconoscibile, stimolando i miei sensi e preparandoli alla degustazione di un «<i>vino dei Re e Re dei vini</i>», come da molti veniva (e viene ancora) chiamato, per la sua stabile presenza in tutte le residenze reali della vecchia Europa.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-2518" src="http://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Tokaji-Disznoko-collage.png" alt="" width="512" height="298" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Tokaji-Disznoko-collage.png 962w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Tokaji-Disznoko-collage-300x175.png 300w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Tokaji-Disznoko-collage-768x448.png 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Tokaji-Disznoko-collage-465x271.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Tokaji-Disznoko-collage-695x405.png 695w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></p>
<p>Il suo colore ambrato brillante – cui ho fatto cenno all’inizio – fa pensare a un gioiello, fatto di perline che si rincorrono lungo la luminosa ed elegante collana di una signora dal portamento fine e nobiliare. La densità dei suoi 6 <i>puttonyos</i> non ha bisogno di sforzi per palesarsi: appena ruoto il calice,infatti, il<i> Tokaji</i> sale e si sofferma con dolcezza sulle sue pareti, ancor più brillanti ma non più trasparenti. Al naso esprime una grande ricchezza di profumi, legati a maturità e terziarizzazione, come tartufo bianco, burro fuso, sottobosco, porcini secchi e pasta di datteri, oltre all’iconica albicocca disidratata. In bocca ha una grande avvolgenza: entra con la dolcezza di una confettura di albicocca per poi espandersi, con densità, in tutto il cavo orale, senza essere mai eccessivamente opulento, perché uno spillo acido e sapido irrompe sul centro della lingua, per correre a rinfrescare la dolce struttura del vino. Un finale che parla di arachidi chiude un sorso magico e conturbante, che fortunatamente lascia spazio anche a un’ultima manifestazione di durezza, mettendo in luce una sapidità quasi salmastra, che rimanda probabilmente al suo territorio di origine lavica.</p>
<p>Un vino dal sapore lontano, direi saggio, che racconta di come il fato dia spesso il <i>là</i> a intuizioni geniali, da preservare, coltivare e migliorare, perché possono portare alla costruzione di veri e propri modelli di gusto, come questo.</p>
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		<title>Abbandonarsi a vivere. Château d’Yquem Lur-Saluces 1981 Sauternes AOC</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/abbandonarsi-a-vivere-chateau-dyquem-lur-saluces-1981-sauternes-aoc/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Carli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2019 19:39:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Bordeaux]]></category>
		<category><![CDATA[Botrytis Cinerea]]></category>
		<category><![CDATA[Château d’Yquem]]></category>
		<category><![CDATA[Château de Fargues]]></category>
		<category><![CDATA[classificazione dei vini di Bordeaux]]></category>
		<category><![CDATA[Françoise Joséphine de Sauvage]]></category>
		<category><![CDATA[Graves]]></category>
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		<category><![CDATA[Thomas Jefferson]]></category>
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					<description><![CDATA[Chi fu il primo a dire che per bere un vino dolce bisogna obbligatoriamente aspettare la fine del pasto? Da quale dogma deriva quest’obbligo? Sappiamo bene che non è così. Ad esempio, il Sauternes – specialmente]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi fu il primo a dire che per bere un vino dolce bisogna obbligatoriamente aspettare la fine del pasto? Da quale dogma deriva quest’obbligo? Sappiamo bene che non è così. Ad esempio, il <b>Sauternes</b> – specialmente <em>questo</em> <i>Sauternes</i> – non è soltanto ‘un vino dolce’: la sua complessità e la sua struttura lo rendono così particolare che non lo si può collocare in un contesto spazio-temporale ristretto, come quello in cui sulla tavola sono rimasti soltanto i dolci. Io potrei avere voglia di degustarlo davanti al camino, in una fredda serata invernale, coccolato dall’ardore della legna che scoppietta, in buona compagnia o da solo, come vino da meditazione, e nessuno dovrebbe risentirsi, come nessuno dovrebbe storcere il naso se decidessi di abbinarlo, a tavola, con dei piatti non dolci.</p>
<p>Come il mondo intero sa, il <i>Sauternes</i> è prodotto in una piccola <i>enclave</i> delle <i>Graves</i>, a sud-ovest di Bordeaux. Nella storica classificazione dei vini di Bordeaux del lontano 1855, il nettare di <b>Château d’Yquem</b> è classificato come unico bianco <i>Premier Cru Supérieur</i> e la storia del <i>Sauternes</i> può – a buona ragione – essere fatta coincidere con le vicende e le trasformazioni di questa azienda, che ne ha costituito da sempre la massima espressione. Le radici di Yquem – che si trova su una dolce collinetta poco a nord-est del paesino di Sauternes – risalgono a oltre quattrocento anni fa, ma fu a fine Settecento (con il matrimonio di <i>Françoise Joséphine de Sauvage d’Yquem</i> con il conte <i>Louis Amédée de Lur-Saluces</i>, proprietario del vicino <i>Château de Fargues</i>) che iniziò il lustro di Yquem e del <i>Sauternes</i> in generale. Nonostante fosse rimasta presto vedova, <i>Françoise Joséphine </i>rinnovò le tecniche produttive – introducendo tra l’altro il sistema dei ripetuti passaggi in vigna per la vendemmia degli acini maturi – e fece costruire una nuova cantina, molto moderna. Il destino volle poi che in quel periodo il futuro presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, ne ordinasse un’importante quantità, facendo una pubblicità decisiva per il futuro dell’azienda e di tutto il <i>Sauternes</i>.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Nei decenni successivi fu costruito il castello, in cui confluiscono ancora oggi le uve dei 113 ettari del vigneto circostante, dove esiste un <i>terroir </i>perfetto per lo sviluppo della <i>Botrytis Cinerea</i>, la muffa nobile che attacca i chicchi d’uva, ne perfora la buccia e ne provoca l’appassimento, innescando una serie di altre benedette trasformazioni chimico-fisiche che contribuiscono a caratterizzare l’aroma e il sapore del vino. Un vino molto speciale, che nasce in condizioni climatiche e ambientali davvero particolari: nel vigneto, che occupa 3 colline, la nebbia del mattino viene soffiata via dalle brezze pomeridiane, provocando un alternarsi di condizioni di clima umido e secco che porta alla formazione di quelle spore di muffa nobile che attivano il processo di appassimento degli acini. Il controllo di questi processi naturali sulla pianta e la scelta del momento giusto della raccolta – con la necessità di selezionare chicco per chicco, con continui passaggi in vigna (normalmente cinque o sei, ma si può arrivare anche fino a dieci) – impegnano un arco di tempo molto lungo, con costi elevatissimi. I vigneti di Sémillon (75%) e Sauvignon (25%) – con il primo a dare volume e struttura e il secondo a dare finezza e aromi – sono radicati su suoli sabbiosi e sassosi, capaci di accumulare e restituire lentamente calore e perfettamente adatti al drenaggio delle piogge: una simbiosi tra vitigni, clima e territorio unici nel suo genere, per creare alcuni dei vini con il più alto potenziale d’invecchiamento al mondo. Cosa attendersi, allora, dall’opera del tempo su questi vini?</p>
<p><span class="Apple-converted-space"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-2430" src="http://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Chateau-dYquem-1981-collage.png" alt="" width="610" height="309" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Chateau-dYquem-1981-collage.png 834w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Chateau-dYquem-1981-collage-300x152.png 300w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Chateau-dYquem-1981-collage-768x390.png 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Chateau-dYquem-1981-collage-465x236.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2019/02/Chateau-dYquem-1981-collage-695x353.png 695w" sizes="auto, (max-width: 610px) 100vw, 610px" /></span></p>
<p>Sto per scoprirlo, perché in questa degustazione faccio la mia prima esperienza con un vino del genere così evoluto: ho tra le mani uno <b><i>Château d’Yquem Lur-Saluces 1981</i></b>, che si presenta nel calice di un oro brillante e con una consistenza abbastanza importante. Al naso sale un bouquet olfattivo di una dolcezza avvolgente, con sensazioni fruttate, burrose, iodate e vanigliate. Ma tenetevi forte, perché è in bocca che comincia a spingere con forza sull’acceleratore delle emozioni… Al gusto è infatti come una sfera perfetta, con uno straordinario equilibrio tra zuccheri e acidità, una moltitudine di frutti – datteri e cocco, albicocca secca e in confettura – e un tannino morbido come il cashmere. C’è poco da fare, mi arrendo: si tratta di pura eleganza. Ma non finisce qui, perché l’impressione che rimane dopo l’assaggio è come il silenzio che segue l’ascolto di un brano della <i>Settima Sinfonia</i> di Beethoven (scritta a inizio ‘800, negli stessi anni in cui nasceva il mito di Yquem), durante il quale l’ascoltatore non riesce a liberarsi del ricordo e dell’incanto della musica: ecco, con questo Sauternes succede la stessa cosa, tanto è persistente e capace di prolungare all’infinito un piacere unico.</p>
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