Quindici interpretazioni, quindici sfumature, un solo vitigno. Il Salotto del Vino di Massimo Castellani, nella serata del 15 luglio 2025, ha scelto di raccontare lo Chardonnay attraverso un viaggio sensoriale e culturale che ha attraversato latitudini, climi, tradizioni e stili, restituendo un quadro complesso e affascinante di uno dei vitigni più eclettici del panorama internazionale. Lo Chardonnay è da sempre crocevia genetico e geografico. Con i suoi undici cloni conosciuti e un grappolo piccolo e compatto, porta in sé la memoria molecolare di un incrocio spontaneo avvenuto nel ‘700 tra Pinot Nero e Gouais Blanc, che ha dato origine anche al Pinot Bianco e al Meunier. Non è un caso che in Italia, fino alla distinzione ampelografica del 1870, lo si sia a lungo confuso con il Pinot Bianco e noto allora, appunto, come Pinot Giallo o Pinot Chardonnay. A Pomino, ad esempio, venne piantato credendolo Pinot Bianco, portando in realtà anche Chardonnay. Solo nel 1978 il vitigno entra ufficialmente nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite, e nel 1984 l’Alto Adige crea la prima DOC a esso dedicata.

Lo Chardonnay, vitigno dai mille volti, è un vitigno tecnicamente esigente: predilige rese basse, ama il guyot e il sistema Chablisienne, teme le gelate primaverili nelle sue terre d’origine (Chablis, Borgogna, Champagne), mentre in Italia, per evitare eccessi zuccherini, spesso si anticipa la vendemmia. Con la sua buccia sottile, lo Chardonnay è sensibile ai marciumi (come il suo padre Pinot Noir), soffre il caldo (dove rischia l’eccesso) come il freddo pungente (dove si fa più crudo e vegetale), ma quando trova l’equilibrio – e la mano sapiente del vignaiolo – regala vini di grande complessità.
La vinificazione ne esalta la duttilità: la tradizione borgognona lo vuole in pièce da 228 litri o in tonneaux con batonnage delicato, evitando legni nuovi, mentre altrove si predilige un’impronta più marcata. Il suo spettro aromatico è ampio: mela verde, agrumi, ananas, frutta a polpa bianca ed esotica, fiori bianchi, frutta secca. Le note burrose, spesso ricercate, provengono dal passaggio in legno, mentre il sentore di banana, talvolta confuso come varietale, è frutto di lieviti selezionati. Un vitigno glocal, con numeri che parlano chiaro: 25.000 ettari in Francia, 7.000 in Italia, 5.000 in Australia.

In degustazione, il Salotto ha proposto un vero atlante sensoriale. Dai legni francesi alle fermentazioni in acciaio, dai climi caldi alle altitudini alpine, ogni etichetta è diventata una voce diversa nella polifonia dello Chardonnay.

  1.  South Australia Chardonnay Reserve – McGuigan 2017 (Australia)

Inizia in Australia il nostro viaggio nello Chardonnay: terra lontana, continente enologico dove la tecnica è regola, la precisione è virtù, e il tappo Stelvin è segno di un’identità moderna, efficiente, orientata alla pulizia e alla preservazione aromatica.

Nel bicchiere si presenta con un oro lucente, quasi vibrante, che anticipa uno stile nitido, contemporaneo, rifinito con cura. La vinificazione – parte in acciaio, parte in legno – e l’impiego di lieviti selezionati delineano un profilo olfattivo chiaro e scolpito, dove tutto è al proprio posto. L’attacco è del legno, con una nota burrosa gentile, levigata, che avvolge senza soffocare. A seguire, banana, cedro candito, pesca in gelatina: note dolci, esotiche, coerenti con l’origine solare del vino.

Basta un movimento nel calice per svelare il lato più teso e verticale: lime, pompelmo, scorza d’agrumi, e una precisa nota balsamica di nepitella, che dona freschezza e slancio, spezzando la rotondità con intelligenza.

Al palato il sorso è snello, misurato, di grande pulizia e centratura. L’acidità è ben dosata, mai tagliente, e accompagna un finale agrumato e lineare, dove si rincorrono bergamotto, ginger e lime, chiudendo su una buona lunghezza, coerente con lo stile cercato. Nessuna opulenza: qui domina la volontà di leggerezza e precisione, sostenuta da un tenore alcolico contenuto (12%), che si fa cifra stilistica.

Uno Chardonnay che non rincorre potenza né profondità estrema, ma che si afferma per chiarezza espressiva, modernità di tocco e finezza tecnica. Una lezione di controllo, che riflette lo spirito australiano più autentico: quello di un’enologia pensata e misurata, capace di emozionare anche con voce sottile.

  1. Chardonnay de Purcari – Chateau Purcari 2017 (Moldavia)

Dalle rive del fiume Prut, nella storica regione della Bessarabia, prende vita uno Chardonnay che porta con sé l’identità profonda e solenne della Moldavia più autentica. Siamo nel distretto di Ștefan Vodă, dove Château Purcari, la più antica cantina del Paese – fondata quasi due secoli fa per volontà dello zar Nicola I Romanov – continua a scrivere la sua storia enologica con vini intensi, strutturati, espressivi.

Il terreno, una combinazione di argille e sabbie carbonizzate, imprime al vino spessore e una certa tensione minerale. La vinificazione prevede fermentazione in acciaio e una maturazione di sei mesi in barrique di rovere francese, che lascia un segno indelebile nella struttura e nell’identità aromatica del vino.

Nel calice si presenta con un giallo dorato profondo e vibrante, anticipando già visivamente la marcatura importante del legno. L’impronta boisé si rivela decisa sin da subito: nocciolina tostata, liquirizia, anice, orzo tostato, in un intreccio caldo, speziato, balsamico. Il frutto resta sullo sfondo, quasi timido, sfocato e impreciso, schermato dall’intensità del legno, che in questa fase domina la scena.

Il sorso è morbido, pieno, caldo, segnato da una esuberanza alcolica (13%) che si fa sentire già dall’attacco. È uno Chardonnay possente, costruito più sulla materia che sulla freschezza, con un corpo ampio ma poco dinamico, dove la tensione gustativa fatica a emergere. Solo nel finale, una nota salina e leggermente affumicata restituisce un senso di profondità, regalando respiro e una lunga persistenza, su toni di spezie dolci e tostature eleganti.

Un vino che non rincorre l’equilibrio classico, ma abbraccia un profilo fortemente territoriale e stilisticamente moldavo: ricco, strutturato, boisé, persistente, forse non sfaccettato, ma diretto e sincero. Esprime con forza il carattere del luogo, e racconta una scelta enologica che punta sulla densità e sull’intensità, senza rinunciare alla propria identità.
 

  1. A26 Chardonnay Napa Valley – Antinori 2022 (California, USA)

Dalle alture della celebre Atlas Peak, nella zona orientale della Napa Valley, nasce uno Chardonnay che porta la firma di Antinori e racconta un progetto ambizioso e raffinato, capace di fondere spirito californiano e cultura enologica italiana. I vigneti, piantati a 450 metri su terreni franco-ghiaiosi d’origine vulcanica, godono di esposizioni privilegiate e beneficiano di escursioni termiche significative, che esaltano acidità e tensione.

La selezione clonale è di altissimo profilo: Wiemer, Dijon 96, Matanz 28, Entav 548 e Young 17, tutti caratterizzati da grappoli minuti e compatti, pensati per preservare freschezza e concentrazione aromatica. La raccolta avviene di notte, la pressatura è soffice, il mosto fiore viene raffreddato e decantato prima della fermentazione: tutto, in questo vino, è un esercizio di precisione. La vinificazione prevede affinamento di sette mesi in barriques nuove di rovere francese (Remond e Le Grand), con metà del vino sottoposto a fermentazione malolattica, per armonizzare cremosità e slancio.

Nel calice si presenta con un paglierino pallido, indice di gioventù e finezza. Il profilo olfattivo è misurato, elegante, non ostentatamente americano: si apre con iris e fiori bianchi, poi accenni agrumati di pompelmo, cenni di burro fuso e una leggera speziatura di pepe bianco. Il legno c’è, ma si muove in sottofondo, ben dosato, come un’eco.

Al sorso sorprende per verticalità e salinità, con una trama affilata e agile, quasi “chablisienne” nella pulizia espressiva e nella tensione gustativa. La componente alcolica (13%) è perfettamente integrata, sostenuta da una freschezza tonica e da una chiusura agrumata che richiama lime e scorza di pompelmo, in un finale dinamico e persistente. Solo in chiusura si affaccia, delicatamente, un richiamo boisé, con tocco di liquirizia, a ricordare l’equilibrio tra ricchezza e precisione.

È uno Chardonnay poco americano e molto francese nello spirito, che dimostra quanto la mano italiana sappia interpretare un terroir potente come Napa Valley con eleganza e controllo. Un bianco moderno, strutturato ma mai pesante, che offre finezza, profondità e spiccata vocazione gastronomica.

  1. Valle d’Aosta Cuvée Bois – Les Crêtes 2022 (Valle d’Aosta)

Figlio di una viticoltura d’altura, lo Chardonnay “Cuvée Bois” di Les Crêtes è uno dei più iconici bianchi di montagna, simbolo di eleganza alpina e potenza strutturale. Nasce da vigneti posti tra i 550 e i 750 metri di altitudine, nelle zone di Frissonnière di Saint-Christophe e Aymavilles, nel cuore della Valle centrale, dove il clima secco e la bassa piovosità, in combinazione con i suoli morenico-calcarei, regalano concentrazione, spessore e mineralità.

Le uve, da selezione clonale, vengono vinificate in acciaio, poi affinate per dieci mesi in botti di rovere francese di Allier e Tronçais, seguiti da ulteriori otto mesi di sosta in bottiglia, per ottenere una fusione ottimale tra componente varietale e impronta del legno.

Nel calice si presenta con un giallo paglierino brillante. Il naso si apre sontuoso e stratificato, con un incipit esotico di frutto della passione, ananas, albicocca e pesca, cui si uniscono tocchi raffinati di dolcissima susina mirabelle della Lorena, gelsomino e note balsamiche di mentolo ed erbe alpine.

L’assaggio è ricco, materico, pieno, con una tessitura gustativa che alterna calore, morbidezza e tensione acida. Il sorso avvolge il palato ma trova costante bilanciamento nella freschezza verticale e in una mineralità salina, che affiora in chiusura come una nota saponosa e quasi tattile, seguita da un eco fumé di pietra focaia.

I 14,5% di volume alcolico non sono un eccesso, ma piuttosto una conseguenza naturale di questo microclima estremo e siccitoso, che nella parte centrale della Valle d’Aosta raramente conosce pioggia. Qui nasce uno Chardonnay che, pur in pieno stile montano, non rinuncia alla forza, mostrando muscoli e anima, senza mai sacrificare la finezza.

Un bianco imponente, stratificato, sensuale e rigoroso, che racconta con voce fiera la sua origine alpina e la capacità di un territorio di sfidare ogni limite.

  1. Langhe L’Altro Chardonnay – Pio Cesare 2023 (Piemonte)

“L’Altro” è la visione contemporanea di Pio Cesare, storica maison del Barolo, che sceglie di esplorare il lato bianco del territorio attraverso un blend di Chardonnay e una piccola percentuale (max 15%) di Sauvignon Blanc, da vigne di Treiso (Cascina Il Bricco), Trezzo Tinella (Bossania) e Monforte d’Alba (Mosconi): tre cru importanti per un’espressione leggera, ma mai banale.

La vinificazione segue una doppia strada: fermentazione e affinamento del Sauvignon esclusivamente in acciaio, mentre lo Chardonnay affronta un breve passaggio in barrique, giusto il tempo necessario a impreziosirne la struttura senza snaturarne il carattere varietale.

Nel calice appare paglierino pallido con riflessi verdolini, brillante e invitante. Al primo impatto olfattivo domina la componente sauvignoniana, con vivide note di lime e scorza d’agrume, che danno subito la misura di un vino improntato alla freschezza. Con l’ossigenazione, il quadro aromatico si arricchisce di frutta esotica su note di maracuja, poi pera e fiori bianchi, come iris, su un fondo mentolato che dona un tocco di verticalità aromatica.

Il sorso è snello, dinamico, dissetante, con un’acidità viva e vibrante che scorre agile lungo tutto il palato. La freschezza agrumata guida la progressione gustativa, con rimandi di pompelmo, lime e una chiusura balsamica, segno di un connubio riuscito tra le due varietà. La barrique resta appena accennata, quasi invisibile, lasciando spazio alla precisione e all’immediatezza del frutto.

Un bianco che non cerca complessità opulente, ma una piacevolezza raffinata e moderna, capace di coniugare rigore tecnico e fruibilità quotidiana, con un’anima langarola fresca, sorridente e versatile.

  1. Curtefranca Corte del Lupo Bianco – Ca’ del Bosco 2023 (Lombardia)

Un bianco di Franciacorta che rinuncia alla bolla, ma non all’eleganza. Chardonnay all’80% e Pinot Bianco al 20%, in un blend che firma lo stile raffinato di Ca’ del Bosco, portando in bottiglia l’essenza solare e accogliente della terra bresciana. Le uve provengono da vigneti situati nei comuni di Erbusco, Cazzago San Martino e Passirano, zone simbolo della denominazione. La vinificazione è condotta con rigore: fermentazione in acciaio e piccole botti, seguita da sei mesi di affinamento sui lieviti e ulteriori tre mesi in bottiglia, per scolpire una materia che aspira alla finezza.

Alla vista, il vino si presenta paglierino chiaro con riflessi verdolini, giovane e luminoso. Il profilo olfattivo è aperto, ricco, immediato: a dominare sono le note fruttate di pesca bianca, kumquat, ananas fresco e frutto della passione, accarezzate da una delicata mandorla fresca, mentre il Pinot Bianco lascia il suo segno nei cenni floreali di gardenia e rosa bianca, a conferma di una componente aromatica ben disegnata e di grande grazia.

Al palato il sorso è pieno, morbido, avvolgente, espressione chiara della solarità franciacortina. Il calore dell’annata 2023, pur difficile, è domato da una freschezza viva e una sottile tensione minerale che allungano il finale, rendendolo agile e vibrante. La presenza del legno è discreta, ma si fa sentire nella rotondità della struttura. È un vino giovane, ancora in divenire, dove il contrasto tra verticalità e morbidezza appare evidente: una bivalenza stilistica che lascia intravedere un’ottima evoluzione con qualche mese di ulteriore riposo in bottiglia.

Un Curtefranca Bianco che interpreta la classicità con spirito moderno, restituendo una beva dinamica e gastronomica, capace di far parlare la Franciacorta al di là delle bollicine.

  1. Alto Adige Chardonnay Leite – Weger 2023 (Trentino-Alto Adige)

Dalla collina di Cornaiano, nasce uno Chardonnay che punta tutto sull’essenzialità. Siamo a 600 metri di altitudine, su pendii ben ventilati e ricchi di escursioni termiche: condizioni ideali per raccogliere grappoli freschi e integri, vendemmiati a metà settembre e vinificati esclusivamente in acciaio, senza alcun passaggio in legno. La firma è quella della storica famiglia Weger, attiva dal 1820, custode di una tradizione vinicola secolare che oggi trova nella pulizia e nella precisione stilistica la sua espressione più attuale.

Alla vista, si presenta paglierino tenue con riflessi verdolini, che già anticipano un carattere snello e cristallino. Il naso è diretto, con un trionfo floreale in incipit di gelsomino, poi si allarga con pera bianca, cenni agrumati di pompelmo rosa e soffi minerali che virano verso il saponoso, a rafforzare il legame col terroir altoatesino.

In bocca il sorso è teso, affusolato, giocato tutto su acidità vibrante e mineralità tattile. Nessun fronzolo: qui domina la purezza varietale, in un registro stilistico minimalista che non rinuncia però a profondità espressiva. Il finale è essenziale ma persistente, con un ritorno armonico che rimanda ai fiori bianchi, alla scorza d’agrume e a una traccia sapida, che resta a lungo sul palato dopo la deglutizione.

Uno Chardonnay scolpito nell’acciaio, didattico e territoriale, che racconta con misura e autenticità l’anima più alpina dell’Alto Adige. Un vino di profilo chiaro e leggerezza strutturata, perfetto esempio di come la sottrazione possa generare eleganza.

  1. Alto Adige Chardonnay Ogeaner Kobler 2022– (Trentino-Alto Adige)

Dalle vigne di Magrè, nel cuore del fondovalle altoatesino, a 208 metri di altitudine, nasce questo Chardonnay firmato Kobler, vignaiolo dalla mano solida e decisa, che predilige trame vigorose e strutture importanti. L’appezzamento, piccolo cru aziendale denominato Ogeaner, affonda le radici in terreni sabbiosi e drenanti, che garantiscono maturazioni rapide e precisione aromatica. La vendemmia, avvenuta a metà settembre, ha preceduto una vinificazione in acciaio, con affinamento sulle fecce fini e fermentazione malolattica parziale. Nessuna stabilizzazione tartarica, a preservare l’identità più autentica del vino. La scelta del tappo Stelvin conferma l’impostazione stilistica volta alla linearità e alla pulizia espressiva.

Nel calice si mostra paglierino compatto con riflessi verdolini. Il primo impatto olfattivo è vegetale, con cenni erbacei e una nota lattica leggera. Emergono poi suggestioni agrumate e tropicali: lime, frutto della passione, ananas acerbo.

Al sorso domina la struttura alcolica, che imprime una sensazione asciugante e quasi severa nella chiusura. L’acidità rimane compressa, fatica ad emergere, e lascia il palato in una condizione di tensione non risolta. Il vino si sviluppa con carattere austero, quasi intransigente, dove la corrispondenza tra naso e bocca risulta disallineata: profumi freschi e tesi, ma una bocca ampia, calda e poco dinamica.

Uno Chardonnay che non cerca consenso immediato, ma racconta una visione enologica coerente con la firma Kobler: essenziale, rigorosa, muscolare, dove il territorio di fondovalle diventa protagonista non addolcito, ma descritto con cruda sincerità. Un bianco dalla personalità severa, che sfida il palato più che sedurlo.

  1. Alto Adige Chardonnay Sanct Valentin – St. Michael Eppan 2022 (Trentino-Alto Adige)

Un’icona della viticoltura altoatesina, nata nel 1986 e da allora simbolo di eleganza e coerenza stilistica. Il “Sanct Valentin” è frutto di vecchi impianti di oltre 30 anni, coltivati sulla riva destra dell’Adige, dove l’esposizione solare e i terreni caldi conferiscono maturità e struttura. La fermentazione alcolica avviene in barrique e botti di legno, seguita da un lungo affinamento di 11 mesi sulle fecce fini, a cui si deve la rotondità e la complessità del sorso.

Nel calice si presenta con giallo paglierino brillante, ravvivato da riflessi verdolini, segno di una freschezza ancora intatta. Al naso è ricco ma misurato, in perfetto stile della maison: l’incipit di nocciola tostata, cede il passo, alla rotazione, a una frutta raffinata e matura: susina mirabelle, pesca bianca, ribes bianco, seguiti da una nota agrumata di scorza di pompelmo e un finale balsamico elegante di nepitella.

In bocca è pieno, morbido, sapido, ma soprattutto bilanciato. Il calore alcolico (ben gestito) si fonde con una freschezza viva, che sostiene il sorso fino alla chiusura. Il finale è preciso, fruttato, armonico, con ritorni di uva spina, mango e pesca gialla, che confermano la qualità dell’estrazione e la padronanza della tecnica enologica.

Uno Chardonnay che non tradisce mai: ricco ma mai opulento, è la prova tangibile di come la classicità, quando ben interpretata, sappia rinnovarsi senza perdere identità.

  1. Alto Adige Chardonnay Lafòa – Colterenzio 2022 (Trentino-Alto Adige)

Un’etichetta che ha saputo ritagliarsi, anno dopo anno, uno status iconico, non solo per l’elegante veste liberty che ne avvolge la bottiglia, ma soprattutto per la sua identità stilistica netta, definita già nei primi anni ’80 da Luis Raifer, pioniere della selezione clonale e della viticoltura di precisione in Alto Adige.

Le uve provengono da vecchi impianti coltivati sui suoli morenici ben esposti attorno a Cornaiano, in un territorio collinare che coniuga maturità e tensione. Dopo una pigiatura soffice a grappolo intero, il mosto fermenta in barrique, dove avviene anche la malolattica completa. Segue un affinamento di 10 mesi sui lieviti fini con bâtonnage regolare, e altri sei mesi in bottiglia.

Nel calice, il colore è paglierino intenso e brillante. Il naso è complesso e stratificato: l’incipit fumé, con nocciola, pinolo tostato, burro e pasta di mandorla, annuncia subito il passaggio in legno, seguito da note dolci di papaya, mango maturo, pesca gialla, su un’elegante chiusura balsamica di nepitella.

Ma è in bocca che il “Lafòa” svela il suo carattere più sorprendente: non opulenza, ma misura, non ridondanza, ma cesello. Il sorso è avvolgente ma essenziale, teso da una freschezza vivida e una salinità salmastra che restituisce ritmo e profondità. La chiusura è elegante e amaricante, su ricordi di pompelmo e mandorla amara, a confermare un equilibrio tra volume e finezza.

Un bianco sapido, scolpito, che unisce struttura e precisione, con un potenziale evolutivo ancora da esplorare.

  1. Colli Euganei Chardonnay Gemola 2022 – Vignalta

Nelle assolate colline di Baone, nel cuore più caldo e generoso dei Colli Euganei, nasce un Chardonnay che racconta la mineralità vulcanica di un suolo antico. I vigneti, ancora giovani – appena sei anni – affondano le radici in terreni di rocce vulcaniche disgregate, capaci di trattenere calore e donare al frutto una maturazione piena, ma sempre sorvegliata da escursioni termiche notturne che ne preservano profumi e freschezza.

Vinificato con pazienza e misura, il vino fermenta e matura per dodici mesi in tonneaux di rovere francese, dove sosta a contatto con le fecce nobili, guadagnando struttura e profondità senza mai perdere la grazia del varietale.

Alla vista si presenta in un elegante giallo paglierino con riflessi verdolini, promessa di freschezza e gioventù. Il profilo olfattivo si apre su un’espressione dolce e solare dello Chardonnay, classica, mediterranea, avvolgente: melone candito, miele di acacia, confetto, zucchero filato, che si rincorrono tra sentori agrumati di scorza d’arancia. Seguono sfumature floreali ricercate e seducenti: mughetto, gardenia, gelsomino, che aggiungono grazia e profondità al quadro aromatico. Solo in chiusura si avverte il legno con una vaniglia ben dosata, che completa il bouquet senza sovrastarlo.

Il sorso è coerente con il naso, tutto giocato su morbidezza, frutto maturo e dolcezza controllata: il melone, la pesca e il miele tornano protagonisti all’assaggio, accompagnati da un’acidità fruttata che dona ritmo e una certa energia al palato. Il finale si arricchisce di una tostatura delicata, lieve eco del rovere, che tuttavia – in questa fase giovanile – risulta leggermente dissonante, come una nota fuori spartito che interrompe momentaneamente l’armonia complessiva.

È uno Chardonnay che punta su pienezza, espressività e rotondità mediterranea, ma che, grazie al terroir vulcanico e al lavoro rispettoso in cantina, riesce a mantenere un’identità nitida e personale, in cui il legno accompagna senza dominare, e il frutto conserva la sua luce. Con qualche mese in bottiglia, potrà affinarsi ulteriormente ed esprimere con maggiore precisione la sua anima calda e minerale.

 

  1. Friuli Isonzo Chardonnay Vie di Romans 2023 

Il vino prende il nome dal vigneto aziendale situato a Mariano del Friuli, a soli 31 metri s.l.m., su una delle terrazze più vocate dell’Isonzo, le cosiddette “Rive Alte”: un altopiano a modesta altitudine ma dalle notevoli escursioni termiche, dove la Bora si spegne lentamente verso il mare Adriatico, lasciando spazio a un microclima ideale per la maturazione lenta e completa delle uve.

Il suolo, profondo e ben drenato, con scheletro moderato e una forte presenza di argilla rossa ricca di ossidi di ferro e alluminio, dona struttura e carattere varietale. La vendemmia avviene nella terza settimana di settembre, a maturazione piena, seguita da diraspopigiatura e macerazione a freddo a 8 °C. Il mosto, chiarificato staticamente a freddo, fermenta lentamente tra i 16 e i 18 °C per circa 25 giorni. L’affinamento prosegue per 8 mesi sui lieviti selezionati in barrique, quindi 9 mesi in bottiglia, per un totale di 40.000 bottiglie prodotte all’anno.

Nel calice, si veste di paglierino intenso con riflessi dorati. Il naso si apre con note avvolgenti di frutta secca, nocciolina, mandorla tostata poi una lieve speziatura dolce di vaniglia. Alla rotazione del calice, segue un tratto agrumato fine e verticale di cedro, quindi iris e la balsamicità speziata del cardamomo. Un’impronta inconfondibile è la nota vegetale elegante di asparago selvatico, che torna puntuale anche nel finale di bocca.

Il sorso è ricco ma dinamico, con una bella energia alcolica sorretta da una nota salina che dà ritmo e tensione. Il finale è snello, sapido, sottile, con un’eleganza che conquista senza mai saturare il palato.

Un grande Chardonnay friulano, che concilia struttura e leggerezza, profondità e nitidezza aromatica.

 

  1. Chardonnay – Castello della Sala 2022 (Umbria)

Un’icona assoluta dell’enologia italiana, nata nel 1985 dalla visione di Renzo Cotarella, con l’ambizione – all’epoca pionieristica – di creare un grande bianco italiano da invecchiamento, capace di esprimere profondità, identità territoriale e vocazione internazionale. La risposta fu un blend calibratissimo di Chardonnay (prevalente) e Grechetto orvietano (G109), che da allora incarna la sintesi perfetta tra tecnica francese e anima umbra.

I vigneti, piantati con cloni francesi selezionati, si distendono attorno al Castello della Sala, tra i 200 e i 400 metri s.l.m., su terreni calcarei e argillosi, modellati dai venti che scendono dagli Appennini e spazzano via le nebbie del vicino lago di Corbara.

Le uve, raccolte nelle prime ore del mattino, subiscono una breve macerazione pellicolare a freddo (4 ore a 10 °C), prima della pressatura soffice e della fermentazione alcolica in barrique di rovere francese, dove avviene anche la malolattica parziale. A febbraio, lo Chardonnay viene travasato in acciaio dove incontra il Grechetto, vinificato separatamente in legno. L’affinamento prosegue in bottiglia per alcuni mesi nelle storiche cantine del castello, scavato nella pietra, in attesa dell’uscita sul mercato.

Nel calice si presenta in un paglierino vibrante, indice di un vino ancora nel pieno della sua giovinezza.

Il naso è in divenire, teso tra l’anima agrumata e verticale dello Chardonnay e le morbidezze calde del Grechetto. L’incipit è fresco, con scorza d’agrume candito e mela cotta, poi vaniglia, pane tostato, nocciola, coriandolo e cardamomo disegnano un profilo speziato e balsamico. Il legno è presente ma avvolgente, quasi setoso, perfettamente integrato nell’equilibrio generale.

In bocca il Cervaro 2023 sorprende per energia e slancio, in un’annata non semplice. Lo Chardonnay detta il ritmo, con un’acidità fine e lineare che ricorda lo stile borgognone. Il Grechetto entra in seconda battuta, portando corpo, calore e un guizzo sapido che accompagna il sorso verso un finale lungo, agrumato e minerale, con ritorni di frutta esotica e spezie dolci.

È un bianco di grande struttura ma sorprendente snellezza, con un potenziale evolutivo straordinario. Ogni sorso racconta la forza del terroir umbro, la precisione tecnica della maison Antinori e la storia di un vino che ha fatto scuola, senza mai perdere la voglia di rinnovarsi.

 

  1. Sicilia Menfi Chardonnay Planeta 2023 (Sicilia)

Dal cuore della Sicilia occidentale, il Chardonnay di Menfi targato Planeta è ormai da decenni un pilastro del vino bianco italiano. Le uve provengono da due storiche parcelle della tenuta: Ulmo (a 250 m slm), con terreni calcarei ricchi di ciottoli e Maroccoli (a 415 m slm), su suoli calcarei-limosi. Qui, lo Chardonnay è stato piantato nel 1985, in un progetto di lungo respiro che ancora oggi continua a evolvere.

Il 2023 segna un nuovo passo stilistico: vendemmia anticipata di dieci giorni, già a inizio agosto, per preservare tensione e freschezza. Il regime è biologico certificato e prevede la raccolta manuale in cassette da 16 kg, refrigerazione, pressatura soffice e decantazione statica a freddo (6–7 °C). La fermentazione avviene in barriques di rovere Allier da 225 l, suddivise tra 40% nuove, 30% di secondo passaggio e 30% di terzo passaggio, a temperature controllate di 17–19 °C. L’affinamento prosegue sui lieviti per 11 mesi, con bâtonnage settimanale nei primi cinque mesi e quindicinale nei successivi, prima dell’imbottigliamento.

Nel calice si presenta con un giallo paglierino caldo dai riflessi dorati, segno di una maturazione piena.

Al naso, l’annata 2023 rivela un profilo più slanciato e nordico rispetto al passato. L’apertura è balsamica, con cenni mentolati, poi si distende su zagara, bergamotto e note fruttate di pesca bianca e susina gialla, quasi sotto forma di gelatina. Seguono soffi mediterranei di melone bianco candito, gelso bianco, fico d’India e miele leggero. Il legno è presente ma mai invadente, a servizio della complessità.

Il sorso, rispetto all’opulenza di alcune annate passate, si fa più preciso e contenuto, con una spinta agrumata da lime che sorregge la progressione. La salinità finale, figlia dei suoli calcarei, dona grip e verticalità, bilanciando la struttura alcolica con un’energia gustativa ben dosata.

Pur non raggiungendo la lunghezza di altri grandi bianchi italiani come il Cervaro della Sala, mostra una nuova leggerezza e finezza espressiva, che lo rendono più affabile, moderno e dinamico. Una bottiglia che racconta l’ambizione di Planeta: reinterpretare lo Chardonnay in chiave isolana, ma con rigore sartoriale e visione internazionale.

 

  1. Meursault Les Santenots – Georges Glantenay 2022 (Borgogna, Francia)

Un bianco che ha saputo sorprendere alla cieca per la sua raffinata discrezione, espressione autentica del savoir-faire borgognone e della mineralità che da sempre definisce i grandi Chardonnay della Côte de Beaune.

Alla vista, si mostra con un giallo paglierino brillante, acceso da riflessi dorati che preannunciano struttura e maturità. Il primo impatto olfattivo è sottile e intrigante: una nota fumé netta, quasi di selce accesa, introduce a un bouquet che si arricchisce lentamente con pera matura, pesca gialla succosa, e mandorla in crema, il tutto abbracciato da un soffio di vaniglia leggera, accennata ma mai invadente, a testimoniare l’uso misurato del legno.

Il sorso è avvolgente, denso ma composto, con una materia piena che accarezza il palato con tattilità vellutata. La tensione acida, ben presente, bilancia la larghezza gustativa e guida la beva verso un finale sapido e ordinato, sebbene ancora non completamente dispiegato in lunghezza. C’è potenza contenuta, finezza in costruzione, una promessa di profondità che si intuisce più che si afferra pienamente.

Un Meursault giovane e già affascinante, che conquista per l’equilibrio tra rigore e calore, e che, con un po’ di riposo in bottiglia, saprà certamente rivelare una voce ancora più ampia e armoniosa. La bellezza, qui, non urla: si insinua silenziosamente e cresce col tempo.

 

15 sfumature di Chardonnay…
Attraverso 15 interpretazioni dello Chardonnay provenienti dai quattro angoli del mondo, si è composto un mosaico vitale, sfaccettato, sorprendente, che ha saputo restituire tutta la complessità di un vitigno infinitamente duttile, narrativo, identitario.

Dalla finezza cesellata dei cru borgognoni alla solarità affilata delle espressioni italiane, passando per l’opulenza scolpita dei grandi bianchi d’oltreoceano, ogni calice ha raccontato non solo il luogo da cui proviene, ma anche le scelte stilistiche, il gesto enologico, il tempo e la mano che lo ha generato.

Una degustazione che ci ha raccontato un dialogo tra mondi e sensibilità diverse, sottolineando come lo Chardonnay sia, più che un semplice vitigno, una forma di linguaggio enologico universale: capace di adattarsi, di trasformarsi, di restituire nel bicchiere tanto il terroir quanto la visione del produttore.

In un momento storico in cui il vino rischia talvolta l’omologazione, questa selezione ha invece mostrato la bellezza della diversità, della ricerca e della coerenza stilistica. Ciò che accomuna questi quindici Chardonnay – pur così distanti per latitudine, suolo, vinificazione – è, infatti, il rigore, la cura, la volontà di esprimere un’identità autentica.