Nel 2005 la cantina dell’azienda vinicola moldava Mileştii Mici fu registrata nel Guinness World Records per la più grande collezione di vini al mondo: oltre 1,5 milioni di bottiglie, conservate nella più grande cantina del pianeta, con 55 (allora, oggi sono molti di più) km sotterranei dai 40 agli 80 metri di profondità. Come era prevedibile, questa scoperta destò la curiosità di molti appassionati, che si domandarono come mai la più grande collezione di vino fosse nascosta in un piccolo paese vicino al Mar Nero. Semplice: tanto per cominciare, è risaputo che i primi passi della vitivinicoltura non furono fatti né dai francesi né dagli italiani – che si giocano ogni anno il primato nella produzione – ma proprio nella zona caucasica, tra il Mar Nero e il Caspio. Inoltre, non va dimenticato che la Moldavia è stata una delle principali cantine dell’immensa Unione Sovietica, con numeri di bottiglie da capogiro. 

Proviamo quindi a conoscerla meglio, la Moldavia enologica, un paese di dimensioni relative (circa 34.000 kmq, meno di 1/9 dell’Italia), con molte caratteristiche adatte alla viticoltura e che vanta oggi 112.000 ettari vitati (per avere un riferimento, circa il doppio dei vigneti della Toscana) e una grande diversità di terroir. L’altitudine media del paese fa sorridere (147 metri, con un ‘picco’ di 430 metri, la dealul Bălănești), mentre le precipitazioni sono modeste ovunque e scarse al sud; la temperatura va dai –6 °C a Gennaio ai +30 °C in estate. Siamo alla stessa latitudine del Nord Italia e della Francia meridionale, i vigneti sono protetti a ovest dai Carpazi e il clima è continentale, ereditato da un clima subtropicale che aveva favorito la crescita di foreste, le cui radici hanno contribuito a formare particolarissime terre scure (chernozem) ricche di calcio e altre sostanze organiche, presenti soprattutto al sud.

I vini nell’epoca sovietica • In Moldavia – grazie alla citata varietà di microclimi e di terroir – si produce un’ampia tipologia di vini fin dai tempi dell’Unione Sovietica, quando il paese – essendo una delle due principali zone di produzione – doveva contribuire a soddisfare le esigenze di milioni di consumatori. In quel periodo la produzione del vino era divisa in due fasi: in alcune cantine si portava l’uva e si ammostava, dopodiché il mosto veniva trasferito in un altro stabilimento, dove diventava vino e veniva affinato. Proprio Mileştii Mici – un’ex miniera di pietra calcarea, con una superficie sotterranea immensa e una temperatura costante (12-14 °C) – era una spettacolare cantina naturale e divenne una di quelle che svolgevano la seconda fase della produzione: ecco perché conserva ancora oggi i vini più rari dell’epoca. Vini che dicono molto sui gusti e sui consumi del quarantennio seguìto all’ultimo dopoguerra in URSS. 

Ad esempio, per celebrare il capodanno ortodosso, in ogni famiglia sovietica si brindava con una leggendaria bottiglia verde, etichettata – attenzione! – Советское Шампанское (Sovjetskoje Shampanskoje, cioè champagne sovietico), un vino frizzante di basso prezzo prodotto con Metodo Charmat per consumi di massa. All’epoca non contava la provenienza del vino o il metodo di preparazione e qualsiasi vino spumante, in russo, si chiamava Shampanskoje (sì, proprio champagne). Ovviamente, il termine era consentito con dei limiti: doveva essere scritto solo nella grafia in cirillico e solo per bottiglie destinate al mercato interno. All’estero, gli stessi vini si vestivano con l’etichetta Советское игристое (Sovietskoje Igristoje, cioè spumante sovietico). 

I requisiti per la produzione del Metodo Classico erano invece molto severi e non tutte le aziende erano in grado di produrli. In Moldavia questo ruolo era svolto dall’azienda Cricova, anch’essa famosa per le sue estesissime cantine sotterranee e che continua ad essere la numero 1 per le bollicine (sia Metodo Classico che Martinotti che vini frizzanti). I vini spumanti si producevano utilizzando i classici vitigni francesi (Chardonnay, Pinot Noir, Meunier) e i Moscati, molto richiesti nella versione dolce. 

Oggi questi vini non sono più di moda, anche se è sopravvissuto un vino dolce, il Cahor, il cui nome deriva da uno dei primi vini distribuiti in Russia, proveniente dalla città francese di Cahors. Il Cahor moldavo è a base di Cabernet Sauvignon e deve la sua lunga vita alle pratiche religiose. Nel rito della comunione, la chiesa ortodossa – che utilizza anche il vino, simbolo del sangue di Cristo e quindi necessariamente rosso – aveva bisogno di un prodotto di qualità e di lunga conservazione. Il clima freddo della Moldavia e le elementari tecniche di viticoltura di allora non permettevano alle viti di arrivare a piena maturazione fenolica, perciò era difficile produrre vini duraturi. Si scelse così di fare un vino dolce, bloccandone la fermentazione con l’aggiunta di alcol. La storia del Cahor moldavo finisce nel 2013, quando lo storico accordo tra Moldavia e Unione Europea ha imposto l’abbandono di questo nome (per salvaguardare quello del Cahors originale francese), che a partire dal 2018 – dopo tre secoli di storia – ha cambiato il suo nome in Pastoral. L’accordo con la UE ha fatto seguito alle restrizioni imposte ai vini moldavi dai dazi della Russia, che era il principale importatore.  

Una storia simile a quella del Cahor moldavo è accaduta per un distillato di alta qualità, che oggi si chiama Divin, ma che per anni è stato commercializzato addirittura come Cognac (sic!). I superalcolici sono prodotti in tutto il paese, ma forse i migliori sono quelli della Kvint, azienda di Tiraspol, la ‘capitale’ della Transnistria (cioè la parte della Moldavia al di là del fiume Dniestr – qui chiamato Nistru – lungo il confine con l’Ucraina).

La moderna viticoltura moldava • In Moldavia si utilizzano soprattutto vitigni francesi (73%), oltre ai caucasici (17%) e alcuni autoctoni (10%), comuni con la Romania. Le varietà indigene meritano attenzione, perché il governo moldavo non contribuisce allo studio della diversità genetica e alcune rischiano l’estinzione. I più impiantati sono quelli del gruppo Fetească (Fetească Alba, Fetească Neagră e Fetească Regală), oltre a Rara Neagră e Viorica. Ci sono anche alcuni autoctoni ‘dimenticati’, recuperati da alcuni viticoltori, come i bianchi Alb de Oniţcani di Novak Winery e Riton di Gogu Winery e il rosso Kodrinsky di Atu Winery. I vitigni francesi più coltivati sono Cabernet Sauvignon, Aligoté, Merlot, Sauvignon Blanc e Chardonnay, mentre tra i caucasici si segnalano Saperavi (uva rossa tintoria) e Rkaţiteli (uva bianca, adatta anche per vini macerati).

Il registro dei vigneti è tenuto dall’Oficiul Naţional al Viei şi Vinului (ONVV), creato dai produttori e dal Ministero dell’Agricoltura per il controllo e la promozione. Come abbiamo detto, dopo il crollo dell’Unione Sovietica i vini moldavi hanno continuato ad essere esportati soprattutto in Russia, che però – tra il 2006 e il 2013 – ha via via introdotto crescenti restrizioni all’importazione, divenuti alla fine veri e propri embarghi. Così i viticoltori moldavi, per cercare nuovi mercati in Occidente, hanno cominciato a investire sulla qualità, creando appunto l’ONVV e il marchio Wine of Moldova da presentare nelle fiere internazionali.

Le zone vinicole • Dei 112.000 ettari vitati, il 70% è coltivato con vitigni a bacca bianca. Il fatto che la Moldavia vanti diversi terroir porta i vini moldavi a non avere caratteristiche organolettiche omogenee. Così, dal 2012, in Moldavia sono state individuate 3 grandi zone vinicole: Codru (Bosco, al centro), Valul Lui Traian (Vallo di Traiano, a sud-ovest) e Ștefan Vodă (Principe Stefano, a sud-est), oltre alla piccola Bălţi (a nord). La zona di produzione del distillato Divin copre l’intero territorio, anche se la maggior parte è prodotto proprio nella zona più fredda settentrionale, quella meno adatta ai vini. Vediamo le aree in dettaglio.

Codru (Bosco) si trova al centro. 60.000 ettari di vigneti, oltre 310 giorni di sole all’anno, una temperatura media  di 10-12 °C, precipitazioni annue di 550-700 mm, esposizione a sud-est e a sud-ovest, altitudine di 150-250 metri e abbondanza di foreste (da cui la zona prende il nome), che proteggono i vigneti dalle gelate primaverili e dalla siccità estiva. I rilievi molto frastagliati e la diversità dei suoli permettono una produzione molto variegata. Qui trovano la loro migliore espressione i vitigni a bacca bianca, impiegati sia per vini fermi che frizzanti da Fetească Alba, Sauvignon Blanc, Riesling e Traminer Rosa e qui si trovano anche le due cantine più famose, Mileştii Mici e Cricova. Cricova è nota per la produzione di spumanti e per le collezioni storiche, come quella che – durante il conflitto mondiale – il gerarca nazista Goering aveva trafugato e che poi, a fine guerra, le armate sovietiche recuperarono. Anche la cantina Romaneşti, quella della famiglia reale Romanov, si trova qui.

I vini di Codru hanno una maggiore acidità, ma manca uno stile caratteristico e la produzione è orientata a vini di vendita piuttosto immediata, cioè bianchi legnosi, rossi carichi di colore e un numero elevato di rosati, molto richiesti dal mercato interno. Si ha spesso la sensazione di vini fatti più in cantina che in vigna, con profili organolettici omogenei e omologati, frutto del lavoro di lieviti selezionati. Per una vinificazione di alta qualità, che preveda anche l’invecchiamento, la strada appare ancora lunga.

Ma esistono, tuttavia, alcuni vini che riflettono pienamente il territorio. È il caso della freschissima Fetească Regală di Château Vartely, con delicati profumi di fiori bianchi di campo e gusto di mela verde, di media persistenza. Molto interessante anche il Sauvignon Blanc di Asconi: oltre a un naso complesso, con riconoscibili note di foglia di pomodoro ed erba appena tagliata, stupisce per la piacevole acidità e la persistenza, con una chiusura abbastanza morbida ma citrina tipica dei Sauvignon moldavi. Per quanto riguarda i vitigni a bacca rossa, merita attenzione il Roşu Imparat di Minis Terrios: assemblato con Fetească Neagră, Rară Neagră e Cabernet Sauvignon, ha un naso molto complesso e accentuate note di ciliegia caramellata e prugna essiccata, oltre a un tannino morbido, con un retrogusto di cioccolato e vaniglia che non lascia indifferenti.

Valul Lui Traian (Vallo di Traiano) prende nome dalla storica fortificazione fatta costruire dall’imperatore per proteggere l’impero romano dalle incursioni barbariche. I suoi 43.000 ettari di vigneti sono distribuiti su un territorio anche qui piuttosto disomogeneo, suddiviso idealmente in due sottozone: l’altopiano di Tigheci (300 m) e la steppa pianeggiante (40-80 m) di Bugeac, il territorio più giovane della Moldavia, emerso per ultimo dalle acque del Mare Sarmatico. Con clima più caldo e meno precipitazioni, ha la vegetazione tipica della steppa, formata da praterie e arbusti ricchi di chernozem (le terre scure con altissima percentuale di calcio e bassa quantità di humus), un terreno non fertile ma adatto alla coltivazione della vite. Proprio a causa di questa infertilità, la zona fu per molto tempo disabitata, finché non fu annessa alla Russia, nel 1812. La Russia favorì il ripopolamento insediandovi contadini bulgari e, soprattutto, gagauziani, un popolo di origine turca che ha poi dato il nome a un’entità territoriale autonoma, la Gagaùzia, nella parte orientale della zona. 

Le condizioni pedoclimatiche hanno favorito lo sviluppo dei vitigni a bacca rossa, che qui occupano il 60% dei vigneti e che danno vini intensi nel colore e abbastanza tannici. Inoltre, la zona ha un’importante tradizione di vini da dessert. 

Nell’epoca sovietica molte cantine gagauziane erano dedite alla prima fase della produzione dei vini, cioè la trasformazione dell’uva in mosto per le cantine intorno alla capitale. Tra le cantine storiche merita oggi una menzione Gitana Winery, un’azienda familiare con un proprio stile: grazie al terroir del Tigheci e ai lieviti indigeni, si producono vini molto interessanti. I migliori risultati si ritrovano nel Riesling Mănăstirea, che in molte sfumature racconta il territorio, e nel rosso Lupi (a base di Saperavi, Cabernet Sauvignon e Merlot), considerato uno dei migliori vini moldavi. Vinuri de Comrat – antica cantina nel cuore della Gagaùzia – si è per molti aspetti modernizzata, pur se conserva lo spirito (oltre ai decori, agli arredi e alle apparecchiature) di epoca sovietica. I suoi vigneti si trovano nella steppa di Bugeac e i vini sono molto fruttati e di pronta beva. Una particolare attenzione merita il loro Saperavi, un vino prodotto da viti di 35 anni che aiuta a capire la differenza tra il Saperavi georgiano e quello moldavo: nella sua terra di origine, il vitigno è più intenso e potente; qui, nella steppa, il Saperavi assume un carattere più femminile, pur se con tannini nervosi, un bel colore rubino intenso, una lunga persistenza e un’alta bevibilità. È una cantina rimasta fedele alle tradizioni e non segue troppo le tendenze: qui i vini si fanno, come si dice, con l’anima, e non mancano i riconoscimenti, anche per i vini da dessert, molto richiesti dal mercato. Non molto lontano si trova un’altra cantina storica, la Tomai Vinex, che – nonostante si sia molto rinnovata in tecnologia – conserva alcuni grandi fusti di acciaio dell’epoca sovietica da 20.000 litri (alti anche 6,80 metri!), inusuali per l’occhio europeo, che appaiono come i fantasmi di un paese scomparso. Tra i loro vini segnaliamo il Negru de Tomai, un blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Saperavi, ottimo esempio di taglio bordolese ‘allargato’. 

Insieme alle grande cantine, nel Valul Lui Traian esistono piccoli produttori che amano sperimentare, come la Novak Winery, che opera con cantina gravitazionale e vinificazioni separate. Ne derivano vini speciali, esplosivi ed energici, capaci di esprimere il territorio e il carattere del viticoltore, con un misurato uso del legno. Segnaliamo il bianco Alb de Oniţcani Rkaţiteli, un vino con un bouquet complesso, morbido, avvolgente, piacevole e di grande beva, che la chiusura agrumata, in particolare di scorza di lime, rende inconfondibile. 

Ştefan Vodă (Principe Stefano) è la zona più piccola (10.000 ettari vitati), ma è la più famosa all’estero. Si trova nella parte sud-est, ha precipitazioni molto limitate ma gode di un microclima speciale: l’influenza del fiume Dniestr (Nistru), la vicinanza del Mar Nero, le temperature elevate e il chernozem consentono la produzione di vini pieni e ricchi di profumi. A questo microclima ben si adatta il Rara Neagră, vitigno resistente a fillossera e oidio, e qui troviamo i migliori rossi moldavi.

I vigneti più conosciuti sono quelli del villaggio Purcari: proprietà monastica fino al XVIII secolo, nel 1827 l’imperatore Nicola I volle costruirvi la prima cantina per rifornire le famiglie reali e imperiali, con buoni risultati, dimostrati da un importante riconoscimento all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Ai tempi dell’URSS, l’unico vino esportato era il Roşu de Purcari (Cabernet Sauvignon, Merlot, Malbec), con l’etichetta in inglese. Un’altra cantina storica è Salcuţa, oggi di proprietà della famiglia Pislaru. I bianchi meritano grande interesse: freschi, profumati, persistenti, facili da bere, sono ottimi come aperitivo. Un esempio? Il bianco autoctono Viorica. Anche in questa zona sono presenti viticoltori new wave, che stanno rinnovando e marchiando un nuovo corso in Moldavia, come la Gogu Winery. Il giovane Ilie Gogu lavora da solo nella sua cantina gravitazionale e la passione e l’abilità enologica gli permettono di produrre quello che a mio avviso è il miglior Sauvignon Blanc moldavo. 

Nonostante gli sporadici esempi di new wave, in generale la vitivinicoltura moldava è ancora diffidente verso il nuovo. Mentre il resto del mondo sperimenta un’ampia conversione biologica e biodinamica, qui i biodinamici stentano ad emergere. In questa zona il primo produttore biodinamico è stato Gheorghe Arpentin, con la sua azienda Les Terres Noires e il marchio Pelican Negru. Assistito da Nicolas Joly e Christophe Ehrhart, ha creato straordinari vini rossi con vitigni bordolesi e autoctoni, come il Velvet Red Blend (Cabernet Franc, Merlot, Cabernet Sauvignon), affinato in rovere moldavo. Un altro produttore di grido è Constantin Stratan, che produce con l’etichetta Equinox. La cantina ha una dimensione artigianale e tra i suoi migliori vini vi sono Echinoctius – stesse varietà del Roşu de Purcari – e  5 Elemente, un vino nato in modo fortuito per un cattivo raccolto del 2010 e che assembla Syrah, Merlot, Carmenère, Rară Neagră e Malbec. Sulla scia di questo successo, l’azienda ha poi prodotto anche il 5 Elemente Alb e il 5 Elemente Orange, quest’ultimo macerato e non filtrato, uno dei migliori esempi di vino orange moldavo. 

Al piacere di degustare vini così sorprendenti fa da contraltare la triste considerazione che la maggior parte dei vini moldavi (77%) viene esportata come vino sfuso per Bielorussia, Russia e Georgia. Dove finisca questo vino non si sa esattamente, ma quasi sempre è imbottigliato e venduto senza la sua vera indicazione di origine. Questo conferma che la strada per affermare l’identità della vitivinicoltura moldava è davvero tutta da costruire. La speranza è che il sentiero indicato da alcuni dei suoi esponenti più coraggiosi e lungimiranti possa diventare un esempio da seguire per arrivarci.

Quando succederà, cari lettori, spero che il pensiero vi riporti a questo articolo.