Tra i numerosi vini degustati alla cieca in Alma-AIS, una delle sorprese più inaspettate si è verificata con il Rosso Graticciaia 1989, un vino pugliese libero da disciplinari prodotto da Agricole Vallone. 

L’azienda mosse i primi passi nell’Ottocento a San Pietro Vernotico (Brindisi) con il commendatore Vincenzo De Marco, che diede il via alla commercializzazione di vini sfusi destinati a Toscana e Francia. Il matrimonio di sua figlia col professor Donato Vallone unì le rispettive aziende familiari (quella di Flaminio di Brindisi e quella della Tenuta di Lore di San Pancrazio Salentino) e il successivo coinvolgimento dei loro figli nell’attività vitivinicola fece emergere la figura di Franco Vallone, determinante per l’evoluzione della cantina, che negli anni ’70 riuscì ad esportare in America il primo vino etichettato con la DOC Brindisi. Nel 1979 Franco morì prematuramente, lasciando ai figli la guida dell’azienda, rimasta a conduzione familiare fino ad oggi, con la quarta generazione dei Vallone.

Oggi questa realtà – ormai riconosciuta come un’eccellenza a livello nazionale – possiede 500 ettari di vigneti, suddivisi in tre zone (San Pancrazio Salentino, San Pietro Vernotico e Carovigno), in cui sono coltivate anche alcune varietà autoctone meno comuni, come l’Ottavianello e il Susumaniello.

Nel 1986 si decise di produrre un vino dalla forte identità territoriale e si puntò sul vigneto storico di Caragnuli, nella zona di San Pancrazio, con piante di Negroamaro ad alberello con più di 50 anni di età su un terreno calcareo-argilloso. Si scelse di produrlo facendo un’accurata selezione delle uve e sottoponendole a un breve periodo di appassimento sui graticci (ed ecco spiegato il nome del vino) in prossimità del Castello di Serranova, dove l’ottima ventilazione permette alle uve di concentrare gli zuccheri senza essere attaccate da eventuali muffe. Il vino riposa poi in pièce di rovere francese (Allier) per circa un anno.

Nel calice vediamo un vino rosso di buona trasparenza, con un’ottima luminosità che fa risaltare i riflessi aranciati, ben presenti ma che danno l’impressione di un vino assai vivo.

L’impatto olfattivo è principalmente ferroso, con un piccolo accenno ossidativo, ma subito dopo è una nota di fico maturo e dolce a prevalere, seguita da prugna scura macerata e fiori un po’ appassiti in sottofondo, che prolungano una successione di vari profumi fino ad arrivare, nel finale, a un ricordo di carruba.

In bocca il vino è esplosivo. Ritornano i richiami floreali già percepiti al naso, il tannino e l’acidità sono finissimi e uniti, il gusto è saporito, direi salino, con una varietà complessiva che mi affascina. Il finale è asciutto e lunghissimo e mi riporta a un gusto antico che non riesco a definire.

Un vino che stimola la curiosità e, quando ci viene finalmente concesso di vedere l’etichetta, resto davvero spiazzato: avrei detto di tutto, ma non che potesse trattarsi di un vino pugliese! Il naso mi aveva portato a pensare al Piemonte, a qualche Nebbiolo di razza, mentre il gusto mi aveva evocato addirittura un grande Marsala secco.

Che dire? Un vino dinamico, che durante la degustazione ha fatto viaggiare e scatenare la fantasia: una grande sorpresa e un’esperienza tutta da ricordare, non c’è alcun dubbio.