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	<title>Vini in vetrina &#8211; Il Salotto del Vino</title>
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	<title>Vini in vetrina &#8211; Il Salotto del Vino</title>
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		<title>Donne del Vino Toscana e Piemonte: a Firenze il calice racconta territori, visioni e nuove geografie del vino italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sara Calimari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 05:02:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
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					<description><![CDATA[All’Hotel Mediterraneo di Firenze, organizzata da AIS Toscana e AIS Firenze, la serata dedicata alle Donne del Vino di Toscana e Donne del Vino del Piemonte ha riunito produttrici, territori e storie familiari in un racconto]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>All’Hotel Mediterraneo di Firenze, organizzata da AIS Toscana e AIS Firenze, la serata dedicata alle <strong>Donne del Vino di Toscana e Donne del Vino del Piemonte</strong> ha riunito produttrici, territori e storie familiari in un racconto corale guidato dal delegato AIS Firenze, <strong>Massimo Castellani</strong>. Un appuntamento nato per valorizzare vini e aree produttive capaci di esprimere identità forti, talvolta meno conosciute dal grande pubblico, ma ricche di personalità e prospettive.</p>
<p>Non una sfida tra regioni, ma un incontro di sguardi. Non una passerella di etichette iconiche, ma un viaggio dentro quelle denominazioni che, lontano dai riflettori più abbaglianti, stanno scrivendo alcune delle pagine più interessanti del vino italiano contemporaneo.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7792" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-1-1.jpg" alt="" width="1020" height="720" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-1-1.jpg 1020w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-1-1-480x339.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-1-1-768x542.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-1-1-465x328.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-1-1-695x491.jpg 695w" sizes="(max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /></p>
<p>Dall’Alta Langa al Gavi, dall’Erbaluce di Caluso al Timorasso, dal Roero all’Albarossa; e poi la Toscana della costa, della Maremma, di Bolgheri, Suvereto, Carmignano, Montecucco e Orcia. Due regioni fondamentali del vino italiano si sono incontrate non attraverso i nomi più prevedibili, ma tramite interpretazioni laterali, vitigni recuperati, territori di confine, scelte agronomiche coraggiose e sensibilità produttive profondamente legate alla terra.</p>
<p>Il valore della serata è stato proprio questo: accanto all’analisi tecnica dei vini, il pubblico ha potuto ascoltare le voci delle produttrici, i percorsi familiari, le intuizioni imprenditoriali, il rapporto con la sostenibilità, la fatica e la bellezza di lavorare ogni giorno in vigna. Il vino, così, non è rimasto soltanto nel bicchiere: è diventato memoria, paesaggio, scelta di vita.</p>
<p>Ad aprire la degustazione è stata <strong>Ivana Brignolo Miroglio</strong> con <strong>Tenuta Carretta</strong>, storica realtà di Piobesi d’Alba, nel cuore del Roero. Un’azienda in cui passato, presente e futuro convivono in equilibrio, sostenuti dal lavoro della famiglia Miroglio e da una visione condivisa: produrre vini di qualità, importanti ma piacevoli, capaci di restituire il valore del territorio attraverso competenza, passione e trasparenza.</p>
<p>Nel calice, <strong>Alta Langa DOCG Airali Pas Dosé 2022</strong>, da Chardonnay e Pinot Nero, con 36 mesi sui lieviti. Si presenta in un paglierino dai riflessi dorati, luminoso, attraversato da una bolla fine, continua, centrale ed elegantissima. Al naso prevale inizialmente l’anima dello Chardonnay, con note agrumate di lime, una sfumatura balsamica di nepitella e cenni di pasticceria, tra crema e panificazione, figli della lunga sosta sui lieviti.</p>
<p>Al sorso, invece, emerge il Pinot Nero: l’ingresso è nervoso, attraversato da un’acidità prorompente che incide il palato con richiami di arancia rossa. La sapidità dà volume e spessore, allunga la persistenza e riporta su ricordi di fragola, ribes rosso e ancora arancia sanguinella. La chiusura, leggermente amaricante, ha un tratto quasi metallico, silex, nato dall’incontro tra acidità e sapidità. Una bolla tesa, verticale, di grande precisione.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-7793" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-1024x576.jpg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-1024x576.jpg 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-480x270.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-768x432.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-1536x864.jpg 1536w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-2048x1153.jpg 2048w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-465x262.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-2-695x391.jpg 695w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Con <strong>Franca Poggio</strong> e <strong>Il Poggio di Gavi</strong> il racconto si sposta nel sud del Piemonte, a soli trenta chilometri da Genova. Qui il Gavi respira già aria ligure: il “marin”, vento caldo e salato che arriva dal mare, attraversa vigne, boschi e colline. La famiglia Poggio ha costruito negli anni un progetto fondato sull’accoglienza, sulla sostenibilità e sulla riscoperta del cru storico di Rovereto, sottozona caratterizzata da terre rosse, argillose e ricche di ferro.</p>
<p>Il <strong>Gavi del Comune di Gavi Rovereto DOCG Etichetta Nera 2022</strong> nasce da Cortese in purezza. Nel bicchiere è paglierino con riflesso dorato vibrante. Si presenta come un vino sottile, aereo, coerente con la firma del vitigno, ma al tempo stesso dotato di profondità. Il naso si apre sul frutto esotico, tra ananas e melone bianco, poi susina gialla, cenni minerali eleganti quasi di cipria, erbe aromatiche nel ricordo del timo, e un floreale raffinato che dal tiglio in fiore conduce al gelsomino, alla rosa gialla e infine al tè bianco.</p>
<p>Il sorso ha spessore, sostenuto dalla sosta sulle fecce fini, ma trova equilibrio in un’acidità agrumata che lo mantiene dinamico. È un vino piemontese che sa di mare: la chiusura salina richiama tanto l’antico mare che ha modellato questi suoli quanto la Liguria vicina. Un Gavi cremoso e verticale insieme, capace di raccontare Rovereto con carattere e misura.</p>
<p>Con <strong>Lia Falconieri</strong> e <strong>Cieck</strong> si arriva a San Giorgio Canavese, tra Torino e Ivrea, in un anfiteatro morenico nato dal ritiro del ghiacciaio Balteo. Sabbie, ghiaie e ciottoli disegnano terreni complessi, dove l’Erbaluce trova una delle sue espressioni più identitarie. Cieck nasce nel 1985 dal sogno di Remo Falconieri, figlio di contadini e progettista all’Olivetti, soprannominato da Carlin Petrini “l’Archimede delle bollicine”. Oggi l’azienda continua con Lia Falconieri e Domenico Caretto, custodendo vigne storiche, alcune anche a piede franco.</p>
<p>Il <strong>Vigna Misobolo Caluso DOCG 2023</strong> è Erbaluce in purezza, proveniente da una vigna di oltre cinquant’anni, a 320 metri di altitudine. Misobolo è un nome catastale storico, legato al santuario locale, luogo del cuore per molti canavesani. L’annata 2023 è stata complessa: la peronospora ha ridotto drasticamente la produzione, soprattutto su piante già vecchie, portando però maggiore concentrazione nei grappoli rimasti.</p>
<p>Nel calice il vino è paglierino di media fittezza, con riflessi dorati e vibranti. Il naso parla di pesca, albicocca, ginestra, fienagione, poi si apre a cenni mediterranei di elicriso, timo e salvia, con una sottile traccia minerale e salmastra. Il sorso entra morbido, quasi accogliente, poi l’acidità taglia come una sciabola, accendendo ricordi agrumati che conducono a una chiusura sapida, lunga, luminosa. Un Erbaluce che unisce potenza e grazia, antico nella memoria e modernissimo nella precisione.</p>
<p>La Toscana entra in scena con <strong>Antonietta Scornajenghi</strong> e il <strong>Vermentino Maremma DOC Frieda 2024</strong> di <strong>Colli del Vento</strong>. Qui il paesaggio è quello della costa tirrenica: luce, vento, mare e suoli calcarei ricchi di sassi, capaci di imprimere una vena sapida evidente. Il Vermentino, vitigno camaleontico, assorbe il carattere dell’ambiente, ma richiede grande attenzione agronomica: tende infatti a perdere acidità in maturazione a favore degli zuccheri, e per preservarne freschezza e profilo varietale servono tempi di raccolta accurati.</p>
<p>Il vino si presenta paglierino e si apre su ricordi di pesca bianca, cedro, timo e incenso selvatico. Al sorso arriva netto il mare: la salsedine accompagna una pienezza fruttata che si distende su pesca, pera e anice, richiamando l’anima vegetale ed erbacea del vitigno. Un Vermentino solare ma non largo, mediterraneo ma ben governato, dove la luce della Maremma trova equilibrio nel vento e nel sale.</p>
<p>Con <strong>Paola Longo</strong> e la <strong>Tenuta della Cascinassa</strong> si torna in Piemonte, nei Colli Tortonesi, patria del Timorasso, vitigno antico e difficile, oggi considerato uno dei grandi bianchi italiani da invecchiamento. La tenuta nasce dal desiderio della famiglia Dell’Acqua di restituire valore a un territorio autentico, non come semplice investimento agricolo, ma come progetto di vita. Vigneti, boschi, prati spontanei e aree non coltivate convivono in un ecosistema dove la biodiversità è parte integrante della qualità.</p>
<p>Il <strong>Baloss Colli Tortonesi Timorasso DOC 2023</strong> si offre in un oro vibrante. Al naso emergono pietra focaia, pesca bianca, timo, tiglio, lime e talco. Il sorso è pieno, materico, attraversato da un’acidità che taglia su note agrumate di pompelmo e cedro. La sapidità distende il finale, che chiude su ricordi di anice e burro di arachidi. Il profilo richiama quasi il Riesling per tensione minerale e freschezza, ma la chiusura ammandorlata riporta con decisione al carattere varietale del Timorasso. Un bianco di struttura, profondità e prospettiva.</p>
<p>La Maremma torna con <strong>Milena Caccuri</strong> e il <strong>Moré Morellino di Scansano DOCG 2022</strong> di <strong>Monterò</strong>. Nel bicchiere è rubino fitto, con riflesso carminio. Il naso si svela nel frutto scuro di cassis e mora di gelso, poi si apre a cenni balsamici di alloro, radice di china, anice, resina e liquirizia. Seguono ricordi di cuoio, viola mammola e macchia mediterranea, tratto profondamente identitario del Morellino.</p>
<p>Al sorso l’ingresso è scalpitante, segnato da un’acidità agrumata che richiama l’arancia amara. Il tannino è docile, fruttato, con ritorni di ciliegia durone. La sapidità finale allunga su arancia amara e ribes rosso. È un vino snello, dinamico, capace di nascondere il lato alcolico dietro freschezza e ritmo. Un rosso mediterraneo senza eccessi, più agile che muscolare.</p>
<p>Con <strong>Bruna Grimaldi</strong> e il <strong>Dolcetto d’Alba DOC San Martino 2024</strong> si entra nel cuore delle Langhe, tra Grinzane Cavour e Serralunga d’Alba, territorio Unesco dove la famiglia Grimaldi coltiva da generazioni la vite. Il Dolcetto, vino quotidiano per eccellenza della Langa, porta con sé una lunga tradizione: il nome rimanda alla dolcezza dell’uva, non del vino, che resta secco, fragrante e conviviale.</p>
<p>La 2024 è stata un’annata molto piovosa, ma il Dolcetto, germogliando tardi e maturando presto, ha saputo evitare le criticità più importanti. Nel calice si presenta rubino di media fittezza con riflesso amaranto. Il naso si apre sulla viola, poi abbraccia il frutto con ciliegia e frutti di bosco, chiudendo su un balsamico di alloro. Il sorso è equilibrato tra tannino fruttato e sapidità, che insieme costruiscono una texture materica. Resta però beverino, piacevole, succoso: esattamente ciò che ci si aspetta da un buon Dolcetto, vino di tavola, di amicizia, di immediatezza, ma mai banale.</p>
<p>La Toscana del Montecucco arriva con <strong>Patrizia Chiari</strong> e il <strong>Viandante Montecucco Sangiovese Riserva DOCG 2019</strong> di <strong>Tenuta Impostino</strong>. Il nome stesso evoca cammino, forza, appartenenza: al viandante è dedicato questo Sangiovese, pensato per rappresentare il carattere generoso e deciso del territorio. Le vigne godono di una posizione privilegiata, in un corridoio ideale tra Amiata e Tirreno, dove inversioni termiche e ventilazione costante favoriscono maturazioni lente e complesse.</p>
<p>Il vino nasce dal vigneto Alto Poggio, su terreni ricchi di scheletro, con roccia madre affiorante, capaci di contenere naturalmente la produttività e concentrare l’espressione del Sangiovese. Nel calice è rubino fitto, con riflessi carminio. Il naso si apre sul floreale di violetta, poi caramella alla liquirizia, alloro, frutto scuro in gelatina di mora e un finale di caffè. Al sorso il frutto scuro domina la trama tannica, succosa e profonda, accompagnata da una piacevole piccantezza. Un Sangiovese pieno, territoriale, con passo lento e sicuro.</p>
<p>Con <strong>Michela Marenco</strong> e l’<strong>Albarossa Piemonte DOC 2023</strong> di <strong>Marenco</strong> il racconto si fa ampelografico. L’Albarossa nasce nel 1938 dagli studi del professor Giovanni Dalmasso, che voleva unire la freschezza e la resistenza della Barbera con l’eleganza del Nebbiolo. L’incrocio, poi identificato come Barbera e Chatus, antico vitigno noto anche come Nebbiolo di Dronero, fu inizialmente chiamato XV/31 e poi Albarossa, in omaggio alla città di Alba.</p>
<p>Marenco, azienda nata nel 1925 a Strevi, nell’Alto Monferrato, è oggi guidata dalle nuove generazioni della famiglia, con vigneti distribuiti tra le colline vocate al Moscato, al Brachetto e alla Barbera. Tutti i vini sono prodotti da varietà autoctone coltivate nei vigneti di proprietà, con attenzione costante alla sostenibilità.</p>
<p>L’Albarossa 2023 si presenta rubino fitto con riflesso amaranto. Al naso ricorda subito la Barbera nel frutto di amarena e visciola, poi si apre alle erbe aromatiche, al balsamico di alloro, all’incenso selvatico e alla viola. Il sorso è segnato da un’acidità fruttata, ancora su ricordi di visciola; il tannino entra con discrezione solo nel finale. Il profilo si allunga sulla sottigliezza e chiude con pepe ed erbe officinali. Un vino curioso, moderno nel racconto e profondamente piemontese nell’energia acida.</p>
<p>Con <strong>Beatrice Contini Bonacossi</strong> e <strong>Villa di Capezzana Carmignano DOCG 2022</strong> si approda in uno dei territori più antichi e affascinanti della Toscana del vino. La Tenuta di Capezzana appartiene alla famiglia Contini Bonacossi dal 1926, ma la coltivazione della vite e dell’olivo in questi luoghi risale all’epoca etrusca.</p>
<p>Il Carmignano di Capezzana nasce da Sangiovese e Cabernet, in un territorio dove questo incontro non è moda recente, ma memoria storica. Nel calice è rubino fitto, con riflesso carminio. Il naso si apre sul frutto noir di cassis e mora di gelso, poi vira verso il balsamico di alloro ed eucalipto, la radice di liquirizia, il sottobosco, l’humus e il cestino di vimini dei funghi. È il Cabernet ad aprire la strada alla balsamicità, mentre il Sangiovese sostiene l’equilibrio.</p>
<p>Il sorso è armonico: il tannino fruttato, centrale e fine nella trama, si integra con un’acidità agrumata che richiama l’arancia rossa, fino a una chiusura salina. Un vino nobile senza rigidità, capace di unire profondità, freschezza e compostezza.</p>
<p>Il Piemonte del Nebbiolo si mostra in una veste più gentile con <strong>Marina Marsaglia</strong> e il <strong>Brich d’America Roero DOCG 2021</strong> della <strong>Cantina Marsaglia</strong>. A Castellinaldo, nel cuore del Roero, Marina ed Emilio Marsaglia, con i figli Enrico e Monica, proseguono il lavoro iniziato dal bisnonno Secondo. La filosofia aziendale è chiara: la qualità nasce prima di tutto in vigna.</p>
<p>Il Brich d’America nasce da Nebbiolo in purezza su terreni sabbiosi, che donano al vitigno un’espressione più fruttata, meno austera. “Brich” indica una vigna posta all’apice della collina, sempre esposta al sole. Nel calice il vino è carminio vibrante con riflesso granato. Il naso si apre sul varietale floreale di viola e rosa, poi radice di liquirizia, frutta noir con mora di gelso in confettura e prugna cotta, infine alloro, erbe officinali, cardamomo e rosmarino.</p>
<p>Al sorso il tannino, più contenuto rispetto ad altre espressioni del Nebbiolo, è fruttato, con ricordi di ciliegia e lampone. L’acidità agrumata di arancia amara si intreccia alla piccantezza della botte di Slavonia, mentre il finale sapido allunga su echi di liquirizia. Un Nebbiolo di Roero elegante, solare, di bella leggibilità.</p>
<p>Con <strong>Silvia Cirri</strong> e il <strong>Bolgheri DOC Agapanto 2021</strong> di <strong>Podere Conca</strong> la serata incontra una storia di passione e metodo. Silvia, medico e primario di Anestesia e Rianimazione, ha portato nella viticoltura lo stesso approccio scientifico che caratterizza la sua professione. Podere Conca, antico podere ottocentesco lungo la Bolgherese, è diventato negli anni un progetto vitivinicolo familiare e quasi interamente femminile.</p>
<p>Agapanto prende il nome dal fiore dell’amore, presente anche in etichetta e ispirato al giardino curato dalla madre di Silvia, botanica. Il blend unisce Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Ciliegiolo: una scelta originale per Bolgheri, dove Podere Conca è l’unica realtà a impiegare il Ciliegiolo in questa denominazione.</p>
<p>Nel calice il vino è rubino fitto, con riflesso carminio, materico nel movimento. Il naso racconta la ricchezza polifenolica attraverso mora di gelso, mirtillo, mirto, poi l’anima balsamica dei Cabernet con alloro, eucalipto, rosmarino in fiore e una chiusura tostata. Al sorso è avvolgente, con tannino fine e fruttato, ben integrato nell’acidità del Ciliegiolo, che dona equilibrio e freschezza.</p>
<p>Con <strong>Donatella Cinelli Colombini</strong> e <strong>Cenerentola Orcia DOC 2021</strong> della <strong>Fattoria del Colle</strong>, il vino diventa racconto simbolico. Cenerentola nasce nella denominazione Orcia, istituita il 14 febbraio 2000, tra due sorelle maggiori e più celebri: Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano. Come nella fiaba, la più giovane parte in posizione laterale, ma ha grinta, identità e desiderio di farsi riconoscere.</p>
<p>Il vino nasce da Sangiovese e Foglia Tonda, vitigno autoctono quasi scomparso, recuperato in tempi in cui il gusto internazionale dominava la scena. Una scelta controcorrente allora, attualissima oggi. Il Foglia Tonda porta struttura e ricchezza polifenolica; il Sangiovese dona eleganza e slancio.</p>
<p>Cenerentola 2021 si presenta rubino intenso. Il naso si apre sul frutto scuro in confettura di visciole, mora di gelso e cassis, poi arriva il balsamico di alloro, corteccia di china, resina di pino, radice di liquirizia e foglie umide. Seguono rosmarino in fiore, violetta, tabacco biondo e carrube. Il sorso è elegantissimo: il tannino è centrale, fine, fruttato; l’acidità accompagna la sapidità e chiude su un frutto succoso e lunghissimo. È un vino pieno ma non potente, costruito sulla sottigliezza del Sangiovese e sulla profondità del Foglia Tonda. Una fiaba agricola che non chiede permesso: entra nel calice e resta nella memoria.</p>
<p>A chiudere il percorso è <strong>Irene Batistina</strong> con <strong>Quantisassi Suvereto Cabernet Sauvignon DOCG 2022</strong> di <strong>Tenuta La Batistina</strong>. La storia dell’azienda affonda le radici nei primi del Novecento, quando la famiglia Batistini lavorava grano, uliveti, frutteti e vigneti. Dal 2016 Margherita e Irene hanno raccolto il testimone familiare, portando avanti un progetto biologico nell’Alta Maremma, tra rispetto ambientale, valorizzazione del territorio e sguardo contemporaneo.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-7794" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-1024x576.jpg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-1024x576.jpg 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-480x270.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-768x432.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-1536x864.jpg 1536w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-2048x1153.jpg 2048w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-465x262.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2026/06/FOTO-3-695x391.jpg 695w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Suvereto guarda il mare, ma dall’alto. È una terra di luce, vento e minerale. Il nome Quantisassi significa “un mucchio di pietre” e nasce proprio dalla particolare configurazione geologica del vigneto: suoli ricchi di scheletro, capaci di imprimere ai vini una traccia minerale profonda e una forte identità territoriale.</p>
<p>Il vino nasce da Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Nel calice è rubino fitto, con riflesso carminio, materico e intenso. Il naso si apre sul frutto scuro, tra cassis e mora di gelso, poi alloro, foglia di ortica, radice di liquirizia, mirto, viola e lavanda. Seguono cenni di cardamomo, cuoio e tabacco. Il sorso è agile, con tannino fruttato integrato nella spalla acida del Cabernet Franc. La sapidità allunga il finale su ricordi di mora, mentre la traccia minerale e salina riporta al mare che Suvereto osserva da lontano.</p>
<p>La serata fiorentina delle Donne del Vino di Toscana e Piemonte ha mostrato quanto il vino italiano sappia ancora sorprendere quando smette di raccontarsi solo attraverso i nomi più celebri. In questi calici c’erano regioni conosciutissime, ma osservate da prospettive nuove: il Piemonte dell’Erbaluce, del Timorasso, dell’Albarossa e del Roero; la Toscana del Vermentino maremmano, del Montecucco, dell’Orcia, di Suvereto e di un Bolgheri capace di accogliere il Ciliegiolo.</p>
<p>Soprattutto, c’erano donne che non si sono limitate a ereditare storie, ma le hanno continuate, trasformate, rese contemporanee; donne che hanno scelto di custodire vecchie vigne, recuperare vitigni dimenticati, convertire aziende al biologico, costruire cantine, accogliere visitatori, interpretare territori difficili e portarli nel mondo con una voce personale.</p>
<p>Questa degustazione ci ha fatto attraversare un’Italia del vino meno urlata, più intima (e forse proprio per questo più emozionante), fatta di pietre, vento, boschi, mare, morene glaciali, colline assolate, famiglie, memoria e futuro. Perché certi vini non vogliono soltanto essere assaggiati, ma ascoltati.</p>
<p>E quando a raccontarli sono le donne che li hanno immaginati, difesi e accompagnati fino al calice, diventano qualcosa di più di una degustazione: diventano una promessa di bellezza che continua, sorso dopo sorso.</p>
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		<title>La Morra secondo Mauro Carosso: viaggio nei cru del Barolo 2021</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/la-morra-secondo-mauro-carosso-viaggio-nei-cru-del-barolo-2021/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sara Calimari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2026 06:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Barolo]]></category>
		<category><![CDATA[Langhe]]></category>
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					<description><![CDATA[La sala è colma quando prende avvio la masterclass dedicata a La Morra, uno dei comuni più affascinanti e complessi del mosaico del Barolo. L’incontro è guidato da Mauro Carosso, Presidente AIS Piemonte, insieme a Massimo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La sala è colma quando prende avvio la masterclass dedicata a <strong>La Morra</strong>, uno dei comuni più affascinanti e complessi del mosaico del Barolo. L’incontro è guidato da <strong>Mauro Carosso</strong>, Presidente <strong>AIS Piemonte</strong>, insieme a <strong>Massimo Castellani</strong> delegato <strong>AIS Firenze</strong> e accompagna i partecipanti in un viaggio dentro l’identità di questo territorio. Non è soltanto una degustazione: è un racconto corale che unisce geologia, storia, cultura contadina e sensibilità enologica. La Morra si rivela lentamente, come fanno i suoi vini.</p>
<p>Prima ancora di parlare di vigneti e di cru, il racconto parte dalla storia. Perché queste colline non sono soltanto uno scenario viticolo straordinario: sono un territorio plasmato nei secoli dal lavoro dell’uomo.</p>
<p>Agli albori del secondo millennio, quando la vicina Alba Pompeia iniziò a dissodare le colline circostanti, sulla sommità di questo crinale nacque un piccolo villaggio chiamato Murra. Il nome indicava un recinto per le pecore, segno di un’economia ancora pastorale che lentamente avrebbe lasciato spazio alla coltivazione della vite. Nel 1340 il territorio passò sotto il dominio della famiglia Falletti, destinata a diventare centrale nella storia del Barolo e nel 1402 gli statuti locali citano per la prima volta il Nebbiolo, allora chiamato <em>Nebiolium</em>. È da lì che inizia la lunga storia del vino che oggi conosciamo come Barolo.</p>
<p>Col passare dei secoli il paesaggio si trasforma. Dopo il passaggio sotto il Ducato di Milano e poi sotto i Savoia nel 1631, la vite diventa sempre più protagonista, fino a ridisegnare completamente il profilo di queste colline.</p>
<p>Oggi La Morra è il comune che conta il maggior numero di cantine dell’intera denominazione. Negli ultimi dieci anni ne sono nate circa venti, portando il totale a quasi ottanta aziende vitivinicole. Accanto alle realtà storiche – Cordero di Montezemolo, Marcarini, Oddero, Ratti – è cresciuta una nuova generazione di produttori che ha saputo valorizzare zone fino a pochi decenni fa considerate secondarie. Negli anni Ottanta e Novanta figure come Elio Altare hanno contribuito ad aprire nuovi percorsi stilistici e a portare sotto i riflettori cru come Arborina, Bricco Luciani, Gattera e Case Nere.</p>
<p>Ma è soprattutto il territorio a rendere La Morra unica.</p>
<p>Qui il Barolo nasce da un mosaico geologico complesso. Il territorio si divide nettamente tra versante occidentale e versante orientale, due mondi diversi che si riflettono nello stile dei vini. Sul lato occidentale domina la formazione di Cassano Spinola, mentre il versante orientale è caratterizzato dalle celebri Marne di Sant’Agata Fossili, appartenenti al Tortoniano. In alcune zone affiorano sabbie e gessi che aggiungono ulteriori sfumature a questo mosaico pedologico.</p>
<p>Le vigne si arrampicano tra i 200 e i 530 metri di altitudine, su un territorio che conta oltre 2200 ettari complessivi, di cui quasi 900 vitati. Il Nebbiolo domina incontrastato con più di 700 ettari, mentre il Barolo occupa oggi oltre 566 ettari, con una produzione che supera i quattro milioni di bottiglie.</p>
<p>Ma i numeri raccontano solo una parte della storia.</p>
<p>Per capire davvero La Morra bisogna entrare nei suoi cru, attraversare mentalmente le colline, immaginare i filari che cambiano pendenza, esposizione, tessitura del suolo.</p>
<p>Partendo dalla frazione Santa Maria, le altitudini crescono rapidamente verso il paese. Qui troviamo vigne come Roggeri e Capalot, mentre nella fascia più bassa emergono cru come Bricco Chiesa, Bricco San Biagio, Rive e Serra dei Turchi, territori in cui i vini tendono a privilegiare finezza ed equilibrio più che pura potenza.</p>
<p>Proseguendo verso l’Annunziata le colline diventano più morbide, quasi ondulate, e nei vini si percepisce una maggiore profondità. Più avanti ancora si incontrano i grandi crinali di Brunate e Cerequio, zone in cui il Barolo si fa spesso più austero e strutturato.</p>
<p>È dentro questo paesaggio che prende forma la degustazione: dieci Barolo dell’annata 2021, dieci interpretazioni di La Morra, ognuna capace di raccontare un volto diverso di queste colline.</p>
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<p>Il viaggio nei cru di La Morra si apre nel versante occidentale con <strong>Barolo Berri 2021 di Trediberri</strong>, giovane realtà del territorio nata nel 2007 quando Nicola Oberto, insieme al padre Federico e all’amico Vladimiro Rambaldi, acquistò cinque ettari destinati esclusivamente alla produzione di Barolo. L’idea era chiara fin dall’inizio: produrre vini in cui potenza e tannino non sovrastassero eleganza ed equilibrio, rispettando l’identità del terroir di La Morra. La cantina mantiene tuttora una dimensione familiare e artigianale, con una produzione volutamente limitata e una filosofia che privilegia precisione e leggibilità del territorio.</p>
<p>Il Barolo degustato proviene dal cru Berri, vigneto che si estende per circa 87,79 ettari, di cui il 39% vitato, situato tra 330 e 505 metri di altitudine con esposizioni prevalentemente sud-ovest e ovest. La composizione varietale vede una predominanza di Nebbiolo (88,5%), affiancato da Barbera (13%) e Dolcetto (1,5%). I suoli, costituiti da marne calcaree e sabbiose, contribuiscono a definire vini dal profilo aromatico fruttato e croccante, con carattere levigato e sapido e struttura generalmente media. La vendemmia è tendenzialmente tardiva, permettendo una maturazione aromatica completa.</p>
<p>La vinificazione segue un’impostazione tradizionale: fermentazione alcolica in cemento per circa 12-14 giorni, seguita da una macerazione post-fermentativa di 6-7 giorni, per un contatto complessivo tra bucce e mosto di circa tre settimane. Dopo la svinatura la fermentazione malolattica avviene in legno, mentre l’affinamento prosegue in botti di rovere da 25 e 52 ettolitri Garbelotto per circa 20 mesi. Il vino viene poi riportato in cemento per qualche mese prima dell’imbottigliamento, scelta che consente di distendere ed armonizzare le componenti senza aggiungere ulteriori note boisée.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con un carminio di media fittezza vibrante, attraversato da riflessi granati.</p>
<p>L’incipit olfattivo è immediatamente fruttato, con note di melograno, lampone e ciliegia durone, accompagnate da una balsamicità elegante di alloro e incenso selvatico. Con l’ossigenazione emergono sensazioni di sottobosco, con richiami di foglie bagnate e corteccia di china. Il registro floreale si rivela progressivamente nella rotazione del calice con accenni di violetta e lavanda, che evolvono poi verso sfumature mediterranee di mirto e rosmarino in fiore.</p>
<p>La speziatura si sviluppa inizialmente su toni dolci di vaniglia, per poi virare verso accenti più balsamici e penetranti di cardamomo. Con ulteriore ossigenazione il vino si apre anche su leggere note di caffè, caramello e caramella d’orzo.</p>
<p>Al sorso il tannino è protagonista, con una trama fine ma ancora energica che si concentra al centro bocca su richiami di ciliegia. Una spalla acida agrumata inizia a integrarsi con la tessitura tannica, mentre la componente alcolica risulta ancora evidente, segno di un vino ancora in piena fase evolutiva. La chiusura è sapida e persistente, con un finale che richiama la caramella alla liquirizia.</p>
<p>È un Barolo che oggi mostra ancora la sua giovinezza, ma che lascia intuire una linea stilistica elegante e tradizionale, in cui la struttura si costruisce progressivamente attorno alla freschezza e alla salinità tipiche del cru Berri.</p>
<p>Il secondo calice porta nel <strong>cru Serra dei Turchi</strong>, interpretato da <strong>Osvaldo Viberti</strong>, vignaiolo profondamente legato alla tradizione agricola di La Morra. La sua storia inizia ufficialmente nel 1993, quando Osvaldo decide di entrare nel mondo del vino dando continuità al lavoro dei nonni Battistin e Assunta, che con grandi sacrifici avevano fondato l’azienda agricola poi lasciata al figlio Gino e alla moglie Marisa, genitori dell’attuale produttore. Cresciuto tra le vigne e il lavoro della campagna, Osvaldo ha assimilato fin da bambino i ritmi della natura e della viticoltura, sviluppando un approccio profondamente legato al territorio.</p>
<p>Il Barolo Serra dei Turchi 2021 nasce da vigneti esposti a sud, situati tra 250 e 300 metri di altitudine su terreni argilloso-calcarei, con una resa media di circa 45 quintali per ettaro. Il cru Serra dei Turchi si estende complessivamente per 22,03 ettari, con una superficie vitata pari al 71%, dominata dal Nebbiolo (96%), affiancato da piccole percentuali di Riesling (3%) e Barbera (1%). I suoli sono riconducibili alle Marne di Sant’Agata Fossili, tipiche del territorio di La Morra, capaci di donare vini eleganti, dal frutto croccante e dalla struttura più slanciata.</p>
<p>La vendemmia è generalmente intermedia o tardiva, permettendo una maturazione aromatica completa del Nebbiolo. La vinificazione avviene con fermentazione in vasche d’acciaio per circa 10–15 giorni, seguita da un periodo di maturazione in botti di rovere, scelta che consente al vino di sviluppare complessità mantenendo una lettura nitida del cru.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con un carminio più fitto rispetto al precedente, attraversato da eleganti sfumature granate.</p>
<p>L’incipit olfattivo è dominato da un raffinato ventaglio floreale: ciclamino, violetta, rosa, lavanda e peonia disegnano un profilo aromatico elegante e profondo. Seguono cenni balsamici di alloro, che introducono un registro più terroso di sottobosco, con terra umida, corteccia di china e radice di liquirizia.</p>
<p>Il frutto appare più evoluto e maturo, probabilmente anche per l’influenza del legno, con richiami di confettura di frutti di bosco, ribes rosso e scorza d’arancia essiccata. Con l’ossigenazione emerge anche un leggero accenno ematico, che lentamente vira verso una sfumatura più calda di tabacco dolce.</p>
<p>Al sorso la trama tannica risulta più integrata rispetto al vino precedente, sostenuta da una vivace acidità agrumata che accompagna la progressione gustativa. Il tannino è ancora in fase di polimerizzazione, ma la struttura appare già più armonica. La sapidità allunga il finale su note empireumatiche di noce e nocciola tostata, lasciando una sensazione di equilibrio e profondità.</p>
<p>Il Serra dei Turchi mostra così il volto più elegante di questo versante di La Morra: un Barolo che unisce finezza floreale, frutto maturo e progressione gustativa equilibrata, lasciando intuire un’interessante capacità evolutiva negli anni.</p>
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<p>Il terzo calice conduce nel <strong>cru Bricco Chiesa</strong>, interpretato da <strong>Silvio Alessandria</strong>, una delle realtà storiche di La Morra. Le radici della famiglia affondano nel 1883, quando il bisnonno dell’attuale proprietario Enzo Alessandria possedeva già vigne e produceva vino per il consumo familiare, conservandolo in damigiane. Fu poi il padre di Enzo, Silvio, a dare il proprio nome all’azienda vinicola, trasformando l’attività agricola in una vera cantina. Oggi Enzo, affiancato dalla moglie Cinzia, continua la tradizione familiare mantenendo un approccio artigianale e profondamente legato al territorio.</p>
<p>Il vigneto Bricco Chiesa si estende per circa 13,75 ettari, con una superficie vitata pari al 57%. La composizione varietale è dominata dal Nebbiolo (95,5%), affiancato da una piccola presenza di Dolcetto (4,5%). I vigneti si trovano tra 225 e 295 metri di altitudine, con esposizione prevalentemente sud-est, su suoli riconducibili alle Marne di Sant’Agata Fossili. Questi terreni contribuiscono a generare vini dal profilo fruttato, dal carattere levigato e sapido e dalla struttura media, con vendemmie generalmente intermedie o tardive.</p>
<p>La vinificazione segue un’impostazione decisamente tradizionale: fermentazione in acciaio per circa 20–25 giorni, comprensiva del periodo di macerazione sulle bucce a cappello sommerso, tecnica che consente un’estrazione progressiva e delicata delle componenti polifenoliche. Dopo la svinatura il vino passa in botti di rovere di Slavonia, dove matura per circa 24 mesi, prima dell’imbottigliamento e di un ulteriore affinamento in vetro.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con un carminio di media fittezza attraversato da riflessi granati.</p>
<p>L’apertura olfattiva è elegante e complessa: la canfora introduce un raffinato bouquet floreale di rosa canina, viola mammola e primula. Il registro si amplia poi verso il sottobosco, con richiami di foglie umide, tabacco umido, corteccia di china e radice di liquirizia.</p>
<p>Il frutto emerge con una bella croccantezza su melograno, ribes rosso e lampone, mentre la rotazione del calice introduce una speziatura progressiva di pepe rosa. Con l’ossigenazione arrivano toni più profondi e scuri di tabacco Kentucky, caffè e cioccolato amaro, che conferiscono maggiore profondità al profilo aromatico.</p>
<p>Al sorso l’ingresso è agile e sostenuto da una freschezza balsamica che accompagna lo sviluppo gustativo. La trama tannica appare composta e ben definita, pur mantenendo presenza e struttura, mentre emerge una sottile nota di piccantezza, elegante firma del passaggio in botte grande di rovere di Slavonia. L’acidità, leggermente più contenuta rispetto ai vini precedenti, trova equilibrio in una decisa scia sapida che sostiene l’allungo finale, chiudendo su ricordi di succosa ciliegia.</p>
<p>Il risultato è un Barolo che nasce da terreni di marne laminate e che mostra un carattere più austero, con un’espressione del frutto leggermente più matura. Allo stesso tempo conserva una notevole sottigliezza, lasciando spazio alla salinità del suolo e a una freschezza balsamica che sostiene e slancia la trama tannica.</p>
<p>Si prosegue con l’azienda<strong> San Biagio</strong>, realtà familiare profondamente radicata nel territorio di La Morra. L’azienda è guidata da Giovanni, che coordina l’attività insieme ai tre figli: Davide, agrotecnico, responsabile delle lavorazioni in vigneto e dei controlli fitosanitari; Gianluca, enologo, che segue la vinificazione; e Tiziana, laureata in lingue, che si occupa della parte commerciale, della comunicazione e dell’accoglienza. Una conduzione familiare che si riflette in un approccio diretto e autentico alla produzione.</p>
<p>Il vigneto<strong> Capalot</strong> si estende per circa 34,94 ettari, con una superficie vitata pari all’82%. La composizione varietale vede una netta prevalenza di Nebbiolo (83,5%), accompagnato da Dolcetto (9,5%), Barbera (5,6%) e una piccola presenza di Pelaverga (1,3%). I vigneti si collocano tra 280 e 450 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente est e sud / sud-est, in particolare nella zona denominata Galina. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili laminate, tipiche di questa porzione di La Morra, capaci di generare vini dal frutto più maturo, dal carattere levigato e da una struttura media, ma solida. La vendemmia è generalmente intermedia o tardiva, consentendo una maturazione fenolica completa del Nebbiolo.</p>
<p>La vinificazione prevede una delicata diraspatura con lieve pigiatura, seguita da una macerazione statica a freddo di circa un giorno. La fermentazione alcolica avviene in acciaio a circa 26°C per circa 15 giorni, con successiva steccatura. L’affinamento prosegue per 18 mesi in barrique di secondo e terzo passaggio, seguito da 12 mesi in botti grandi di Slavonia e da un ulteriore anno di affinamento in bottiglia, percorso che contribuisce a modellare struttura e complessità del vino.</p>
<p>Nel calice il Barolo Capalot 2021 si presenta con un carminio fitto attraversato da riflessi granati.</p>
<p>Il profilo aromatico si apre con una dimensione floreale elegante, dominata da violetta e rosa, seguite da cenni più profondi di fave di cacao. La componente balsamica emerge con alloro e accenni vegetali di foglia di ortica, mentre leggere sfumature minerali iodate si intrecciano con richiami di caramella alla liquirizia. Il frutto appare più maturo rispetto ai vini precedenti, con ricordi di marmellata di visciole.</p>
<p>Al sorso il grip tannico è decisamente più marcato, con una tessitura ancora corta sul piano polimerico. L’acidità agrumata fatica per il momento a integrarlo pienamente, mentre la sapidità contribuisce a rendere il finale saporito, con una lieve nota amaricante generata dall’incontro tra componente tannica e salina. La chiusura è lunga e complessa, con ritorni di nocciola tostata e tamarindo.</p>
<p>In questo vino il frutto appare più maturo e il colore più intenso, anche per la minore presenza di terra nel vigneto, fattore che influisce sulla concentrazione. L’annata 2021, caratterizzata da precipitazioni limitate e condizioni più calde in vigna, ha favorito una maturazione accelerata, portando a tannini più vigorosi e meno levigati, che oggi rendono il vino ancora in fase di piena evoluzione.</p>
<p>Il quinto vino conduce nel <strong>cru Rocchettevino</strong>, interpretato dalla storica azienda <strong>Bovio</strong>, una delle realtà più conosciute di La Morra. La storia della famiglia affonda le radici negli anni Settanta, quando Gianfranco Bovio iniziò a occuparsi dei poderi del padre Alessandro, ristrutturando la vecchia cantina e dedicandosi con passione alla produzione di vini provenienti esclusivamente dai vigneti di proprietà, che si estendono su circa 8,5 ettari. Oggi la tradizione di famiglia prosegue con Alessandra Bovio e il marito Marco Boschiazzo, che continuano il lavoro iniziato da Gianfranco con il supporto dell’enologo Matteo Franchi e la collaborazione di Robert Tofan per l’accoglienza.</p>
<p>La famiglia Bovio è stata anche protagonista della storia gastronomica del territorio: negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta il ristorante Belvedere rese celebre la cucina delle Langhe, in particolare per il tartufo. Successivamente nacque il ristorante Bovio, noto per piatti iconici come la faraona preparata dalla cuoca Vittoria e per la storica panna cotta del Belvedere, realizzata senza gelatina. Il locale, affacciato su uno dei panorami più suggestivi delle Langhe, è stato recentemente riaperto mantenendo la tradizione dei piatti storici.</p>
<p>Il cru Rocchettevino si estende per circa 34,98 ettari, con una superficie vitata pari al 71%. La composizione varietale vede la prevalenza di Nebbiolo (72,5%), affiancato da Barbera (11,5%) e Dolcetto (16%). I vigneti si trovano tra 280 e 450 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente est, mentre nella parte più bassa alcune parcelle guardano verso nord-est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili laminate, che conferiscono ai vini un carattere austero ma levigato, con profumi che uniscono goudron e frutto maturo. La vendemmia è tendenzialmente tardiva, permettendo al Nebbiolo di raggiungere una maturazione aromatica completa.</p>
<p>La vinificazione prevede fermentazione con lieviti indigeni per circa 15 giorni a temperatura controllata in vasche d’acciaio inox, durante la quale vengono effettuati periodicamente rimontaggi per favorire una corretta estrazione di colore e tannini dalle bucce. Dopo la svinatura avviene la fermentazione malolattica, seguita da un affinamento in botti di rovere per un periodo compreso tra 18 e 24 mesi. Il vino viene poi travasato in vasche di cemento, dove riposa per alcuni mesi prima dell’imbottigliamento, passaggio che contribuisce ad armonizzare le componenti gustative.</p>
<p>Nel calice il Barolo Rocchettevino 2021 si presenta con un carminio di media fittezza dal bordo leggermente aranciato, segno di un principio di evoluzione cromatica.</p>
<p>L’incipit olfattivo è balsamico, con richiami di alloro, incenso selvatico e cardamomo, a cui seguono sfumature speziate di coriandolo, chiodo di garofano e pepe verde. Il frutto assume tonalità più scure e concentrate con ricordi di mora in gelée, accompagnati da note di caramella alla liquirizia.</p>
<p>Al sorso l’ingresso è gentile, con una fresca sensazione mentolata che accompagna la progressione gustativa. Il tannino si colloca al centro bocca, mostrando una trama fine e ben definita. L’acidità integra progressivamente la struttura tannica, mentre la sapidità allunga il finale con ritorni aromatici di liquirizia.</p>
<p>Il Rocchettevino esprime così un Barolo equilibrato e coerente con il carattere del cru: austero ma elegante, capace di unire maturità del frutto, precisione balsamica e una tessitura tannica raffinata.</p>
<p>Il percorso prosegue con <strong>Barolo Arborina 2021 </strong>di<strong> Renato Corino</strong>, uno dei nomi che hanno contribuito a segnare una svolta stilistica nella storia recente del Barolo. Renato Corino è infatti considerato tra i protagonisti del movimento dei Barolo Boys, la generazione di produttori che negli anni Novanta ha introdotto una visione più moderna della vinificazione senza mai perdere il legame con il territorio.</p>
<p>L’azienda Renato Corino nasce nel 2005, nel cuore del vigneto Arborina, una delle zone storiche di La Morra per la coltivazione del Nebbiolo, insieme al vicino cru Rocche dell’Annunziata. Dopo l’esperienza maturata nell’azienda di famiglia, Renato decide di intraprendere un percorso autonomo portando con sé alcuni vigneti storici e costruendo una nuova cantina. Oggi l’azienda è condotta direttamente da Renato insieme ai figli Stefano e Chiara, continuando una visione produttiva che coniuga tradizione e sensibilità contemporanea.</p>
<p>Il cru Arborina si estende per circa 10,81 ettari, con una superficie vitata pari all’84%. La composizione varietale è dominata dal Nebbiolo (76%), affiancato da Dolcetto (11%), Barbera (10%) e una piccola presenza di Freisa (1,5%). I vigneti si trovano tra 250 e 320 metri di altitudine, con esposizioni sud e sud-est nella parte centrale, mentre alle estremità alcune parcelle guardano verso est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili laminate e sabbiose, che contribuiscono a generare vini dal profilo aromatico fruttato e croccante, dal carattere levigato e dalla struttura media. La vendemmia è generalmente precoce, caratteristica che spesso conferisce ai vini del cru una particolare precisione aromatica.</p>
<p>La vinificazione prevede fermentazione in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata per circa una settimana, seguita dalla fermentazione malolattica in botte. L’affinamento prosegue per circa 24 mesi in legni di diversa età, prima del successivo riposo in bottiglia secondo le tempistiche previste dal disciplinare. Il vino non viene sottoposto a filtrazione, scelta che consente di preservare integrità aromatica e struttura. La produzione è volutamente limitata a circa 4.000 bottiglie l’anno.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con un carminio fitto attraversato da leggere sfumature granate.</p>
<p>Il profilo aromatico si apre su note dolci e aromatiche di caramella alla violetta, accompagnate da richiami di caramella alla liquirizia e vaniglia bourbon. La componente balsamica emerge con alloro e incenso selvatico, mentre in chiusura compaiono sfumature speziate di noce moscata e anice.</p>
<p>Al sorso il vino mostra un connubio diretto tra acidità e tannino, sostenuto da una struttura piena e avvolgente. La sapidità riempie il palato, accompagnando lo sviluppo gustativo e mettendo in risalto un tannino dalla trama speziata, che conferisce al vino energia e profondità.</p>
<p>Il risultato è un Barolo che riflette bene il carattere di Arborina: equilibrato ma dinamico, capace di coniugare una bella croccantezza aromatica con una struttura solida e ben delineata.</p>
<p>Il viaggio nei cru di La Morra raggiunge uno dei suoi vertici con <strong>Rocche dell’Annunziata</strong>, interpretato dalla storica cantina <strong>Francesco Rinaldi &amp; Figli</strong>, una delle famiglie che hanno scritto la storia del Barolo.</p>
<p>La cantina nasce nel 1870, quando Giovanni Rinaldi eredita un appezzamento nella celebre vigna Cannubi. Intuendone il potenziale, decide di acquistare la cantina sulla collina e avviare una produzione che nel tempo diventerà un riferimento per il Barolo tradizionale. Negli anni Sessanta l’azienda prosegue il proprio sviluppo grazie a Luciano e Michele, figli di Francesco, consolidando una crescita costante che arriva fino ai giorni nostri. Ancora oggi la realtà mantiene una dimensione profondamente familiare: la gestione è affidata a Paola e Piera Rinaldi, con il supporto della nuova generazione rappresentata da Francesca, quinta generazione della famiglia. Una cantina dove la tradizione non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana, costruita sulla valorizzazione della terra del Barolo.</p>
<p>Il cru Rocche dell’Annunziata rappresenta una delle zone più prestigiose dell’intero comune di La Morra. L’area si estende per circa 29,92 ettari, con una superficie vitata pari al 94%. Il vigneto è quasi interamente dedicato al Nebbiolo (98%), con piccole presenze di Freisa (1,5%) e Barbera (0,9%). Le vigne si collocano tra 230 e 385 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente nord e nord-ovest, mentre alcune parcelle guardano verso est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili, con componenti sabbiose nelle Rocche e più laminate nelle Rocchette, elementi che contribuiscono a generare vini dal profilo aromatico fruttato e floreale, dal carattere levigato e dalla struttura medio-solida. La vendemmia è generalmente precoce, favorendo eleganza aromatica e precisione espressiva. Non a caso questo cru è considerato uno dei grandi nomi del Barolo: una storia documentata già dal 1477 con la menzione “Rocha”, e nel 1200 come Rocchetta, oggi completamente votato alla coltivazione del Nebbiolo.</p>
<p>La vinificazione avviene nel rispetto della tradizione: la fermentazione si svolge in vasche di acciaio termocondizionate, con sistemi di rimontaggio automatico per circa 25–30 giorni, un tempo di macerazione che consente una lenta e completa estrazione delle componenti nobili del Nebbiolo. L’affinamento prosegue per almeno tre anni in grandi botti di rovere di Slavonia da circa 5.000 litri, seguendo un approccio che privilegia la purezza del vitigno e la trasparenza del cru.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con il classico carminio luminoso del Nebbiolo.</p>
<p>Il profilo aromatico si apre con una bella espressione fruttata, su note di mora di gelso, seguite da ricordi di caramella alla liquirizia. La componente balsamica emerge con alloro e menta, mentre sfumature di rosmarino anticipano il lato floreale, che si sviluppa su violetta e rosa canina, accompagnate da una leggera nota vegetale di gambo di rosa.</p>
<p>Al sorso il vino mostra ancora un tannino dal grip evidente, segno della sua giovinezza. L’acidità inizia timidamente il percorso di integrazione della trama tannica, mentre la sapidità sostiene l’allungo gustativo portando il finale verso richiami di frutta secca e liquirizia.</p>
<p>Il risultato è un Barolo di grande profondità ed eleganza, capace di esprimere con precisione il carattere di Rocche dell’Annunziata: un equilibrio tra finezza aromatica, tensione gustativa e prospettiva evolutiva che promette ulteriore complessità nel tempo.</p>
<p>Il percorso nei cru di La Morra prosegue con <strong>Boiolo</strong>, interpretato dall’azienda <strong>Gillardi</strong>, realtà familiare che unisce esperienza e nuova energia generazionale.</p>
<p>Alla guida della cantina troviamo Giacolino Gillardi, figura di riferimento che, grazie alla lunga esperienza e a una profonda conoscenza del mondo del vino, supervisiona tutti i processi di vinificazione. Accanto a lui opera la figlia Elena Gillardi, che gestisce l’azienda con determinazione e forte personalità, occupandosi di tutte le attività operative, dalla gestione commerciale alle vendite e agli eventi. Il lavoro quotidiano è sostenuto da Igor, definito il “tuttofare” dell’azienda, che segue ogni fase del ciclo produttivo dalla cura dei vigneti alla cantina, mentre Lisa, braccio destro di Elena, si occupa della gestione dell’ufficio e dell’accoglienza dei visitatori. Una squadra compatta che porta avanti una visione produttiva fortemente radicata nel territorio.</p>
<p>Il cru Boiolo rappresenta una delle zone più ampie e articolate di La Morra. L’area si estende per circa 87,79 ettari, con una superficie vitata pari al 75%. Il Nebbiolo domina nettamente la composizione varietale con l’84%, affiancato da Chardonnay (7,5%), Barbera (7%) e una piccola quota di Dolcetto (1,5%). I vigneti si collocano tra 230 e 465 metri di altitudine, con esposizioni che variano tra sud-est verso Rocche dell’Annunziata, est nella zona centrale e nord/nord-est nelle parti restanti. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili, caratterizzati da stratificazioni laminate tipiche e in parte sabbiose, capaci di conferire ai vini un profilo aromatico di frutto maturo, un carattere levigato e una struttura media. La vendemmia è generalmente tardiva, elemento che contribuisce a una maturazione più completa delle uve. Il nome del cru è legato alla borgata Boiolo, dove nella parte più bassa si trovano alcune delle vigne più pregiate dedicate al Nebbiolo.</p>
<p>Il Barolo Boiolo rappresenta per l’azienda Gillardi un progetto relativamente recente ma molto sentito: il 2019 è stato il primo millesimo prodotto, dopo un lungo lavoro di recupero e reimpianto del vigneto accompagnato dall’introduzione di pratiche agronomiche biologiche, tra cui l’uso dei sovesci per migliorare la qualità del suolo e favorire la biodiversità. La posizione privilegiata della collina di La Morra, insieme alla composizione del terreno ricco di argilla e sabbia, contribuisce a definire il carattere del cru. Oggi il vigneto ha raggiunto una maturità sufficiente per esprimere un frutto di grande intensità, capace di dar vita a un Barolo che unisce potenza e raffinatezza.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con un rubino intenso attraversato da riflessi carminio.</p>
<p>Al primo impatto olfattivo emerge un leggero cenno di acetaldeide, che rapidamente si dissolve con l’ossigenazione nel calice. Il bouquet si apre quindi su note balsamiche di alloro e incenso selvatico, accompagnate da profumi più dolci di caramella alla liquirizia e caramella alla mora. La componente speziata completa il quadro con accenni di pepe verde e pepe rosa.</p>
<p>L’ingresso al sorso è caratterizzato da un incipit mentolato che dona freschezza e dinamismo. La trama tannica trova progressivamente integrazione nella vibrante acidità fruttata, che richiama ricordi di lampone. La sapidità sostiene l’allungo gustativo, conducendo il finale verso richiami di frutta secca, lasciando una sensazione di equilibrio e progressione.</p>
<p>Il risultato è un Barolo che riflette bene l’identità di Boiolo: frutto maturo, struttura equilibrata e una trama gustativa levigata, con un’espressione che coniuga energia e precisione aromatica.</p>
<p>Il percorso tra i cru di La Morra prosegue con <strong>La Serra</strong>, uno dei vigneti storici del comune, interpretato dalla cantina <strong>Marcarini</strong>, realtà profondamente legata alla storia vitivinicola del territorio.</p>
<p>La cantina si trova nel centro del paese di La Morra ed è una delle aziende più longeve della denominazione. La tradizione vitivinicola della famiglia affonda le radici nella seconda metà dell’Ottocento, ma è negli anni Sessanta del Novecento che il notaio Giuseppe Marcarini decide di dare una svolta commerciale alla produzione, iniziando a imbottigliare e vendere i vini con il proprio nome. Da quel momento prende forma l’azienda moderna. Nel tempo la gestione è passata ad Anna Marcarini Bava e oggi la continuità familiare è garantita dal genero Manuel Marchetti insieme ai figli Andrea, Chiara ed Elisa, che rappresentano la nuova generazione impegnata nella valorizzazione di questo storico patrimonio viticolo.</p>
<p>Il cru La Serra si estende per circa 17,79 ettari, con una superficie vitata pari al 95%. La composizione varietale è fortemente dominata dal Nebbiolo (93%), affiancato da piccole quote di Dolcetto (5%) e Barbera (2%). I vigneti si trovano tra 375 e 460 metri di altitudine, una delle quote più elevate tra i cru di La Morra. Le esposizioni variano tra ovest e sud-ovest, mentre verso la zona di Boiolo alcune parcelle guardano a nord-est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili, caratterizzate da stratificazioni laminate, tipiche della zona. La vendemmia è generalmente tardiva, e il cru è noto per generare vini dal profilo aromatico di frutto maturo, dal carattere levigato ma sapido e da una struttura medio-solida.</p>
<p>Il nome La Serra compare già in documenti storici del 1477 e identificava la parte più alta della collina, mentre la base del versante è delimitata da zone oggi molto conosciute come Fossati, Case Nere, Cerequio e Fossati. Un vigneto quindi non solo importante dal punto di vista qualitativo, ma anche profondamente radicato nella storia della viticoltura locale.</p>
<p>Nel calice il Barolo La Serra 2021 si presenta con un carminio attraversato da riflessi granati.</p>
<p>Il profilo olfattivo è dominato da un frutto croccante e luminoso, che si esprime su note di lampone, melograno e ribes rosso. A questa componente si affianca una bella dimensione balsamica su alloro e rosmarino in fiore, che richiama un registro aromatico quasi officinale, elegante e nitido.</p>
<p>Al sorso il vino rivela tutta la sua giovinezza: il grip tannico è ancora evidente e mostra una struttura in piena evoluzione. L’acidità accompagna lo sviluppo gustativo mentre la sapidità contribuisce a sostenere il finale, dove emerge una leggera sensazione amaricante, frutto dell’incontro tra componente tannica e salina.</p>
<p>Il risultato è un Barolo che riflette bene il carattere del cru: frutto nitido, struttura solida e una dinamica gustativa ancora in fase di definizione, ma già capace di lasciare intravedere la finezza che il tempo saprà valorizzare.</p>
<p>Il percorso della masterclass si chiude con uno dei cru più celebri e iconici di tutta la denominazione: <strong>Cerequio</strong>, interpretato dall’azienda <strong>Flavio Saglietti</strong>, piccola realtà artigianale che rappresenta bene l’anima più autentica del Barolo.</p>
<p>La storia della cantina Saglietti inizia nel 1983, quando Giacomo Saglietti, padre di Flavio, fonda l’azienda agricola. Ancora oggi Giacomo è attivamente coinvolto nel lavoro quotidiano. Nel 1997 la conduzione passa al figlio Flavio, che decide di mantenere volutamente una dimensione produttiva contenuta. La cantina non ha mai cercato di espandersi, proprio per preservare uno stile personale e una qualità fortemente artigianale. La gestione resta infatti familiare, con Flavio affiancato dalla moglie e dal giovane figlio Matteo, a testimonianza di una continuità generazionale che guarda al futuro senza perdere il legame con le radici.</p>
<p>Il cru Cerequio è uno dei vigneti più storici e celebrati dell’area del Barolo. Si estende per circa 24,12 ettari, con una superficie vitata pari al 94%, interamente dedicata al Nebbiolo. I vigneti si trovano tra 280 e 405 metri di altitudine, con esposizioni est verso il versante di Brunate, mentre sul lato opposto prevalgono orientamenti sud e sud-est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata laminate e tipiche, che contribuiscono a conferire ai vini un profilo aromatico caratteristico di catrame, un carattere levigato e una struttura solida. La vendemmia è generalmente precoce o intermedia, e il cru è storicamente considerato tra i più prestigiosi dell’intera denominazione, capace di produrre vini accessibili anche in gioventù ma dotati di grande capacità di evoluzione nel tempo.</p>
<p>La vinificazione prevede una macerazione sulle bucce di circa 20–25 giorni in acciaio inox, mentre la resa in vigneto si attesta intorno agli 80 quintali per ettaro. Successivamente il vino matura per circa due anni in botti di rovere, suddivise tra contenitori di media e piccola capacità e botti grandi, una scelta che permette di combinare struttura e finezza aromatica.</p>
<p>Nel calice il vino si presenta con un carminio luminoso.</p>
<p>Il bouquet si apre con note balsamiche di alloro e radice di liquirizia, seguite da una componente floreale che si distende su lavanda e violetta. Emergono poi cenni vegetali di gambo di rosa, accompagnati da ricordi di petali di geranio e felce, che contribuiscono a definire un profilo aromatico complesso e articolato.</p>
<p>Al sorso il vino evidenzia un tannino dal grip speziato, ancora in fase di definizione. L’acidità non riesce ancora a integrarlo pienamente, mentre la sapidità contribuisce a generare una leggera sensazione amaricante nel finale. La trama tannica mostra una certa giovinezza, che ne riduce momentaneamente la finezza.</p>
<p>Un Barolo che oggi appare ancora in fase di assestamento, ma che lascia intravedere il carattere del cru Cerequio: struttura, profondità e prospettiva evolutiva, elementi che potranno esprimersi con maggiore armonia nel tempo.</p>
<p>Alla fine della degustazione una cosa appare chiara: a La Morra nessun cru assomiglia davvero all’altro. Cambiano i profili, cambiano le tessiture, cambiano le profondità e persino il passo del tannino. Eppure, dentro questa pluralità, tutti i vini condividono la stessa impronta: una cifra fatta di eleganza, misura, slancio balsamico e finezza aromatica che si esprime nel tempo.</p>
<p>È forse proprio questo il segreto di La Morra: riuscire a dare voce alla complessità senza mai rinunciare all’armonia. Qui il Barolo non cerca di imporsi con la sola potenza, ma convince per stratificazione, respiro e capacità di trasformare il paesaggio in racconto liquido.</p>
<p>Tornano allora attuali le parole di <strong>Armando Cordero</strong>: <em>“Il vino fa parte della nostra storia, delle nostre radici, del nostro io. Ci rende attenti agli odori, ai colori, ai sapori e, più generalmente, alle forme, all’armonia e all’intensità delle cose.”</em> Ed è forse questa la sensazione più autentica che lascia la serata: non quella di aver semplicemente degustato dieci Barolo, ma di aver attraversato dieci modi diversi di abitare una stessa collina.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I Vini di Pantelleria</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/i-vini-di-pantelleria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Ceccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Nov 2025 17:30:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Moscato d'Alessandria]]></category>
		<category><![CDATA[Pantelleria]]></category>
		<category><![CDATA[Zibibbo]]></category>
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					<description><![CDATA[Pantelleria non è un luogo come gli altri. È un’isola vulcanica spazzata dai venti nel canale di Sicilia, ricca di delizie. Lo abbiamo appurato il 29 ottobre 2025 a Firenze quando la DOC Pantelleria si è]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pantelleria non è un luogo come gli altri. È un’isola vulcanica spazzata dai venti nel canale di Sicilia, ricca di delizie. Lo abbiamo appurato il 29 ottobre 2025 a Firenze quando la DOC Pantelleria si è presentata davanti a una platea di oltre 50 persone con una schiera di 13 vini fra secchi e passiti in un evento ospitato da AIS Firenze.</p>
<p>I produttori presenti hanno raccontato l’originalità della produzione su quest’isola. Se da un lato Pantelleria è più vicina alla costa africana della Tunisia che non alla costa italiana della Sicilia, dall’altro vi si pratica una viticoltura eroica come quella di montagna.</p>
<p>I terreni di origine vulcanica, seppur fertili non sono facili da lavorare; non ci sono grandi montagne (la vetta maggiore raggiunge 836 m sul livello del mare), eppure le pendenze sono tali da aver richiesto la costruzione di faticosi terrazzamenti; la forza del vento è tale da aver indotto i viticoltori a scavare delle conche per piantare le viti e proteggere l’uva, dando vita al caratteristico alberello pantesco.</p>
<p>D’altronde il nome stesso Pantelleria sembra derivare dall’arabo <i>Bint al − Riyaˉḥ</i>, ovvero figlia del vento. Ed il sole, <i>ça va sas dire</i>, garantisce la perfetta maturazione del Moscato d’Alessandria, portato qui dagli Arabi nel IX secolo. Se in origine per gli arabi quest’uva era destinata soltanto all’appassimento per renderla conservabile, ben presto è stata riconosciuta idonea alla vinificazione.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7625" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi.jpg" alt="" width="1020" height="864" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi.jpg 1020w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi-480x407.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi-768x651.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi-465x394.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-secchi-590x500.jpg 590w" sizes="auto, (max-width: 1020px) 100vw, 1020px" /></a></p>
<p><b>I vini secchi &#8211; Pantelleria DOC Bianco</b></p>
<p>Nella versione secca i vini, dai colori tenui e luminosi, conquistano il degustatore con profumi aromatici intensi nella loro espressività. Oltre alle immancabili note di erbe aromatiche, declinate in salvia, oppure malva, nepitella o macchia mediterranea, sono sempre presenti tratti floreali di rosa, acacia o gelsomino e generose sensazioni fruttate di ananas, pesca, agrumi. In alcuni casi (vedi <b><i>Sora Luna</i></b><b> 2024</b> di <b>Cantina Basile</b>, <b><i>Zéfiro</i></b><b> 2024 </b>di <b>Vinicola</b> e <b><i>Isesi</i></b><b> 2024</b> di<b> Pellegrino 1880</b>) i profumi sono estremamente freschi e giovanili, in altri (vedi <b><i>Alsine</i></b><b> 2024</b> di <b>Prosit Abraxas</b> e <b><i>Gadì</i></b><b> 2024</b> di<b> Salvatore Murana</b>) sono più evoluti evocando canditi, marmellate e confetture. Il gusto è generalmente snello, equilibrato e caratterizzato da una tensione minerale e sapida, che a tratti evoca sensazioni salmastre. Sarebbe perfetto abbinarli a un fritto misto di verdure in pastella ricco di fiori di zucca e foglie di salvia, oppure a un sauté di vongole condito con aglio e prezzemolo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><b>I vini dolci &#8211; Pantelleria DOC Passito</b></p>
<p>Il metodo di vinificazione dei passiti di Pantelleria è originale. Mentre una parte delle uve raccolte viene immediatamente pressata per avviare la fermentazione alcolica del mosto, un’altra parte viene distesa all’aperto e sottoposta all’azione disidratante del vento e del sole. Quindi gli acini completamente passiti, vengono sgranellati a mano ed aggiunti al mosto in fermentazione, arricchendolo di zucchero, sostanze aromatiche e acidità. I lieviti, pur riattivando la fermentazione, lavorano lentamente in queste nuove condizioni, lasciando molti zuccheri residui. Il tempo di maturazione e affinamento ne accresce al massimo la complessità aromatica.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-7624" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci-768x1024.jpeg" alt="" width="768" height="1024" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci-768x1024.jpeg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci-360x480.jpeg 360w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci-450x600.jpeg 450w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci-375x500.jpeg 375w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/08/vini-doci.jpeg 1020w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></p>
<p>I vini passiti che abbiamo assaggiato hanno in comune un aspetto brillante nel calice. La tonalità varia fra il giallo dorato e l’ambrato intenso. I profumi sono una sinfonia di frutta sciroppata, candita, disidratata e frutta secca, insieme a erbe officinali, essenza di fior d’arancio, lavanda, sensazioni empireumatiche (cioccolato bianco, caramello, caffé) fino a cenni di sottobosco, tè nero e tabacco. Il gusto è dolce e vellutato, bilanciato da una freschezza preziosa e una spiccata sensazione sapida, a volte con retrogusto leggermente amaricante. Durante la degustazione, ho immaginato accostamenti che esaltassero il dialogo tra dolcezza, acidità e sapidità dei vini passiti. Ecco qualche idea di abbinamento:</p>
<ul>
<li>Dragée di pistacchio e cioccolato bianco per il <b>Don Pedro 2023</b> di <b>Emanuela Bonomo</b>, profumato di cachi e confettura di albicocca, con dolcezza bilanciata da una vena fresco-sapida.</li>
<li>Crêpe Suzette per il <b>Bukkuram Sole d’agosto 2022</b> di <b>Marco De Bartoli</b>, succoso con retrogusto di arancia.</li>
<li>Pecorino Sardo Maturo con lo <b>Shamira 2020</b> di <b>Cantina Basile</b>, che si distingue per un cenno di sottobosco al naso e un retrogusto dolce-amaro.</li>
<li>Paté di pomodori secchi capperi e acciughe per il <b>Turbé 2017</b> di <b>Salvatore Murana</b>, che presenta tra l’altro ricordi di ginger candito e dolcezza domata dall’acidità quasi a ricordare un vino della Mosella.</li>
<li>Salame di cioccolato con l’<b>Arbaria 2017</b> di <b>Vinisola</b>, il cui olfatto comprende pinolo, miele, marmellate e confetture.</li>
<li>Cannolo siciliano con il <b>Sentivento 2017</b> di <b>Prosit Abraxas, </b>i cui profumi ricordano agrumi canditi e fiori essiccati.</li>
<li>Tartina con la ‘nduja con il <b>Ben Ryé 2017</b> di <b>Donnafugata</b>, ampio nei profumi con sensazioni evolute e gusto molto dolce e persistete.<span class="Apple-converted-space"> </span></li>
<li>Gnocchi di zucca al Gorgonzola Piccante con il <b>Muéggen 2016</b> di <b>Salvatore Murana</b>, con note fumé e gusto dolce-amaro quasi salato.<span class="Apple-converted-space"> </span></li>
</ul>
<p>Pantelleria non smette mai di sorprendere: terra di vento e di luce, dove ogni sorso racconta un equilibrio perfetto fra resistenza e dolcezza.</p>
<figure id="attachment_7633" aria-describedby="caption-attachment-7633" style="width: 806px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-7633" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-806x1024.jpeg" alt="" width="806" height="1024" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-806x1024.jpeg 806w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-378x480.jpeg 378w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-768x975.jpeg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-1209x1536.jpeg 1209w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-1612x2048.jpeg 1612w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-465x591.jpeg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1-394x500.jpeg 394w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-pantelleria-1.jpeg 1840w" sizes="auto, (max-width: 806px) 100vw, 806px" /></a><figcaption id="caption-attachment-7633" class="wp-caption-text">Massimo Castellani e i rappresentanti del Consorzio Pantelleria DOC</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_7637" aria-describedby="caption-attachment-7637" style="width: 943px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-7637" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi.jpeg" alt="" width="943" height="600" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi.jpeg 943w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi-480x305.jpeg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi-768x489.jpeg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi-465x296.jpeg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-secchi-695x442.jpeg 695w" sizes="auto, (max-width: 943px) 100vw, 943px" /></a><figcaption id="caption-attachment-7637" class="wp-caption-text">Pantelleria DOC Bianco &#8211; i campioni in degustazione</figcaption></figure>
<figure id="attachment_7635" aria-describedby="caption-attachment-7635" style="width: 965px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-7635" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti.jpeg" alt="" width="965" height="600" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti.jpeg 965w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti-480x298.jpeg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti-768x478.jpeg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti-465x289.jpeg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/11/foto-passiti-695x432.jpeg 695w" sizes="auto, (max-width: 965px) 100vw, 965px" /></a><figcaption id="caption-attachment-7635" class="wp-caption-text">I Pantelleria DOC Passito in degustazione</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La grammatica dello Chardonnay: 15 interpretazioni tra eleganza e identità.</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/la-grammatica-dello-chardonnay/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sara Calimari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 05:32:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Chardonnay]]></category>
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					<description><![CDATA[Quindici interpretazioni, quindici sfumature, un solo vitigno. Il Salotto del Vino di Massimo Castellani, nella serata del 15 luglio 2025, ha scelto di raccontare lo Chardonnay attraverso un viaggio sensoriale e culturale che ha attraversato latitudini,]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quindici interpretazioni, quindici sfumature, un solo vitigno. Il Salotto del Vino di Massimo Castellani, nella serata del 15 luglio 2025, ha scelto di raccontare lo Chardonnay attraverso un viaggio sensoriale e culturale che ha attraversato latitudini, climi, tradizioni e stili, restituendo un quadro complesso e affascinante di uno dei vitigni più eclettici del panorama internazionale. Lo Chardonnay è da sempre crocevia genetico e geografico. Con i suoi undici cloni conosciuti e un grappolo piccolo e compatto, porta in sé la memoria molecolare di un incrocio spontaneo avvenuto nel &#8216;700 tra Pinot Nero e Gouais Blanc, che ha dato origine anche al Pinot Bianco e al Meunier. Non è un caso che in Italia, fino alla distinzione ampelografica del 1870, lo si sia a lungo confuso con il Pinot Bianco e noto allora, appunto, come Pinot Giallo o Pinot Chardonnay. A Pomino, ad esempio, venne piantato credendolo Pinot Bianco, portando in realtà anche Chardonnay. Solo nel 1978 il vitigno entra ufficialmente nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite, e nel 1984 l’Alto Adige crea la prima DOC a esso dedicata.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-7590" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie-1024x358.png" alt="" width="1024" height="358" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie-1024x358.png 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie-480x168.png 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie-768x269.png 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie-465x163.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie-695x243.png 695w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/panomarica-tutte-le-bottiglie.png 1440w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>Lo Chardonnay, vitigno dai mille volti, è un vitigno tecnicamente esigente: predilige rese basse, ama il guyot e il sistema Chablisienne, teme le gelate primaverili nelle sue terre d’origine (Chablis, Borgogna, Champagne), mentre in Italia, per evitare eccessi zuccherini, spesso si anticipa la vendemmia. Con la sua buccia sottile, lo Chardonnay è sensibile ai marciumi (come il suo padre Pinot Noir), soffre il caldo (dove rischia l’eccesso) come il freddo pungente (dove si fa più crudo e vegetale), ma quando trova l’equilibrio – e la mano sapiente del vignaiolo – regala vini di grande complessità.<br />
La vinificazione ne esalta la duttilità: la tradizione borgognona lo vuole in pièce da 228 litri o in tonneaux con batonnage delicato, evitando legni nuovi, mentre altrove si predilige un’impronta più marcata. Il suo spettro aromatico è ampio: mela verde, agrumi, ananas, frutta a polpa bianca ed esotica, fiori bianchi, frutta secca. Le note burrose, spesso ricercate, provengono dal passaggio in legno, mentre il sentore di banana, talvolta confuso come varietale, è frutto di lieviti selezionati. Un vitigno glocal, con numeri che parlano chiaro: 25.000 ettari in Francia, 7.000 in Italia, 5.000 in Australia.</p>
<p>In degustazione, il Salotto ha proposto un vero atlante sensoriale. Dai legni francesi alle fermentazioni in acciaio, dai climi caldi alle altitudini alpine, ogni etichetta è diventata una voce diversa nella polifonia dello Chardonnay.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-7588" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9-1024x469.png" alt="" width="1024" height="469" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9-1024x469.png 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9-480x220.png 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9-768x352.png 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9-465x213.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9-695x319.png 695w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-1-a-9.png 1440w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
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<li><strong> South Australia Chardonnay Reserve – McGuigan 2017 (Australia)</strong></li>
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<p>Inizia in Australia il nostro viaggio nello Chardonnay: terra lontana, continente enologico dove la tecnica è regola, la precisione è virtù, e il tappo Stelvin è segno di un&#8217;identità moderna, efficiente, orientata alla pulizia e alla preservazione aromatica.</p>
<p>Nel bicchiere si presenta con un oro lucente, quasi vibrante, che anticipa uno stile nitido, contemporaneo, rifinito con cura. La vinificazione – parte in acciaio, parte in legno – e l’impiego di lieviti selezionati delineano un profilo olfattivo chiaro e scolpito, dove tutto è al proprio posto. L’attacco è del legno, con una nota burrosa gentile, levigata, che avvolge senza soffocare. A seguire, banana, cedro candito, pesca in gelatina: note dolci, esotiche, coerenti con l’origine solare del vino.</p>
<p>Basta un movimento nel calice per svelare il lato più teso e verticale: lime, pompelmo, scorza d’agrumi, e una precisa nota balsamica di nepitella, che dona freschezza e slancio, spezzando la rotondità con intelligenza.</p>
<p>Al palato il sorso è snello, misurato, di grande pulizia e centratura. L’acidità è ben dosata, mai tagliente, e accompagna un finale agrumato e lineare, dove si rincorrono bergamotto, ginger e lime, chiudendo su una buona lunghezza, coerente con lo stile cercato. Nessuna opulenza: qui domina la volontà di leggerezza e precisione, sostenuta da un tenore alcolico contenuto (12%), che si fa cifra stilistica.</p>
<p>Uno Chardonnay che non rincorre potenza né profondità estrema, ma che si afferma per chiarezza espressiva, modernità di tocco e finezza tecnica. Una lezione di controllo, che riflette lo spirito australiano più autentico: quello di un’enologia pensata e misurata, capace di emozionare anche con voce sottile.</p>
<ol start="2">
<li><strong> Chardonnay de Purcari – Chateau Purcari 2017 (Moldavia)</strong></li>
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<p>Dalle rive del fiume Prut, nella storica regione della Bessarabia, prende vita uno Chardonnay che porta con sé l’identità profonda e solenne della Moldavia più autentica. Siamo nel distretto di Ștefan Vodă, dove Château Purcari, la più antica cantina del Paese – fondata quasi due secoli fa per volontà dello zar Nicola I Romanov – continua a scrivere la sua storia enologica con vini intensi, strutturati, espressivi.</p>
<p>Il terreno, una combinazione di argille e sabbie carbonizzate, imprime al vino spessore e una certa tensione minerale. La vinificazione prevede fermentazione in acciaio e una maturazione di sei mesi in barrique di rovere francese, che lascia un segno indelebile nella struttura e nell’identità aromatica del vino.</p>
<p>Nel calice si presenta con un giallo dorato profondo e vibrante, anticipando già visivamente la marcatura importante del legno. L’impronta boisé si rivela decisa sin da subito: nocciolina tostata, liquirizia, anice, orzo tostato, in un intreccio caldo, speziato, balsamico. Il frutto resta sullo sfondo, quasi timido, sfocato e impreciso, schermato dall’intensità del legno, che in questa fase domina la scena.</p>
<p>Il sorso è morbido, pieno, caldo, segnato da una esuberanza alcolica (13%) che si fa sentire già dall’attacco. È uno Chardonnay possente, costruito più sulla materia che sulla freschezza, con un corpo ampio ma poco dinamico, dove la tensione gustativa fatica a emergere. Solo nel finale, una nota salina e leggermente affumicata restituisce un senso di profondità, regalando respiro e una lunga persistenza, su toni di spezie dolci e tostature eleganti.</p>
<p>Un vino che non rincorre l’equilibrio classico, ma abbraccia un profilo fortemente territoriale e stilisticamente moldavo: ricco, strutturato, boisé, persistente, forse non sfaccettato, ma diretto e sincero. Esprime con forza il carattere del luogo, e racconta una scelta enologica che punta sulla densità e sull’intensità, senza rinunciare alla propria identità.<br />
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<ol start="3">
<li><strong> A26 Chardonnay Napa Valley – Antinori 2022 (California, USA)</strong></li>
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<p>Dalle alture della celebre Atlas Peak, nella zona orientale della Napa Valley, nasce uno Chardonnay che porta la firma di Antinori e racconta un progetto ambizioso e raffinato, capace di fondere spirito californiano e cultura enologica italiana. I vigneti, piantati a 450 metri su terreni franco-ghiaiosi d’origine vulcanica, godono di esposizioni privilegiate e beneficiano di escursioni termiche significative, che esaltano acidità e tensione.</p>
<p>La selezione clonale è di altissimo profilo: Wiemer, Dijon 96, Matanz 28, Entav 548 e Young 17, tutti caratterizzati da grappoli minuti e compatti, pensati per preservare freschezza e concentrazione aromatica. La raccolta avviene di notte, la pressatura è soffice, il mosto fiore viene raffreddato e decantato prima della fermentazione: tutto, in questo vino, è un esercizio di precisione. La vinificazione prevede affinamento di sette mesi in barriques nuove di rovere francese (Remond e Le Grand), con metà del vino sottoposto a fermentazione malolattica, per armonizzare cremosità e slancio.</p>
<p>Nel calice si presenta con un paglierino pallido, indice di gioventù e finezza. Il profilo olfattivo è misurato, elegante, non ostentatamente americano: si apre con iris e fiori bianchi, poi accenni agrumati di pompelmo, cenni di burro fuso e una leggera speziatura di pepe bianco. Il legno c’è, ma si muove in sottofondo, ben dosato, come un’eco.</p>
<p>Al sorso sorprende per verticalità e salinità, con una trama affilata e agile, quasi “chablisienne” nella pulizia espressiva e nella tensione gustativa. La componente alcolica (13%) è perfettamente integrata, sostenuta da una freschezza tonica e da una chiusura agrumata che richiama lime e scorza di pompelmo, in un finale dinamico e persistente. Solo in chiusura si affaccia, delicatamente, un richiamo boisé, con tocco di liquirizia, a ricordare l’equilibrio tra ricchezza e precisione.</p>
<p>È uno Chardonnay poco americano e molto francese nello spirito, che dimostra quanto la mano italiana sappia interpretare un terroir potente come Napa Valley con eleganza e controllo. Un bianco moderno, strutturato ma mai pesante, che offre finezza, profondità e spiccata vocazione gastronomica.</p>
<ol start="4">
<li><strong> Valle d’Aosta Cuvée Bois – Les Crêtes 2022 (Valle d’Aosta)</strong></li>
</ol>
<p>Figlio di una viticoltura d’altura, lo Chardonnay “Cuvée Bois” di Les Crêtes è uno dei più iconici bianchi di montagna, simbolo di eleganza alpina e potenza strutturale. Nasce da vigneti posti tra i 550 e i 750 metri di altitudine, nelle zone di Frissonnière di Saint-Christophe e Aymavilles, nel cuore della Valle centrale, dove il clima secco e la bassa piovosità, in combinazione con i suoli morenico-calcarei, regalano concentrazione, spessore e mineralità.</p>
<p>Le uve, da selezione clonale, vengono vinificate in acciaio, poi affinate per dieci mesi in botti di rovere francese di Allier e Tronçais, seguiti da ulteriori otto mesi di sosta in bottiglia, per ottenere una fusione ottimale tra componente varietale e impronta del legno.</p>
<p>Nel calice si presenta con un giallo paglierino brillante. Il naso si apre sontuoso e stratificato, con un incipit esotico di frutto della passione, ananas, albicocca e pesca, cui si uniscono tocchi raffinati di dolcissima susina mirabelle della Lorena, gelsomino e note balsamiche di mentolo ed erbe alpine.</p>
<p>L’assaggio è ricco, materico, pieno, con una tessitura gustativa che alterna calore, morbidezza e tensione acida. Il sorso avvolge il palato ma trova costante bilanciamento nella freschezza verticale e in una mineralità salina, che affiora in chiusura come una nota saponosa e quasi tattile, seguita da un eco fumé di pietra focaia.</p>
<p>I 14,5% di volume alcolico non sono un eccesso, ma piuttosto una conseguenza naturale di questo microclima estremo e siccitoso, che nella parte centrale della Valle d’Aosta raramente conosce pioggia. Qui nasce uno Chardonnay che, pur in pieno stile montano, non rinuncia alla forza, mostrando muscoli e anima, senza mai sacrificare la finezza.</p>
<p>Un bianco imponente, stratificato, sensuale e rigoroso, che racconta con voce fiera la sua origine alpina e la capacità di un territorio di sfidare ogni limite.</p>
<ol start="5">
<li><strong> Langhe L’Altro Chardonnay – Pio Cesare 2023 (Piemonte)</strong></li>
</ol>
<p>“L’Altro” è la visione contemporanea di Pio Cesare, storica maison del Barolo, che sceglie di esplorare il lato bianco del territorio attraverso un blend di Chardonnay e una piccola percentuale (max 15%) di Sauvignon Blanc, da vigne di Treiso (Cascina Il Bricco), Trezzo Tinella (Bossania) e Monforte d’Alba (Mosconi): tre cru importanti per un’espressione leggera, ma mai banale.</p>
<p>La vinificazione segue una doppia strada: fermentazione e affinamento del Sauvignon esclusivamente in acciaio, mentre lo Chardonnay affronta un breve passaggio in barrique, giusto il tempo necessario a impreziosirne la struttura senza snaturarne il carattere varietale.</p>
<p>Nel calice appare paglierino pallido con riflessi verdolini, brillante e invitante. Al primo impatto olfattivo domina la componente sauvignoniana, con vivide note di lime e scorza d’agrume, che danno subito la misura di un vino improntato alla freschezza. Con l’ossigenazione, il quadro aromatico si arricchisce di frutta esotica su note di maracuja, poi pera e fiori bianchi, come iris, su un fondo mentolato che dona un tocco di verticalità aromatica.</p>
<p>Il sorso è snello, dinamico, dissetante, con un’acidità viva e vibrante che scorre agile lungo tutto il palato. La freschezza agrumata guida la progressione gustativa, con rimandi di pompelmo, lime e una chiusura balsamica, segno di un connubio riuscito tra le due varietà. La barrique resta appena accennata, quasi invisibile, lasciando spazio alla precisione e all’immediatezza del frutto.</p>
<p>Un bianco che non cerca complessità opulente, ma una piacevolezza raffinata e moderna, capace di coniugare rigore tecnico e fruibilità quotidiana, con un’anima langarola fresca, sorridente e versatile.</p>
<ol start="6">
<li><strong> Curtefranca Corte del Lupo Bianco – Ca’ del Bosco 2023 (Lombardia)</strong></li>
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<p>Un bianco di Franciacorta che rinuncia alla bolla, ma non all’eleganza. Chardonnay all’80% e Pinot Bianco al 20%, in un blend che firma lo stile raffinato di Ca’ del Bosco, portando in bottiglia l’essenza solare e accogliente della terra bresciana. Le uve provengono da vigneti situati nei comuni di Erbusco, Cazzago San Martino e Passirano, zone simbolo della denominazione. La vinificazione è condotta con rigore: fermentazione in acciaio e piccole botti, seguita da sei mesi di affinamento sui lieviti e ulteriori tre mesi in bottiglia, per scolpire una materia che aspira alla finezza.</p>
<p>Alla vista, il vino si presenta paglierino chiaro con riflessi verdolini, giovane e luminoso. Il profilo olfattivo è aperto, ricco, immediato: a dominare sono le note fruttate di pesca bianca, kumquat, ananas fresco e frutto della passione, accarezzate da una delicata mandorla fresca, mentre il Pinot Bianco lascia il suo segno nei cenni floreali di gardenia e rosa bianca, a conferma di una componente aromatica ben disegnata e di grande grazia.</p>
<p>Al palato il sorso è pieno, morbido, avvolgente, espressione chiara della solarità franciacortina. Il calore dell’annata 2023, pur difficile, è domato da una freschezza viva e una sottile tensione minerale che allungano il finale, rendendolo agile e vibrante. La presenza del legno è discreta, ma si fa sentire nella rotondità della struttura. È un vino giovane, ancora in divenire, dove il contrasto tra verticalità e morbidezza appare evidente: una bivalenza stilistica che lascia intravedere un’ottima evoluzione con qualche mese di ulteriore riposo in bottiglia.</p>
<p>Un Curtefranca Bianco che interpreta la classicità con spirito moderno, restituendo una beva dinamica e gastronomica, capace di far parlare la Franciacorta al di là delle bollicine.</p>
<ol start="7">
<li><strong> Alto Adige Chardonnay Leite – Weger 2023 (Trentino-Alto Adige)</strong></li>
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<p>Dalla collina di Cornaiano, nasce uno Chardonnay che punta tutto sull’essenzialità. Siamo a 600 metri di altitudine, su pendii ben ventilati e ricchi di escursioni termiche: condizioni ideali per raccogliere grappoli freschi e integri, vendemmiati a metà settembre e vinificati esclusivamente in acciaio, senza alcun passaggio in legno. La firma è quella della storica famiglia Weger, attiva dal 1820, custode di una tradizione vinicola secolare che oggi trova nella pulizia e nella precisione stilistica la sua espressione più attuale.</p>
<p>Alla vista, si presenta paglierino tenue con riflessi verdolini, che già anticipano un carattere snello e cristallino. Il naso è diretto, con un trionfo floreale in incipit di gelsomino, poi si allarga con pera bianca, cenni agrumati di pompelmo rosa e soffi minerali che virano verso il saponoso, a rafforzare il legame col terroir altoatesino.</p>
<p>In bocca il sorso è teso, affusolato, giocato tutto su acidità vibrante e mineralità tattile. Nessun fronzolo: qui domina la purezza varietale, in un registro stilistico minimalista che non rinuncia però a profondità espressiva. Il finale è essenziale ma persistente, con un ritorno armonico che rimanda ai fiori bianchi, alla scorza d’agrume e a una traccia sapida, che resta a lungo sul palato dopo la deglutizione.</p>
<p>Uno Chardonnay scolpito nell’acciaio, didattico e territoriale, che racconta con misura e autenticità l’anima più alpina dell’Alto Adige. Un vino di profilo chiaro e leggerezza strutturata, perfetto esempio di come la sottrazione possa generare eleganza.</p>
<ol start="8">
<li><strong> Alto Adige Chardonnay Ogeaner Kobler 2022– (Trentino-Alto Adige)</strong></li>
</ol>
<p>Dalle vigne di Magrè, nel cuore del fondovalle altoatesino, a 208 metri di altitudine, nasce questo Chardonnay firmato Kobler, vignaiolo dalla mano solida e decisa, che predilige trame vigorose e strutture importanti. L’appezzamento, piccolo cru aziendale denominato Ogeaner, affonda le radici in terreni sabbiosi e drenanti, che garantiscono maturazioni rapide e precisione aromatica. La vendemmia, avvenuta a metà settembre, ha preceduto una vinificazione in acciaio, con affinamento sulle fecce fini e fermentazione malolattica parziale. Nessuna stabilizzazione tartarica, a preservare l’identità più autentica del vino. La scelta del tappo Stelvin conferma l’impostazione stilistica volta alla linearità e alla pulizia espressiva.</p>
<p>Nel calice si mostra paglierino compatto con riflessi verdolini. Il primo impatto olfattivo è vegetale, con cenni erbacei e una nota lattica leggera. Emergono poi suggestioni agrumate e tropicali: lime, frutto della passione, ananas acerbo.</p>
<p>Al sorso domina la struttura alcolica, che imprime una sensazione asciugante e quasi severa nella chiusura. L’acidità rimane compressa, fatica ad emergere, e lascia il palato in una condizione di tensione non risolta. Il vino si sviluppa con carattere austero, quasi intransigente, dove la corrispondenza tra naso e bocca risulta disallineata: profumi freschi e tesi, ma una bocca ampia, calda e poco dinamica.</p>
<p>Uno Chardonnay che non cerca consenso immediato, ma racconta una visione enologica coerente con la firma Kobler: essenziale, rigorosa, muscolare, dove il territorio di fondovalle diventa protagonista non addolcito, ma descritto con cruda sincerità. Un bianco dalla personalità severa, che sfida il palato più che sedurlo.</p>
<ol start="9">
<li><strong> Alto Adige Chardonnay Sanct Valentin – St. Michael Eppan 2022 (Trentino-Alto Adige)</strong></li>
</ol>
<p>Un’icona della viticoltura altoatesina, nata nel 1986 e da allora simbolo di eleganza e coerenza stilistica. Il “Sanct Valentin” è frutto di vecchi impianti di oltre 30 anni, coltivati sulla riva destra dell’Adige, dove l’esposizione solare e i terreni caldi conferiscono maturità e struttura. La fermentazione alcolica avviene in barrique e botti di legno, seguita da un lungo affinamento di 11 mesi sulle fecce fini, a cui si deve la rotondità e la complessità del sorso.</p>
<p>Nel calice si presenta con giallo paglierino brillante, ravvivato da riflessi verdolini, segno di una freschezza ancora intatta. Al naso è ricco ma misurato, in perfetto stile della maison: l’incipit di nocciola tostata, cede il passo, alla rotazione, a una frutta raffinata e matura: susina mirabelle, pesca bianca, ribes bianco, seguiti da una nota agrumata di scorza di pompelmo e un finale balsamico elegante di nepitella.</p>
<p>In bocca è pieno, morbido, sapido, ma soprattutto bilanciato. Il calore alcolico (ben gestito) si fonde con una freschezza viva, che sostiene il sorso fino alla chiusura. Il finale è preciso, fruttato, armonico, con ritorni di uva spina, mango e pesca gialla, che confermano la qualità dell’estrazione e la padronanza della tecnica enologica.</p>
<p>Uno Chardonnay che non tradisce mai: ricco ma mai opulento, è la prova tangibile di come la classicità, quando ben interpretata, sappia rinnovarsi senza perdere identità.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7589" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15.png" alt="" width="962" height="632" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15.png 962w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15-480x315.png 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15-768x505.png 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15-465x305.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/foto-chardonnay-da-vino-10-a-15-695x457.png 695w" sizes="auto, (max-width: 962px) 100vw, 962px" /></a></p>
<ol start="10">
<li><strong> Alto Adige Chardonnay Lafòa – Colterenzio 2022 (Trentino-Alto Adige)</strong></li>
</ol>
<p>Un’etichetta che ha saputo ritagliarsi, anno dopo anno, uno status iconico, non solo per l’elegante veste liberty che ne avvolge la bottiglia, ma soprattutto per la sua identità stilistica netta, definita già nei primi anni ’80 da Luis Raifer, pioniere della selezione clonale e della viticoltura di precisione in Alto Adige.</p>
<p>Le uve provengono da vecchi impianti coltivati sui suoli morenici ben esposti attorno a Cornaiano, in un territorio collinare che coniuga maturità e tensione. Dopo una pigiatura soffice a grappolo intero, il mosto fermenta in barrique, dove avviene anche la malolattica completa. Segue un affinamento di 10 mesi sui lieviti fini con bâtonnage regolare, e altri sei mesi in bottiglia.</p>
<p>Nel calice, il colore è paglierino intenso e brillante. Il naso è complesso e stratificato: l’incipit fumé, con nocciola, pinolo tostato, burro e pasta di mandorla, annuncia subito il passaggio in legno, seguito da note dolci di papaya, mango maturo, pesca gialla, su un’elegante chiusura balsamica di nepitella.</p>
<p>Ma è in bocca che il “Lafòa” svela il suo carattere più sorprendente: non opulenza, ma misura, non ridondanza, ma cesello. Il sorso è avvolgente ma essenziale, teso da una freschezza vivida e una salinità salmastra che restituisce ritmo e profondità. La chiusura è elegante e amaricante, su ricordi di pompelmo e mandorla amara, a confermare un equilibrio tra volume e finezza.</p>
<p>Un bianco sapido, scolpito, che unisce struttura e precisione, con un potenziale evolutivo ancora da esplorare.</p>
<ol start="11">
<li><strong> Colli Euganei Chardonnay Gemola 2022 – Vignalta</strong></li>
</ol>
<p>Nelle assolate colline di Baone, nel cuore più caldo e generoso dei Colli Euganei, nasce un Chardonnay che racconta la mineralità vulcanica di un suolo antico. I vigneti, ancora giovani – appena sei anni – affondano le radici in terreni di rocce vulcaniche disgregate, capaci di trattenere calore e donare al frutto una maturazione piena, ma sempre sorvegliata da escursioni termiche notturne che ne preservano profumi e freschezza.</p>
<p>Vinificato con pazienza e misura, il vino fermenta e matura per dodici mesi in tonneaux di rovere francese, dove sosta a contatto con le fecce nobili, guadagnando struttura e profondità senza mai perdere la grazia del varietale.</p>
<p>Alla vista si presenta in un elegante giallo paglierino con riflessi verdolini, promessa di freschezza e gioventù. Il profilo olfattivo si apre su un’espressione dolce e solare dello Chardonnay, classica, mediterranea, avvolgente: melone candito, miele di acacia, confetto, zucchero filato, che si rincorrono tra sentori agrumati di scorza d’arancia. Seguono sfumature floreali ricercate e seducenti: mughetto, gardenia, gelsomino, che aggiungono grazia e profondità al quadro aromatico. Solo in chiusura si avverte il legno con una vaniglia ben dosata, che completa il bouquet senza sovrastarlo.</p>
<p>Il sorso è coerente con il naso, tutto giocato su morbidezza, frutto maturo e dolcezza controllata: il melone, la pesca e il miele tornano protagonisti all’assaggio, accompagnati da un’acidità fruttata che dona ritmo e una certa energia al palato. Il finale si arricchisce di una tostatura delicata, lieve eco del rovere, che tuttavia – in questa fase giovanile – risulta leggermente dissonante, come una nota fuori spartito che interrompe momentaneamente l’armonia complessiva.</p>
<p>È uno Chardonnay che punta su pienezza, espressività e rotondità mediterranea, ma che, grazie al terroir vulcanico e al lavoro rispettoso in cantina, riesce a mantenere un’identità nitida e personale, in cui il legno accompagna senza dominare, e il frutto conserva la sua luce. Con qualche mese in bottiglia, potrà affinarsi ulteriormente ed esprimere con maggiore precisione la sua anima calda e minerale.</p>
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<ol start="12">
<li><strong>Friuli Isonzo Chardonnay Vie di Romans 2023 </strong></li>
</ol>
<p>Il vino prende il nome dal vigneto aziendale situato a Mariano del Friuli, a soli 31 metri s.l.m., su una delle terrazze più vocate dell’Isonzo, le cosiddette “Rive Alte”: un altopiano a modesta altitudine ma dalle notevoli escursioni termiche, dove la Bora si spegne lentamente verso il mare Adriatico, lasciando spazio a un microclima ideale per la maturazione lenta e completa delle uve.</p>
<p>Il suolo, profondo e ben drenato, con scheletro moderato e una forte presenza di argilla rossa ricca di ossidi di ferro e alluminio, dona struttura e carattere varietale. La vendemmia avviene nella terza settimana di settembre, a maturazione piena, seguita da diraspopigiatura e macerazione a freddo a 8 °C. Il mosto, chiarificato staticamente a freddo, fermenta lentamente tra i 16 e i 18 °C per circa 25 giorni. L’affinamento prosegue per 8 mesi sui lieviti selezionati in barrique, quindi 9 mesi in bottiglia, per un totale di 40.000 bottiglie prodotte all’anno.</p>
<p>Nel calice, si veste di paglierino intenso con riflessi dorati. Il naso si apre con note avvolgenti di frutta secca, nocciolina, mandorla tostata poi una lieve speziatura dolce di vaniglia. Alla rotazione del calice, segue un tratto agrumato fine e verticale di cedro, quindi iris e la balsamicità speziata del cardamomo. Un’impronta inconfondibile è la nota vegetale elegante di asparago selvatico, che torna puntuale anche nel finale di bocca.</p>
<p>Il sorso è ricco ma dinamico, con una bella energia alcolica sorretta da una nota salina che dà ritmo e tensione. Il finale è snello, sapido, sottile, con un&#8217;eleganza che conquista senza mai saturare il palato.</p>
<p>Un grande Chardonnay friulano, che concilia struttura e leggerezza, profondità e nitidezza aromatica.</p>
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<ol start="13">
<li><strong> Chardonnay – Castello della Sala 2022 (Umbria)</strong></li>
</ol>
<p>Un’icona assoluta dell’enologia italiana, nata nel 1985 dalla visione di Renzo Cotarella, con l’ambizione – all’epoca pionieristica – di creare un grande bianco italiano da invecchiamento, capace di esprimere profondità, identità territoriale e vocazione internazionale. La risposta fu un blend calibratissimo di Chardonnay (prevalente) e Grechetto orvietano (G109), che da allora incarna la sintesi perfetta tra tecnica francese e anima umbra.</p>
<p>I vigneti, piantati con cloni francesi selezionati, si distendono attorno al Castello della Sala, tra i 200 e i 400 metri s.l.m., su terreni calcarei e argillosi, modellati dai venti che scendono dagli Appennini e spazzano via le nebbie del vicino lago di Corbara.</p>
<p>Le uve, raccolte nelle prime ore del mattino, subiscono una breve macerazione pellicolare a freddo (4 ore a 10 °C), prima della pressatura soffice e della fermentazione alcolica in barrique di rovere francese, dove avviene anche la malolattica parziale. A febbraio, lo Chardonnay viene travasato in acciaio dove incontra il Grechetto, vinificato separatamente in legno. L’affinamento prosegue in bottiglia per alcuni mesi nelle storiche cantine del castello, scavato nella pietra, in attesa dell’uscita sul mercato.</p>
<p>Nel calice si presenta in un paglierino vibrante, indice di un vino ancora nel pieno della sua giovinezza.</p>
<p>Il naso è in divenire, teso tra l’anima agrumata e verticale dello Chardonnay e le morbidezze calde del Grechetto. L’incipit è fresco, con scorza d’agrume candito e mela cotta, poi vaniglia, pane tostato, nocciola, coriandolo e cardamomo disegnano un profilo speziato e balsamico. Il legno è presente ma avvolgente, quasi setoso, perfettamente integrato nell’equilibrio generale.</p>
<p>In bocca il Cervaro 2023 sorprende per energia e slancio, in un’annata non semplice. Lo Chardonnay detta il ritmo, con un’acidità fine e lineare che ricorda lo stile borgognone. Il Grechetto entra in seconda battuta, portando corpo, calore e un guizzo sapido che accompagna il sorso verso un finale lungo, agrumato e minerale, con ritorni di frutta esotica e spezie dolci.</p>
<p>È un bianco di grande struttura ma sorprendente snellezza, con un potenziale evolutivo straordinario. Ogni sorso racconta la forza del terroir umbro, la precisione tecnica della maison Antinori e la storia di un vino che ha fatto scuola, senza mai perdere la voglia di rinnovarsi.</p>
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<ol start="14">
<li><strong> Sicilia Menfi Chardonnay Planeta 2023 (Sicilia)</strong></li>
</ol>
<p>Dal cuore della Sicilia occidentale, il Chardonnay di Menfi targato Planeta è ormai da decenni un pilastro del vino bianco italiano. Le uve provengono da due storiche parcelle della tenuta: Ulmo (a 250 m slm), con terreni calcarei ricchi di ciottoli e Maroccoli (a 415 m slm), su suoli calcarei-limosi. Qui, lo Chardonnay è stato piantato nel 1985, in un progetto di lungo respiro che ancora oggi continua a evolvere.</p>
<p>Il 2023 segna un nuovo passo stilistico: vendemmia anticipata di dieci giorni, già a inizio agosto, per preservare tensione e freschezza. Il regime è biologico certificato e prevede la raccolta manuale in cassette da 16 kg, refrigerazione, pressatura soffice e decantazione statica a freddo (6–7 °C). La fermentazione avviene in barriques di rovere Allier da 225 l, suddivise tra 40% nuove, 30% di secondo passaggio e 30% di terzo passaggio, a temperature controllate di 17–19 °C. L’affinamento prosegue sui lieviti per 11 mesi, con bâtonnage settimanale nei primi cinque mesi e quindicinale nei successivi, prima dell’imbottigliamento.</p>
<p>Nel calice si presenta con un giallo paglierino caldo dai riflessi dorati, segno di una maturazione piena.</p>
<p>Al naso, l’annata 2023 rivela un profilo più slanciato e nordico rispetto al passato. L’apertura è balsamica, con cenni mentolati, poi si distende su zagara, bergamotto e note fruttate di pesca bianca e susina gialla, quasi sotto forma di gelatina. Seguono soffi mediterranei di melone bianco candito, gelso bianco, fico d’India e miele leggero. Il legno è presente ma mai invadente, a servizio della complessità.</p>
<p>Il sorso, rispetto all’opulenza di alcune annate passate, si fa più preciso e contenuto, con una spinta agrumata da lime che sorregge la progressione. La salinità finale, figlia dei suoli calcarei, dona grip e verticalità, bilanciando la struttura alcolica con un’energia gustativa ben dosata.</p>
<p>Pur non raggiungendo la lunghezza di altri grandi bianchi italiani come il Cervaro della Sala, mostra una nuova leggerezza e finezza espressiva, che lo rendono più affabile, moderno e dinamico. Una bottiglia che racconta l’ambizione di Planeta: reinterpretare lo Chardonnay in chiave isolana, ma con rigore sartoriale e visione internazionale.</p>
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<li><strong>Meursault Les Santenots – Georges Glantenay 2022 (Borgogna, Francia)</strong></li>
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<p>Un bianco che ha saputo sorprendere alla cieca per la sua raffinata discrezione, espressione autentica del savoir-faire borgognone e della mineralità che da sempre definisce i grandi Chardonnay della Côte de Beaune.</p>
<p>Alla vista, si mostra con un giallo paglierino brillante, acceso da riflessi dorati che preannunciano struttura e maturità. Il primo impatto olfattivo è sottile e intrigante: una nota fumé netta, quasi di selce accesa, introduce a un bouquet che si arricchisce lentamente con pera matura, pesca gialla succosa, e mandorla in crema, il tutto abbracciato da un soffio di vaniglia leggera, accennata ma mai invadente, a testimoniare l’uso misurato del legno.</p>
<p>Il sorso è avvolgente, denso ma composto, con una materia piena che accarezza il palato con tattilità vellutata. La tensione acida, ben presente, bilancia la larghezza gustativa e guida la beva verso un finale sapido e ordinato, sebbene ancora non completamente dispiegato in lunghezza. C’è potenza contenuta, finezza in costruzione, una promessa di profondità che si intuisce più che si afferra pienamente.</p>
<p>Un Meursault giovane e già affascinante, che conquista per l’equilibrio tra rigore e calore, e che, con un po’ di riposo in bottiglia, saprà certamente rivelare una voce ancora più ampia e armoniosa. La bellezza, qui, non urla: si insinua silenziosamente e cresce col tempo.</p>
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<p><strong>15 sfumature di Chardonnay&#8230;</strong><br />
Attraverso 15 interpretazioni dello Chardonnay provenienti dai quattro angoli del mondo, si è composto un mosaico vitale, sfaccettato, sorprendente, che ha saputo restituire tutta la complessità di un vitigno infinitamente duttile, narrativo, identitario.</p>
<p>Dalla finezza cesellata dei cru borgognoni alla solarità affilata delle espressioni italiane, passando per l’opulenza scolpita dei grandi bianchi d’oltreoceano, ogni calice ha raccontato non solo il luogo da cui proviene, ma anche le scelte stilistiche, il gesto enologico, il tempo e la mano che lo ha generato.</p>
<p>Una degustazione che ci ha raccontato un dialogo tra mondi e sensibilità diverse, sottolineando come lo Chardonnay sia, più che un semplice vitigno, una forma di linguaggio enologico universale: capace di adattarsi, di trasformarsi, di restituire nel bicchiere tanto il terroir quanto la visione del produttore.</p>
<p>In un momento storico in cui il vino rischia talvolta l’omologazione, questa selezione ha invece mostrato la bellezza della diversità, della ricerca e della coerenza stilistica. Ciò che accomuna questi quindici Chardonnay – pur così distanti per latitudine, suolo, vinificazione – è, infatti, il rigore, la cura, la volontà di esprimere un&#8217;identità autentica.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/tappi.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7591" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/tappi.png" alt="" width="720" height="584" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/tappi.png 720w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/tappi-480x389.png 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/tappi-465x377.png 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/tappi-616x500.png 616w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Nel cuore del Barolo: un viaggio emozionale tra MGA, suoli e calici</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/barolo-un-viaggio-emozionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sara Calimari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 06:48:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Barolo]]></category>
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					<description><![CDATA[Degustazione del 30/06/2025 – Il Salotto del Vino con Massimo Castellani C’è qualcosa di magnetico nel Barolo che spinge a tornare, sempre. Forse è il suo equilibrio tra fragilità ed austerità, o quella voce inconfondibile che]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Degustazione del 30/06/2025 – Il Salotto del Vino con Massimo Castellani</em></p>
<p>C’è qualcosa di magnetico nel Barolo che spinge a tornare, sempre. Forse è il suo equilibrio tra fragilità ed austerità, o quella voce inconfondibile che assume, di cru in cru, raccontando il suo terroir. Al Salotto del Vino, Massimo Castellani ci ha guidati lungo un itinerario sensoriale, attraverso alcune delle menzioni geografiche più affascinanti del Barolo, con un’attenzione particolare al versante nord-ovest della denominazione: Verduno, Roddi, Novello e La Morra.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7579" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra.jpg" alt="" width="1024" height="576" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra.jpg 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra-480x270.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra-768x432.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra-465x262.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/07/Degustazione-Barolo-La-Morra-695x391.jpg 695w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>È la geologia il filo conduttore invisibile che tiene insieme questo racconto. Parliamo di suoli antichi, plasmati milioni di anni fa. Il terreno tortoniano, nato tra 11 e 7 milioni di anni fa, domina le aree a nord-ovest del comune di Barolo, verso La Morra e Verduno. Qui le marne grigio-azzurre di Sant’Agata regalano eleganza e finezza ai vini. Queste marne, composte da circa il 55% di argilla, 30% sabbia e 15% calcare, sono capaci di restituire al Nebbiolo una tessitura sottile, quasi delicata, pur mantenendo profondità e tensione. Nella parte più recente del territorio, a cavallo tra Langhe e Roero, si sovrappone la formazione gessoso-solfifera del Messiniano, testimone di una straordinaria evaporazione marina che ha lasciato in dote cristalli di gesso tra le marne: una vena bianca che attraversa colline e secoli, soprattutto nei territori di La Morra e Verduno.</p>
<p>Il nostro punto di partenza è <strong>Verduno</strong>, crocevia raffinato tra il carattere della Langa e la leggerezza del Roero. Il cru Monvigliero è considerato il “gran cru” del comune, e non a caso. I terreni chiari e sciolti di questa collina, con inserti sabbiosi e marne calcaree, regalano vini di grande eleganza. A raccontarlo con rara espressività è il <strong>Barolo Monvigliero 2020 di Fratelli Alessandria</strong>, figlio di vigne con più di cinquant’anni, che si apre nel calice in un rosso carminio sottile con riflessi granati. L’aria di Verduno affina il Nebbiolo, lo sveste della sua austerità per donargli la leggerezza di un Pinot nero e, nei profumi di arancia sanguinella, evoca quasi un Sangiovese toscano; poi si scurisce, virando verso sentori boschivi – mirtillo, ribes nero – fino a evocare la terra umida, la corteccia di china e l’eucalipto. In bocca è raffinato, guidato da un’ acidità agrumata, con un finale salino e profondo, che chiude su note di scorza d’agrume.</p>
<p>Più denso, più strutturato, ma altrettanto affascinante è il <strong>Barolo Monvigliero 2020 di Paolo Scavino</strong>. Il cru, vinificato singolarmente solo dal 2007, mostra già alla vista una concentrazione maggiore, merito anche dell’affinamento in barrique e botti grandi. Il naso si arricchisce di una componente dolce e speziata: caramello, rosa, noce moscata, e una radice di liquirizia che è insieme varietale e figlia del legno. Ma non è il legno a dominare: qui vince la voce del suolo di Verduno, che impone la sua mineralità e una tensione salina che affiora netta al sorso. Il tannino è integrato, setoso, il finale agrumato e preciso. Un vino che racconta quanto l’identità di un cru sappia emergere anche nelle interpretazioni più moderne.</p>
<p>Da Verduno ci spostiamo a <strong>Novello</strong>, comune sospeso tra le Langhe e il Monferrato. I suoli sono ancora quelli della Marna di Sant’Agata, ma qui la sabbia si fa più presente. Il risultato? Vini più sottili, più taglienti. Il <strong>Barolo Ravera 2020 di Paolo Scavino</strong> ne è la prova. Carminio intenso, riflessi granati: nel calice si muove lento, con eleganza. Al naso si schiude lentamente, partendo da un’ arancia disidratata (quella della rondella da cocktail che porta con sé un accenno amaricante), poi ciliegia sotto spirito, chinotto, pot-pourri di rosa e viola, corteccia di china e una vaniglia leggera, segno di un legno usato con misura, forse di secondo o terzo passaggio. In bocca la firma di Ravera è chiara: mineralità salivante, tannino sottile e polveroso (sinonimo di una corretta integrazione nel vino), acidità vivace. Il finale è un gioco di frutti rossi e tropicali: chinotto, ribes, arancia, frutto della passione.</p>
<p><strong>Roddi</strong>, spesso sottovalutata, ci sorprende con il suo unico cru, <strong>Bricco Ambrogio</strong>. Qui la storia ha camminato più lentamente, ma la voce del suolo – le Marne di Sant’Agata con fossili e calcare – parla chiaro. Il <strong>Barolo Bricco Ambrogio 2020 di Paolo Scavino</strong> si presenta in un carminio tenue, con un bouquet che si apre su dolcezze inaspettate: caramella gelée di lampone, poi un tocco di liquirizia. Al palato l’ingresso è suadente, la dolcezza del frutto maturo si riflette in una morbidezza avvolgente. Il tannino è fine, delicato, quasi educato. Un vino di lunga persistenza, pensato per accogliere, non per impressionare: è il Barolo dell’introduzione, quello che non fa paura. Eppure, non rinuncia al carattere.</p>
<p><strong>La Morra</strong> è una sinfonia di leggerezza e finezza. I suoi suoli sabbiosi-limosi e la sua collocazione a nord regalano al Nebbiolo una voce più femminile, meno austera, ma di seducente immediatezza. Il <strong>Barolo del Comune di La Morra 2020 di Enzo Boglietti</strong> ne è una rappresentazione sincera: un calice carminio tenue, naso balsamico, frutto scuro, lieve sottobosco. Al sorso si avverte un’acidità decisa e un tannino un po’ più scomposto e lievemente vegetale, segno dell’assemblaggio e, forse, di piante più giovani. È un Barolo d’ingresso, onesto e diretto.</p>
<p>Poi si cambia registro con il <strong>Barolo Giachini 2019 di Corino</strong>, espressione moderna e convinta del cru. Dopo una breve macerazione in rotofermentatore, il vino matura per due anni in barrique (35% nuove), per un profilo che cerca muscolo e potenza. Al naso domina il frutto scuro: mora di gelso, cassis in confettura, poi liquirizia, canfora, sottobosco. Il legno è presente ma dialoga con il frutto. In bocca è pieno, strutturato, l’alcol si sente ma il tannino è perfetto, saldo, centrale. Una visione muscolare del Barolo di La Morra, ormai meno di moda, ma eseguita con precisione.</p>
<p>E che dire del <strong>Barolo Brunate 2019 di Enzo Boglietti</strong>? Una delle vigne storiche della denominazione, citata fin dal Quattrocento. Il colore è carminio scarico, con riflessi granati. Al naso è un Nebbiolo scolastico, quasi didattico: viola, liquirizia, poi balsamico, boschivo. In bocca il vino non insegue la potenza, ma la fedeltà al vitigno: il tannino è ancora graffiante, gengivale, ma integrato nella struttura. Il finale è speziato, quasi piccante: pepe rosa, paprika, chiusura sapida e lunghissima. Un grande vino da attendere.</p>
<p>Il <strong>Barolo Serra 2020 di Prunotto</strong>, una vigna in affitto da Gigi Rosso. La mano di Antinori firma un vino moderno ed elegante. Al naso è floreale e preciso, con una viola di rara bellezza e un frutto rosso ben definito. In bocca è tutto in tensione: il tannino è progressivo, l’acidità è succosa. Un Barolo ancora in fase di affinamento espressivo, ma che promette grande equilibrio. La modernità qui non è potenza, ma cesello.</p>
<p>Il gran finale spetta al cru simbolo di La Morra: le <strong>Rocche dell’Annunziata</strong>. E in una grande annata come la 2015, il <strong>Barolo Riserva di Paolo Scavino</strong> ne incarna la complessità e la bellezza. Un vino che si svela a strati: viole e rose in pot-pourri, frutta scura in confettura, terra, foglie, fungo, bacca di ginepro, cardamomo. È potente, ma non per il legno: qui è l’uva, matura e generosa, a imprimere forza. In bocca è profondo, setoso, ma con un tannino ancora deciso, che racconta un vino longevo e carismatico.</p>
<p>Dopo nove Barolo, sorprende la sensazione di freschezza che resta sul palato. Non si è sopraffatti, ma incuriositi, ancora pronti a un altro sorso. È il segno di una denominazione che sta cambiando pelle. Il viaggio tra le MGA del nord-ovest del Barolo si rivela non solo un excursus geologico e sensoriale, ma una dichiarazione d’intenti: il futuro del Barolo non sarà più dominato dalla forza, ma dalla finezza.</p>
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		<title>Il più antico vitigno a bacca bianca di Sicilia &#8211; Inzolia DOC Sicilia</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/il-piu-antico-vitigno-a-bacca-bianca-di-sicilia-inzolia-doc-sicilia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Falconieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 06:52:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Inzolia]]></category>
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					<description><![CDATA[E’ arrivato il momento di tornare alle buone vecchie abitudini, e per farlo ho scelto il più antico vitigno autoctono siciliano a bacca bianca: l’Inzolia. Un vino per scoprire l’anima di un territorio che non ha]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">E’ arrivato il momento di tornare alle buone vecchie abitudini, e per farlo ho scelto il più antico vitigno autoctono siciliano a bacca bianca: <strong>l’Inzolia</strong>. Un vino per scoprire l’anima di un territorio che non ha mai smesso di raccontarsi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Originario di Acate, comune in provincia di Ragusa, l’Inzolia è uno dei vitigni più diffusi nell&#8217;isola, soprattutto nella parte occidentale, nelle province di Trapani, Palermo e Agrigento.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le sue origini si perdono nel tempo, con ipotesi che lo legano sia all&#8217;arrivo dei <strong>Greci</strong> in Sicilia nel corso della colonizzazione tra l&#8217;VIII e il V secolo a.C., sia all&#8217;introduzione da parte dei <strong>Normanni </strong>nel corso dell&#8217;occupazione dell’isola, attorno all&#8217;XI secolo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Infatti il vitigno in Italia è presente in due scenari geografici diversi, dove è anche conosciuto con nomi diversi.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7569" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1.jpg" alt="" width="1024" height="680" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1.jpg 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1-480x319.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1-768x510.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1-465x309.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/Sciarra-Soprana-7-1-695x462.jpg 695w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;">Si ipotizza che dalla Sicilia si sia diffuso in Sardegna, Calabria (nella zona di Bivongi), nel Lazio e in Toscana, in particolare nell’Isola d’Elba, nell’isola del Giglio e nella Costa dell’Argentario, dove ha mantenuto l’antico nome di origine normanna Ansonica, mentre in Sicilia, sin dall’epoca dei romani, è citato con l’appellativo di “Inzolia” e presenta anche un vitigno omonimo a bacca nera, l’Inzolia nera. La prima, probabile, testimonianza scritta del vitigno risale alla <strong><em>&#8220;Naturalis Historia”</em></strong> di <strong>Plinio Il Vecchio</strong>, pubblicata tra il 77 e il 78 d.C., dove si parla del vitigno &#8220;“Irsolia”, da molti ricondotto proprio all&#8217;attuale Inzolia.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;Inzolia è un vitigno vigoroso e produttivo, con grappoli grandi e acini dorati. Predilige terreni sciolti e sabbiosi, e si adatta bene a climi caldi e asciutti. La sua uva si caratterizza per un notevole contenuto zuccherino e scarsa acidità. La produzione di vino Inzolia richiede attenzione e cura durante tutte le fasi, dalla raccolta delle uve alla vinificazione, in modo da preservare le caratteristiche uniche del vitigno. I risultati migliori si ottengono quando viene coltivato nelle zone a ridosso del mare, dove acquisisce sensazioni saline che arricchiscono il bagaglio organolettico del vino.</p>
<p style="font-weight: 400;">La zona di produzione più importante è quella di <strong>Marsala</strong>, dove viene storicamente utilizzato in blend con altri vitigni per la produzione del celebre vino Marsala, grazie alla scarsa acidità e al suo peculiare contributo aromatico. Anche per questo, per molto tempo, è stato utilizzato soprattutto come <strong>vino da taglio.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">La sua vinificazione in purezza risale alla seconda metà del XX secolo, grazie all&#8217;impegno e alla lungimiranza di molti viticoltori siciliani. Tutt&#8217;ora l&#8217;Inzolia è un vitigno in costante crescita, sempre più apprezzato sui mercati nazionali ed internazionali per le sue doti di freschezza e piacevolezza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il vino, in Sicilia, è cultura, racconto, identità, è un gesto antico che resiste da millenni. Tra i produttori, testimoni di tutto questo, c’è sicuramente la famiglia <strong>Curatolo Arini</strong>, il più antico produttore di Marsala ed una delle prime imprese siciliane ad esportare in Europa e nelle Americhe, grazie alla collaborazione con esperti svizzeri.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204255.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7570" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204255.jpg" alt="" width="650" height="867" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204255.jpg 650w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204255-360x480.jpg 360w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204255-450x600.jpg 450w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204255-375x500.jpg 375w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;">Da più di 140 anni l’entusiasmo e la passione per i vini di qualità non sono mai mutati. Ogni generazione ha aggiunto un nuovo capitolo alla storia di successo di questa famiglia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Era il 1875, quando <em>Vito Curatolo Arini</em> decise di costruire una cantina nella sua città natale di Marsala, in mezzo ai vigneti di famiglia per seguire il suo sogno di produrre vino Marsala. Aveva una visione e molte idee moderne e innovative. Decise di far conoscere il suo eccellente vino Marsala in tutto il mondo con il nome Curatolo Arini, unendo il suo cognome, Curatolo, con quello della madre, Arini e commissionando il disegno dell’etichetta ad uno dei più famosi architetti italiani del XIX secolo, Ernesto Basile, padre del famoso “Liberty Siciliano”. Con tanto orgoglio, quest’etichetta è ancora attualmente in uso ed è nota per la sua originalità ed eleganza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Alla fine degli anni &#8217;70, <strong>Curatolo Arini</strong> decise di espandere la produzione e, oltre ai vini Marsala, di produrre vini fermi e negli anni ’90, con l’enologo toscano Alberto Antonini, nasce la linea Monovarietale capace di esaltare le varie espressività territoriali.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ed io, naturalmente, ho scelto di degustare l’<strong>Inzolia DOC Sicilia, </strong>pregiato vino bianco realizzato con 100% uve Inzolia, raccolte a mano a fine settembre. Diraspatura e macerazione delle bucce a freddo per qualche ora, segue pressatura soffice e fermentazione a 16°C in vasche in acciaio inox. Affinamento “sur lies” per 60 giorni.</p>
<p><a href="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204317.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7571" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204317.jpg" alt="" width="650" height="867" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204317.jpg 650w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204317-360x480.jpg 360w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204317-450x600.jpg 450w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_20250516_204317-375x500.jpg 375w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;">Di colore giallo paglierino brillante con riflessi dorati, l&#8217;Inzolia di Curatolo Arini offre un bouquet aromatico ampio, ricco. Al naso si percepiscono note agrumate, ricordi di frutta tropicale come ananas e mango, pesca gialla e bianca, accompagnate da delicate sfumature floreali di fiori d&#8217;arancio e leggere nuance erbacee, chiudono infine note vanigliate. Al palato è sapido, minerale, con sensazioni saline tipiche dei vini ricavati da uve coltivate in terreni nei pressi del mare, con un&#8217;ottima morbidezza e una vivace acidità che ne esalta la freschezza. La sua struttura elegante e la lunga persistenza gustativa lo rendono ideale per accompagnare una vasta gamma di piatti. È il vino ideale per un aperitivo, soprattutto con piatti a base di pesce. Perfetto in abbinamento con frutti di mare, crostacei, fritture miste, ma anche insalate di pollo e formaggi freschi. Assolutamente da provare con linguine alla bottarga o con piatti a base di tonno o pomodorini.</p>
<p style="font-weight: 400;">I vini di Curatolo Arini sono memoria stratificata in ogni sorso, rappresentano un&#8217;autentica esperienza enologica che permette di assaporare la ricchezza e la varietà del territorio siciliano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Oggi i diretti discendenti del fondatore stanno guidando l&#8217;azienda verso il futuro con spirito di innovazione e visione, nella tradizione e con la mentalità imprenditoriale del fondatore <em>Vito Curatolo Arini,</em> non perdendo mai di vista quel sogno. Complimenti!</p>
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			</item>
		<item>
		<title>“Cantine Lento” : attestato di eccellenza Tastevin Vitae Ais 2024</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/cantine-lento-eccellenza-tastevin-vitae-ais-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Cristina La Serra]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 09:18:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie e visite]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
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					<description><![CDATA[In un ventoso mattino di giugno, tramite l’associazione italiana Sommelier Calabria, ho avuto il piacere di visitare le Cantine Lento che si trovano ad Amato, in provincia di Catanzaro fra il mar Ionio e il mar]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In un ventoso mattino di giugno, tramite l’associazione italiana Sommelier Calabria, ho avuto il piacere di visitare le Cantine Lento che si trovano ad Amato, in provincia di Catanzaro fra il mar Ionio e il mar Tirreno. Ad accoglierci c’era Danila, depositaria, insieme alla sorella, del sapere e delle redini di questa realtà che oltre a produrre vini di qualità, valorizza il territorio, con attenzione alle varietà autoctone della zona interessata dalla denominazione. Proprio Danila ci ha spiegato in modo attento, preciso ed esaustivo, tutte le fasi della produzione: dalla vendemmia, in mezzo ai filari, perché potessimo vedere dal vivo il vigneto, alla produzione e filtrazione, all’interno dell’azienda, per poi passare in bottaia, definita dalla stessa il cuore pulsante di tutta la tenuta e dei ricordi di quattro generazioni di Lento che hanno reso questo nome, sinonimo di autenticità.</p>
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<p>Non è stata una visita “normale”, mi trovavo infatti,  in questa bellissima azienda, per un motivo molto importante: la consegna del prestigioso attestato di eccellenza da parte dell’Associazione Italiana Sommelier.</p>
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<p>Il Lamezia Rosso Riserva 2019 è stato infatti il vincitore del Tastevin 2024 per quanto riguarda la Regione Calabria. Un premio ambito e di altissimo valore, assegnato ad un vino unico e che abbiamo avuto il piacere di degustare insieme anche al Greco dell’azienda. Dal colore carminio intenso, questo vino rosso doc, composto da Magliocco canino 45%, Greco nero 35% e Nerello 20%, matura per 6 mesi in acciaio per poi passare al legno grande dove sosta per 24 mesi. Il naso è molto intenso e complesso poiché va da una frutta matura di more, quasi confetturata per poi passare alla liquirizia, a note dolci di vaniglia nera e un finale di erbe aromatiche che in bocca si arricchisce di sentori di cuoio e cacao. Un vino dalla forte personalità, che è stata una vera e propria scoperta. Un vino che mette d’accordo tutti per la sua oggettiva piacevolezza e beva e che quindi è stato degno depositario del riconoscimento ricevuto. Una visita, quella alle Cantine Lento, istruttiva e interessante, sicuramente da ripetere in futuro e da approfondire con ulteriori degustazioni delle altre etichette di loro produzione.</p>
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<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-7484" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124054-360x480.jpg" alt="" width="360" height="480" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124054-360x480.jpg 360w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124054-450x600.jpg 450w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124054-375x500.jpg 375w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124054.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-7483" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124443-360x480.jpg" alt="" width="360" height="480" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124443-360x480.jpg 360w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124443-450x600.jpg 450w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124443-375x500.jpg 375w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/07/20240622_124443.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Foglio 38. Venti anni di Cabernet Franc a Bolgheri</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/foglio-38-venti-anni-di-cabernet-franc-a-bolgheri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Ceccarelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2024 07:54:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Bolgheri]]></category>
		<category><![CDATA[Cabernet franc]]></category>
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					<description><![CDATA[Con la vendemmia 2004 esordisce il Cabernet Franc in purezza, Foglio 38, della cantina di Bolgheri Le Fornacelle. A distanza di 20 anni, una verticale di 12 annate ne ripercorre la storia dagli esordi a oggi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la vendemmia 2004 esordisce il Cabernet Franc in purezza, Foglio 38, della cantina di Bolgheri <strong><a href="https://www.fornacelle.eu/">Le Fornacelle</a></strong>. A distanza di 20 anni, una verticale di 12 annate ne ripercorre la storia dagli esordi a oggi.</p>
<p><strong>Silvia Menicagli</strong> e <strong>Stefano Billi</strong>, i titolari, avevano intuito già negli anni precedenti che quella vigna, in particolare la particella numero 236, nella zona dei Greppi fra l’Aurelia e la Bolgherese, coltivata con Cabernet Franc, dava un vino di carattere, quel carattere che incontrava proprio il loro gusto personale. Silvia e Stefano prediligono la freschezza più della potenza, cercano eleganza e territorialità nei vini più che struttura e stupore. Il vino di quella particella spiccava proprio per quelle caratteristiche da loro tanto amate. Lo sapevano, perché fin dall’inizio non solo vinificano ogni varietà e ogni parcella separatamente, ma anche la maturazione dei vini nelle barrique è separata, per definire gli assemblaggi solo nell’ultima fase, prima dell’imbottigliamento. Quel vino lì, con quelle caratteristiche spiccate, dal 2001 al 2003 era finito nell’assemblaggio del Bolgheri; ma nel 2004, col parere favorevole dell’enologo, Fabrizio Moltard, prendono la decisione di farne un vino a sé e chiamarlo col nome del vigneto: <strong>Foglio 38</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-7464" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-480x288.jpeg" alt="" width="480" height="288" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-480x288.jpeg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-1024x615.jpeg 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-768x461.jpeg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-1536x922.jpeg 1536w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-2048x1229.jpeg 2048w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-465x279.jpeg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/fornacelle-1-695x417.jpeg 695w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>Fu una decisione rischiosa e nient’affatto banale, di cuore più che di testa, perché significava rinunciare alla “DOC” e al nome “Bolgheri” in etichetta, il cui disciplinare fino al 2011 includeva obbligatoriamente il Cabernet Sauvignon; inoltre non c’erano molti esempi di Cabernet Franc in purezza ancora in Toscana. Lo ricorda con emozione Stefano: “puntare sul Cabernet Franc era una sfida più che una certezza!”.</p>
<p>A buon diritto oggi possono compiacersi di quella decisione. Dopo 20 vendemmie, domenica 2 giugno, hanno celebrato il <strong>successo del Foglio 38</strong> con una verticale che ne ripercorre la storia. All’hotel I Ginepri di Marina di Castagneto Carducci abbiamo condiviso con loro 12 annate di Foglio 38: dalla 2004 degli esordi, sorprendente e di grande beva, per proseguire con un’affascinante 2005, seguita da una 2007 grandiosa anche se un po’ timida e una 2008 ahimé ossidata; poi ancora una 2009 signorile, una 2011 puntuale e potente, la 2012 particolarmente saporita e una 2014 affilata ed elegantissima; per arrivare alle annate più recenti con l’esplosiva 2016, la rigorosa 2018, la solare 2019 e la promettente 2020.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-7463" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/foglio38-1-480x288.jpeg" alt="" width="480" height="288" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/foglio38-1-480x288.jpeg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/foglio38-1-768x461.jpeg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/foglio38-1-465x279.jpeg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/foglio38-1-695x417.jpeg 695w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/foglio38-1.jpeg 800w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>I tratti comuni alle varie annate sono la tenuta del colore, di buona concentrazione, un fruttato di mora, cassis e lampone (originale l’albicocca matura nel 2005) ben integrati con i profumi più verdi di mirto e macchia mediterranea (o foglia di ribes come si legge nella letteratura sul Cabernet Franc) e talvolta anche con accenni floreali (2007, 2012, 2014 in particolare). L’apporto del legno è sempre molto discreto; emerge nelle annate più recenti ovviamente, in cui il ricordo delle barrique è più vicino, ma non è mai prevaricante. Il gusto si distingue sempre per la freschezza spiccata che affianca tannini fini, mai sovraestratti e soprattutto mai verdi, neanche nelle annate più difficili. Infine il vino in tutte le annate ha quel plus di sensazione sapida, per non dire salmastra (ma questa forse è una suggestione perché degustiamo in riva al mare), meglio dire mineralità gustativa come fanno i francesi. Foglio 38 è un Cabenet Franc ben riuscito, predisposto all’invecchiamento e soprattutto di grande equilibrio, dinamicità e beva.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-7465" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-480x270.jpg" alt="" width="480" height="270" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-480x270.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-1024x575.jpg 1024w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-768x431.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-1536x863.jpg 1536w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-2048x1150.jpg 2048w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-465x261.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/06/DJI_0008-695x390.jpg 695w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>In questi 20 anni alle Fornacelle hanno imparato molto a proposito del <strong>Cabernet Franc</strong>, soprattutto della sua coltivazione a Bolgheri, sulla costa toscana. Hanno imparato a capire quando è il momento di vendemmiare assaggiando gli acini, come coltivarlo e gestire la chioma nel contesto del loro vigneto. Il vitigno resiste bene al caldo, ma soffre molto la siccità; per questo dà il meglio di sé a Bolgheri nelle annate più fresche e umide, perché lo stress idrico ne blocca la maturazione, soprattutto la maturazione fenolica. Che il Cabernet Franc abbia bisogno di terreni non troppo drenanti e asciutti lo sappiamo dalla sua diffusione a Bordeaux: limitata nei vigneti ciottolosi dell’Haut-Médoc, più cospicua sulle argille della riva destra.</p>
<p>La degustazione ha messo a nudo anche la tenacità e perseveranza della famiglia Billi-Menicagli, di origine locale. L’azienda agricola nasce col riscatto della terra lavorata in mezzadria fino al 1945 dalla famiglia di Giulio Batistoni, nonno dell’attuale proprietario. Radicata nelle campagne bolgheresi, la famiglia era dedita all’agricoltura da sempre, ma ha compiuto una svolta nel 1998 seguendo la scia del fenomeno enologico Bolgheri. Con la vendemmia 2001 Le Fornacelle debutta sul mercato con proprie etichette. Gli 8,5 ha di vigneti insistono su suoli variabili (da sassoso e calcareo a sabbioso) nella parte centrale della denominazione, fra la Via Aurelia e la Via Bolgherese a 80 m sul livello del mare.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Domaine Durieu. Il Rodano meridionale, frutto e terroir.</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/domaine-durieu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Costacurta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Feb 2024 17:55:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[chateauneuf-du-pape]]></category>
		<category><![CDATA[Rodano]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Domaine Durieu venne creato nel 1976 da Paul Durieu a Chateauneuf du Pape, oggi tramandato ai figli Vincent e Froncois; attualmente esteso a 37 ettari nel basso Rodano. La prima cosa voglio sottolineare è lo]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il Domaine Durieu venne creato nel 1976 da Paul Durieu a Chateauneuf du Pape, oggi tramandato ai figli Vincent e Froncois; attualmente esteso a 37 ettari nel basso Rodano. La prima cosa voglio sottolineare è lo stile dei suoi vini. Oggi in questo Domaine siamo davanti ad un Rodano Meridionale moderno, niente legno ma acciaio e cemento, si punta sul sorso e sul terreno. Questi vini risultano tutti molto fini al naso, molto mono o bidimensionali, concreti, il bouquet aromatico di frutta e fiori parla di freschezza e croccantezza, delineati e fusi insieme.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-7389" src="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/02/rodano-480x227.jpg" alt="" width="480" height="227" srcset="https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/02/rodano-480x227.jpg 480w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/02/rodano-768x363.jpg 768w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/02/rodano-465x220.jpg 465w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/02/rodano-695x329.jpg 695w, https://www.ilsalottodelvino.it/wp-content/uploads/2024/02/rodano.jpg 964w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></p>
<p>Il sorso è un capitolo a sé in quanto è il vero protagonista di questi vini, il tannino fruttato è maturo e presente ma che non frena la beva anzi, insieme ad il finale minerale dona persistenza ed aromaticità; gli ingressi sono esplosivi e fruttati. Sul Village, appellazione che indica una zona ed un terreno più importanti rispetto alla denominazione generica, e sul Chateauneuf du Pape, troviamo al sorso tanta materia, ma sempre grande beva, una massa elegante. Infatti per questo motivo li individuo come vini gastronomici. Qui siamo di fronte alle fantasie più edonistiche di ogni sommelier di un ristorante gourmet; lo studio del piatto è il vero intrattenimento, per bilanciare un piatto non untuoso ma complesso, alla francese.</p>
<h3>Il terreno al centro</h3>
<p>Con questa filosofia di vinificazione mirata al rispetto di terreno e maturazione dell’uva, il terreno gioca secondo me il ruolo più importante; infatti le caratteristiche del terreno hanno un transfer diretto sul calice, come didattica insegna. In sintesi, siccome sappiamo che a Chateauneuf c’è un mosaico incredibile di terroir diversi, nei suoli più fini e sabbiosi i bianchi, la zona argillo-calcarea più fresca troviamo il village con la sua massa; per finire nel migliore suolo con ciottoli con ossido di ferro i grandi rossi, il connubio tra frutto e finezza. L’alberello come tecnica di allevamento e le rese molto basse, una pianta produce da 0.5kg a 1kg di uva, aiutano a concentrare la massa e portare a maturazione fenolica gli acini.</p>
<h3>Chateauneuf du Pape Lucile Avril Blanc 2022</h3>
<p>Vibrante alla vista, olfattivamente molto fine aprendo con un floreale bianco e pesca bianca con finale iodato e di timo. Al palato è caldo e suadente, apre abbastanza inteso ma il movimento è ampio e tangibile, finale acido sapido di media struttura riporta un tocco tropicale e di erba aromatica come il timo. Un vino mediterraneo per struttura e descrittori. Assolutamente da abbinamento gastronomico come un risotto ai frutti di mare.</p>
<h3>Côtes du Rhône Village Plan de Dieu Henri Durieu 2022</h3>
<p>Le vigne si trovano a Plan de Dieu, per i puristi uno dei migliori cru per il Grenache noir, dove arriva a perfetta maturazione fenolica portando molta massa e profumi fruttati croccanti. Naso e sorso sono simbiotici, grande grande frutto rosso , speziatura di pepe nero, un tocco di vermouth. Vino pieno e strutturato, ingresso indomabile con una esplosione di ciliegia e marasca freschi, tannino fruttato non importante quantitativamente; finale fresco e sapido. Anche qui, abbinamento non da piatti succulenti o grassi, ma complessi, come una piccione al forno in salsa di frutti rossi.</p>
<h3>Châteauneuf du Pape Lucile Avril 2020</h3>
<p>Nel classico terroir di Chateauneuf, sabbioso ricco di minerali con i ciottoli ricchi di ossido di ferro in superfice, portati qui dal nord del Rodano dall’erosione di entrambi i fianchi della vallata, un mix tra massiccio centrale ed Alpi. Rese basse? 25 ettolitri per ettaro… Il terreno cambia e si vede nel frutto, che diventa scuro e nero, mantenendo croccantezza e stile, tipiche del Grenache noir che in questo vino pesa l’80%. Rimangono all’olfatto le tre dimensioni stilistiche, il grande frutto nero, note iodate e leggermente speziate quasi piccanti di pepe. Il sorso è dinamico e croccante, rispettando l’ingresso esplosivo di more e duroni; continua caldo ed inteso, molto persistente. Un mix tra suadenza e croccantezza. Abbinamento ideale con un Brasato di manzo.</p>
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		<title>Verticale insolita. Vintage Tunina &#038; Tignanello</title>
		<link>https://www.ilsalottodelvino.it/vintage-tunina-tignanello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2024 14:21:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Degustazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Vini in vetrina]]></category>
		<category><![CDATA[Tignanello]]></category>
		<category><![CDATA[Vintage Tunina]]></category>
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					<description><![CDATA[Oggi parliamo di due vini italiani di eccellenza che hanno poco in comune a parte il fatto di essere nati da un’idea che smentisce i soliti luoghi comuni, i disciplinari e le mode del momento. Come]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi parliamo di due vini italiani di eccellenza che hanno poco in comune a parte il fatto di essere nati da un’idea che smentisce i soliti luoghi comuni, i disciplinari e le mode del momento. Come direbbero gli americani “<strong>to look beyond</strong>”, cioè, guardare oltre e avere una visione molto più ampia di cosa può celarsi dentro una bottiglia e un bicchiere.</p>
<p style="text-align: center;"><em>Report della degustazione a cura di Angelo Marongiu, Simone Mecca e Enrica Zanzi.</em></p>
<h2>VINTAGE TUNINA</h2>
<p><strong>Vintage Tunina</strong> nasce grazie a Silvio Jermann nel 1973, quarta generazione alla guida della cantina. Silvio decide di vinificare in uvaggio le uve tradizionali del Collio Friulano (Sauvignon, Chardonnay, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit in proporzioni variabili in base alla vendemmia) in un’epoca storica in cui gran parte dei produttori predilige vinificare i vitigni in purezza. La prima annata commercializzata è la vendemmia <strong>1975</strong> come “Vino da Tavola” e in secondo momento come Venezia Giulia IGT. Da marzo 2023 Jermann ha ceduto la quota maggioritaria ad Antinori pur mantenendo la conduzione enologica.</p>
<p><strong>JERMANN VINTAGE TUNINA FRIULI VENEZIA GIULIA IGP 2021</strong><br />
<em>Sauvignon blanc 40%, Chardonnay 40%, Ribolla Gialla e Malvasia Istriana 20%</em><br />
<em>(un terzo di Chardonnay sosta in botti grandi per tre mesi).</em><br />
La veste è verdolino tenue e vivace. L’attacco olfattivo è centrato su erbe aromatiche, mandarino, maracuja, banana e burro, seguite da richiami di mela verde, zenzero, ginestra e gesso con un lieve sentore di zucchero filato e cioccolato bianco. L’assaggio è avvolgente con lunga sensazione salina insieme a note mentolate, lemongrass e anice stellato. Al secondo assaggio la Malvasia Istriana aggiunge dinamismo e freschezza.</p>
<p><strong>JERMANN VINTAGE TUNINA FRIULI VENEZIA GIULIA IGP 2020 (TAPPO STELVIN)</strong><br />
<em>Sauvignon blanc 40%, Chardonnay 40%, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit 20%</em><br />
<em>(un terzo di Chardonnay sosta in botti grandi per tre mesi).</em><br />
Lieve paglierino luminoso. L’incipit olfattivo ricorda erba falciata, sedano, camomilla, nocciola e mandorla, accompagnati poi da pompelmo rosa, ananas e note fumé. In bocca è vibrante e persistente, la freschezza esalta il cedro e lo zenzero ai quali si unisce una sensazione salina in chiusura.</p>
<p><strong>JERMANN VINTAGE TUNINA FRIULI VENEZIA GIULIA IGP 2020 (TAPPO SUGHERO)</strong><br />
<em>Sauvignon blanc 40%, Chardonnay 40%, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit 20%</em><br />
<em>(un terzo di Chardonnay sosta in botti grandi per tre mesi).</em><br />
Manto paglierino tenue e vivido. Ritroviamo note di nocciola tostata, agrume, pot-pourri di fiori secchi, burro e pasticceria. Sul palato è sottile e subito elegante, la vena acida fruttata veicola il frutto della passione che dopo una lunga progressione cede il passo alla susina mirabella.</p>
<p><strong>JERMANN VINTAGE TUNINA FRIULI VENEZIA GIULIA IGP 2018 (TAPPO STELVIN)</strong><br />
<em>Sauvignon blanc 40%, Chardonnay 40%, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit 20%</em><br />
<em>(un terzo di Chardonnay sosta in botti grandi per tre mesi).</em><br />
Vivace paglierino di media intensità. I primi sentori olfattivi di bosso e foglia di pomodoro lasciano subito il posto a pesca gialla, artemisia ed erbe alpine, seguite in successione da caramello, nocciola e essenza di rosa. La sensazione gustativa è caratterizzata da verticalità dinamica con salinità nell’allungo insieme ad agilità di beva. Teso e rinfrescante con piacevole ritorno di zenzero sul finale.</p>
<p><strong>JERMANN VINTAGE TUNINA FRIULI VENEZIA GIULIA IGP 2017 (TAPPO SUGHERO)</strong><br />
<em>Sauvignon blanc 40%, Chardonnay 40%, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit 20%</em><br />
<em>(un terzo di Chardonnay sosta in botti grandi per tre mesi).</em><br />
Abito dorato vivo di media intensità. Le note iniziali sono di erba tagliata e liquirizia, poi arrivano noce e nocciola fresche, pietra focaia e salsedine, anice, mango e pompelmo. A differenza del naso dove sono prevalenti le sensazioni tipiche del Sauvignon Blanc, in bocca comanda lo Chardonnay ricco e pieno al sorso, l’acidità spinge verso una chiusura sapida, di pompelmo e burro.</p>
<p><strong>JERMANN VINTAGE TUNINA FRIULI VENEZIA GIULIA IGP 2016 (TAPPO SUGHERO)</strong><br />
<em>Sauvignon blanc 40%, Chardonnay 40%, Ribolla Gialla, Malvasia Istriana e Picolit 20%</em><br />
<em>(un terzo di Chardonnay sosta in botti grandi per tre mesi).</em><br />
Brillante dorato vivace. Il ventaglio olfattivo comprende mela golden, foglia di tè, note tostate, fico secco, nocciola, torba, tabacco, miele di eucalipto, scorza di arancia candita e mimosa. Sul palato è carezzevole e voluminoso con spinta iodata accompagnata da banana essiccata sul durevole finale.</p>
<h2>TIGNANELLO</h2>
<p><strong>Tignanello</strong> nasce grazie dalla collaborazione di Piero Antinori e Giacomo Tachis nel <strong>1970</strong>. Piero decide di aggiungere all’uvaggio del Chianti Classico Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, di maturare il vino in barrique francesi (primo vino a base Sangiovese a utilizzarle) e dal 1975 escludere le uve bianche. Queste scelte stilistiche hanno fatto sì che il vino esca dal Disciplinare del Chianti Classico DOCG rientrando nell’indicazione “Vino da Tavola” dal 1971 (prima annata commercializzata) fino al 1994 quando diventa Toscana IGT.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 1971</strong><br />
<em>Sangiovese 75%, Canaiolo 20% e Malvasia 5%</em><br />
Granato vivace. Il frutto è ancora presente con sprazzi di amarena e mora, poi carruba, caramello, sigaro, chiodi di garofano e caffè in polvere. L’assaggio è vellutato, con tannino completamente digerito, ancora fresco con sensazione di arancia rossa sul finale.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 1979</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Colore granato abbastanza limpido. Le prime note ricordano il varietale del Cabernet Sauvignon con peperone verde che cede il passo a pepe, geleé di lampone, cioccolato, caffè, tabacco, sottobosco e radice di china. In bocca è verticale e non scalfito dal tempo, tuttora percepibile il grip tannico, lungo richiamo di mirtillo e liquirizia in chiusura.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2010</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Lucente carminio di media intensità. I profumi sono centrati su amarena ed eucalipto, poi arrivano rosa rossa, caffè, tabacco e macchia mediterranea. Gustoso e avvolgente, la freschezza assottiglia il sorso e veicola il ribes rosso, spalleggiata da tannino fine e grande progressione che torna con lampone, mirto e liquirizia a rinfrescare il palato.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2011</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Abito carminio compatto vivido. Apre su ricordi di nocciole tostate e cioccolato, poi confettura di ciliegie e prugna, castagna e elicriso, seguiti da curcuma, incenso e violetta. Il tannino è lievemente polveroso, è un vino con evidente forza calorica bilanciata dalla freschezza, lunghi ritorni di frutti di bosco e mirto.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2015</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Vivace carminio ricco. Spazia su creme de cassis, mora, mirtillo, mentolo, viola mammola e sottobosco. Eccellente sensazione gustativa dove i vitigni si bilanciano perfettamente,  l’attacco è fresco, il tannino integrato e il retrogusto è interminabile e caratterizzato da mineralità e arancia sanguinella.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2016</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Manto carminio pieno e luminoso. I primi richiami sono di mirtillo e amarena, poi glicine, peonia, aghi di pino, cioccolato al latte, nocciola, ginepro e humus. La bocca è snella con acidità vibrante e tannino integrato, ottima bevibilità, dinamico e molto persistente con elegante ritorno di prugna e agrumi.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2018</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Vivo carminio intenso con cenni rubino sul bordo. Apertura di peperone, felce e eucalipto, poi macchia mediterranea, prugna, mora, tabacco biondo e rosa rossa. Sul palato si esaltano a vicenda l’acidità del sangiovese e la pienezza del cabernet che è ancora scalpitante. Lungo ritorno di frutti di bosco e cenni di sigaro.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2019</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Luminoso carminio ricco. Si percepiscono immediate note di mirtillo e liquirizia, areando troviamo rosa, sandalo, note fumé e cardamomo. All’assaggio c’è un ottimo bilanciamento che maschera la potenza seppur presente grazie a freschezza, tannino levigato e richiami di arancia rossa e liquirizia che emergono a centro bocca per accompagnare un lungo finale.</p>
<p><strong>TIGNANELLO 2020</strong><br />
<em>Sangiovese 80%, Cabernet Sauvignon 15% e Cabernet Franc 5%</em><br />
Vivace livrea rubino di media intensità. Cenni di fine sottigliezza che spaziano da mentolo, viola mammola, erbe aromatiche, mirto e lavanda, verso creme de cassis, mirtillo, bacche di ginepro, humus e tabacco. Acidità e dinamicità gustativa caratterizzano il sorso favorendo la bevibilità già adesso mentre la qualità del tannino racconta il suo potenziale evolutivo. La chiusura è nuovamente caratterizzata da arancia amara.</p>
<p>Non è facile partecipare a verticali di questo calibro, sono occasioni rare che aiutano a capire meglio la qualità e la longevità di alcuni vini senza tempo come quelli sopra descritti.</p>
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