La sala è colma quando prende avvio la masterclass dedicata a La Morra, uno dei comuni più affascinanti e complessi del mosaico del Barolo. L’incontro è guidato da Mauro Carosso, Presidente AIS Piemonte, insieme a Massimo Castellani delegato AIS Firenze e accompagna i partecipanti in un viaggio dentro l’identità di questo territorio. Non è soltanto una degustazione: è un racconto corale che unisce geologia, storia, cultura contadina e sensibilità enologica. La Morra si rivela lentamente, come fanno i suoi vini.

Prima ancora di parlare di vigneti e di cru, il racconto parte dalla storia. Perché queste colline non sono soltanto uno scenario viticolo straordinario: sono un territorio plasmato nei secoli dal lavoro dell’uomo.

Agli albori del secondo millennio, quando la vicina Alba Pompeia iniziò a dissodare le colline circostanti, sulla sommità di questo crinale nacque un piccolo villaggio chiamato Murra. Il nome indicava un recinto per le pecore, segno di un’economia ancora pastorale che lentamente avrebbe lasciato spazio alla coltivazione della vite. Nel 1340 il territorio passò sotto il dominio della famiglia Falletti, destinata a diventare centrale nella storia del Barolo e nel 1402 gli statuti locali citano per la prima volta il Nebbiolo, allora chiamato Nebiolium. È da lì che inizia la lunga storia del vino che oggi conosciamo come Barolo.

Col passare dei secoli il paesaggio si trasforma. Dopo il passaggio sotto il Ducato di Milano e poi sotto i Savoia nel 1631, la vite diventa sempre più protagonista, fino a ridisegnare completamente il profilo di queste colline.

Oggi La Morra è il comune che conta il maggior numero di cantine dell’intera denominazione. Negli ultimi dieci anni ne sono nate circa venti, portando il totale a quasi ottanta aziende vitivinicole. Accanto alle realtà storiche – Cordero di Montezemolo, Marcarini, Oddero, Ratti – è cresciuta una nuova generazione di produttori che ha saputo valorizzare zone fino a pochi decenni fa considerate secondarie. Negli anni Ottanta e Novanta figure come Elio Altare hanno contribuito ad aprire nuovi percorsi stilistici e a portare sotto i riflettori cru come Arborina, Bricco Luciani, Gattera e Case Nere.

Ma è soprattutto il territorio a rendere La Morra unica.

Qui il Barolo nasce da un mosaico geologico complesso. Il territorio si divide nettamente tra versante occidentale e versante orientale, due mondi diversi che si riflettono nello stile dei vini. Sul lato occidentale domina la formazione di Cassano Spinola, mentre il versante orientale è caratterizzato dalle celebri Marne di Sant’Agata Fossili, appartenenti al Tortoniano. In alcune zone affiorano sabbie e gessi che aggiungono ulteriori sfumature a questo mosaico pedologico.

Le vigne si arrampicano tra i 200 e i 530 metri di altitudine, su un territorio che conta oltre 2200 ettari complessivi, di cui quasi 900 vitati. Il Nebbiolo domina incontrastato con più di 700 ettari, mentre il Barolo occupa oggi oltre 566 ettari, con una produzione che supera i quattro milioni di bottiglie.

Ma i numeri raccontano solo una parte della storia.

Per capire davvero La Morra bisogna entrare nei suoi cru, attraversare mentalmente le colline, immaginare i filari che cambiano pendenza, esposizione, tessitura del suolo.

Partendo dalla frazione Santa Maria, le altitudini crescono rapidamente verso il paese. Qui troviamo vigne come Roggeri e Capalot, mentre nella fascia più bassa emergono cru come Bricco Chiesa, Bricco San Biagio, Rive e Serra dei Turchi, territori in cui i vini tendono a privilegiare finezza ed equilibrio più che pura potenza.

Proseguendo verso l’Annunziata le colline diventano più morbide, quasi ondulate, e nei vini si percepisce una maggiore profondità. Più avanti ancora si incontrano i grandi crinali di Brunate e Cerequio, zone in cui il Barolo si fa spesso più austero e strutturato.

È dentro questo paesaggio che prende forma la degustazione: dieci Barolo dell’annata 2021, dieci interpretazioni di La Morra, ognuna capace di raccontare un volto diverso di queste colline.

Il viaggio nei cru di La Morra si apre nel versante occidentale con Barolo Berri 2021 di Trediberri, giovane realtà del territorio nata nel 2007 quando Nicola Oberto, insieme al padre Federico e all’amico Vladimiro Rambaldi, acquistò cinque ettari destinati esclusivamente alla produzione di Barolo. L’idea era chiara fin dall’inizio: produrre vini in cui potenza e tannino non sovrastassero eleganza ed equilibrio, rispettando l’identità del terroir di La Morra. La cantina mantiene tuttora una dimensione familiare e artigianale, con una produzione volutamente limitata e una filosofia che privilegia precisione e leggibilità del territorio.

Il Barolo degustato proviene dal cru Berri, vigneto che si estende per circa 87,79 ettari, di cui il 39% vitato, situato tra 330 e 505 metri di altitudine con esposizioni prevalentemente sud-ovest e ovest. La composizione varietale vede una predominanza di Nebbiolo (88,5%), affiancato da Barbera (13%) e Dolcetto (1,5%). I suoli, costituiti da marne calcaree e sabbiose, contribuiscono a definire vini dal profilo aromatico fruttato e croccante, con carattere levigato e sapido e struttura generalmente media. La vendemmia è tendenzialmente tardiva, permettendo una maturazione aromatica completa.

La vinificazione segue un’impostazione tradizionale: fermentazione alcolica in cemento per circa 12-14 giorni, seguita da una macerazione post-fermentativa di 6-7 giorni, per un contatto complessivo tra bucce e mosto di circa tre settimane. Dopo la svinatura la fermentazione malolattica avviene in legno, mentre l’affinamento prosegue in botti di rovere da 25 e 52 ettolitri Garbelotto per circa 20 mesi. Il vino viene poi riportato in cemento per qualche mese prima dell’imbottigliamento, scelta che consente di distendere ed armonizzare le componenti senza aggiungere ulteriori note boisée.

Nel calice il vino si presenta con un carminio di media fittezza vibrante, attraversato da riflessi granati.

L’incipit olfattivo è immediatamente fruttato, con note di melograno, lampone e ciliegia durone, accompagnate da una balsamicità elegante di alloro e incenso selvatico. Con l’ossigenazione emergono sensazioni di sottobosco, con richiami di foglie bagnate e corteccia di china. Il registro floreale si rivela progressivamente nella rotazione del calice con accenni di violetta e lavanda, che evolvono poi verso sfumature mediterranee di mirto e rosmarino in fiore.

La speziatura si sviluppa inizialmente su toni dolci di vaniglia, per poi virare verso accenti più balsamici e penetranti di cardamomo. Con ulteriore ossigenazione il vino si apre anche su leggere note di caffè, caramello e caramella d’orzo.

Al sorso il tannino è protagonista, con una trama fine ma ancora energica che si concentra al centro bocca su richiami di ciliegia. Una spalla acida agrumata inizia a integrarsi con la tessitura tannica, mentre la componente alcolica risulta ancora evidente, segno di un vino ancora in piena fase evolutiva. La chiusura è sapida e persistente, con un finale che richiama la caramella alla liquirizia.

È un Barolo che oggi mostra ancora la sua giovinezza, ma che lascia intuire una linea stilistica elegante e tradizionale, in cui la struttura si costruisce progressivamente attorno alla freschezza e alla salinità tipiche del cru Berri.

Il secondo calice porta nel cru Serra dei Turchi, interpretato da Osvaldo Viberti, vignaiolo profondamente legato alla tradizione agricola di La Morra. La sua storia inizia ufficialmente nel 1993, quando Osvaldo decide di entrare nel mondo del vino dando continuità al lavoro dei nonni Battistin e Assunta, che con grandi sacrifici avevano fondato l’azienda agricola poi lasciata al figlio Gino e alla moglie Marisa, genitori dell’attuale produttore. Cresciuto tra le vigne e il lavoro della campagna, Osvaldo ha assimilato fin da bambino i ritmi della natura e della viticoltura, sviluppando un approccio profondamente legato al territorio.

Il Barolo Serra dei Turchi 2021 nasce da vigneti esposti a sud, situati tra 250 e 300 metri di altitudine su terreni argilloso-calcarei, con una resa media di circa 45 quintali per ettaro. Il cru Serra dei Turchi si estende complessivamente per 22,03 ettari, con una superficie vitata pari al 71%, dominata dal Nebbiolo (96%), affiancato da piccole percentuali di Riesling (3%) e Barbera (1%). I suoli sono riconducibili alle Marne di Sant’Agata Fossili, tipiche del territorio di La Morra, capaci di donare vini eleganti, dal frutto croccante e dalla struttura più slanciata.

La vendemmia è generalmente intermedia o tardiva, permettendo una maturazione aromatica completa del Nebbiolo. La vinificazione avviene con fermentazione in vasche d’acciaio per circa 10–15 giorni, seguita da un periodo di maturazione in botti di rovere, scelta che consente al vino di sviluppare complessità mantenendo una lettura nitida del cru.

Nel calice il vino si presenta con un carminio più fitto rispetto al precedente, attraversato da eleganti sfumature granate.

L’incipit olfattivo è dominato da un raffinato ventaglio floreale: ciclamino, violetta, rosa, lavanda e peonia disegnano un profilo aromatico elegante e profondo. Seguono cenni balsamici di alloro, che introducono un registro più terroso di sottobosco, con terra umida, corteccia di china e radice di liquirizia.

Il frutto appare più evoluto e maturo, probabilmente anche per l’influenza del legno, con richiami di confettura di frutti di bosco, ribes rosso e scorza d’arancia essiccata. Con l’ossigenazione emerge anche un leggero accenno ematico, che lentamente vira verso una sfumatura più calda di tabacco dolce.

Al sorso la trama tannica risulta più integrata rispetto al vino precedente, sostenuta da una vivace acidità agrumata che accompagna la progressione gustativa. Il tannino è ancora in fase di polimerizzazione, ma la struttura appare già più armonica. La sapidità allunga il finale su note empireumatiche di noce e nocciola tostata, lasciando una sensazione di equilibrio e profondità.

Il Serra dei Turchi mostra così il volto più elegante di questo versante di La Morra: un Barolo che unisce finezza floreale, frutto maturo e progressione gustativa equilibrata, lasciando intuire un’interessante capacità evolutiva negli anni.

 

Il terzo calice conduce nel cru Bricco Chiesa, interpretato da Silvio Alessandria, una delle realtà storiche di La Morra. Le radici della famiglia affondano nel 1883, quando il bisnonno dell’attuale proprietario Enzo Alessandria possedeva già vigne e produceva vino per il consumo familiare, conservandolo in damigiane. Fu poi il padre di Enzo, Silvio, a dare il proprio nome all’azienda vinicola, trasformando l’attività agricola in una vera cantina. Oggi Enzo, affiancato dalla moglie Cinzia, continua la tradizione familiare mantenendo un approccio artigianale e profondamente legato al territorio.

Il vigneto Bricco Chiesa si estende per circa 13,75 ettari, con una superficie vitata pari al 57%. La composizione varietale è dominata dal Nebbiolo (95,5%), affiancato da una piccola presenza di Dolcetto (4,5%). I vigneti si trovano tra 225 e 295 metri di altitudine, con esposizione prevalentemente sud-est, su suoli riconducibili alle Marne di Sant’Agata Fossili. Questi terreni contribuiscono a generare vini dal profilo fruttato, dal carattere levigato e sapido e dalla struttura media, con vendemmie generalmente intermedie o tardive.

La vinificazione segue un’impostazione decisamente tradizionale: fermentazione in acciaio per circa 20–25 giorni, comprensiva del periodo di macerazione sulle bucce a cappello sommerso, tecnica che consente un’estrazione progressiva e delicata delle componenti polifenoliche. Dopo la svinatura il vino passa in botti di rovere di Slavonia, dove matura per circa 24 mesi, prima dell’imbottigliamento e di un ulteriore affinamento in vetro.

Nel calice il vino si presenta con un carminio di media fittezza attraversato da riflessi granati.

L’apertura olfattiva è elegante e complessa: la canfora introduce un raffinato bouquet floreale di rosa canina, viola mammola e primula. Il registro si amplia poi verso il sottobosco, con richiami di foglie umide, tabacco umido, corteccia di china e radice di liquirizia.

Il frutto emerge con una bella croccantezza su melograno, ribes rosso e lampone, mentre la rotazione del calice introduce una speziatura progressiva di pepe rosa. Con l’ossigenazione arrivano toni più profondi e scuri di tabacco Kentucky, caffè e cioccolato amaro, che conferiscono maggiore profondità al profilo aromatico.

Al sorso l’ingresso è agile e sostenuto da una freschezza balsamica che accompagna lo sviluppo gustativo. La trama tannica appare composta e ben definita, pur mantenendo presenza e struttura, mentre emerge una sottile nota di piccantezza, elegante firma del passaggio in botte grande di rovere di Slavonia. L’acidità, leggermente più contenuta rispetto ai vini precedenti, trova equilibrio in una decisa scia sapida che sostiene l’allungo finale, chiudendo su ricordi di succosa ciliegia.

Il risultato è un Barolo che nasce da terreni di marne laminate e che mostra un carattere più austero, con un’espressione del frutto leggermente più matura. Allo stesso tempo conserva una notevole sottigliezza, lasciando spazio alla salinità del suolo e a una freschezza balsamica che sostiene e slancia la trama tannica.

Si prosegue con l’azienda San Biagio, realtà familiare profondamente radicata nel territorio di La Morra. L’azienda è guidata da Giovanni, che coordina l’attività insieme ai tre figli: Davide, agrotecnico, responsabile delle lavorazioni in vigneto e dei controlli fitosanitari; Gianluca, enologo, che segue la vinificazione; e Tiziana, laureata in lingue, che si occupa della parte commerciale, della comunicazione e dell’accoglienza. Una conduzione familiare che si riflette in un approccio diretto e autentico alla produzione.

Il vigneto Capalot si estende per circa 34,94 ettari, con una superficie vitata pari all’82%. La composizione varietale vede una netta prevalenza di Nebbiolo (83,5%), accompagnato da Dolcetto (9,5%), Barbera (5,6%) e una piccola presenza di Pelaverga (1,3%). I vigneti si collocano tra 280 e 450 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente est e sud / sud-est, in particolare nella zona denominata Galina. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili laminate, tipiche di questa porzione di La Morra, capaci di generare vini dal frutto più maturo, dal carattere levigato e da una struttura media, ma solida. La vendemmia è generalmente intermedia o tardiva, consentendo una maturazione fenolica completa del Nebbiolo.

La vinificazione prevede una delicata diraspatura con lieve pigiatura, seguita da una macerazione statica a freddo di circa un giorno. La fermentazione alcolica avviene in acciaio a circa 26°C per circa 15 giorni, con successiva steccatura. L’affinamento prosegue per 18 mesi in barrique di secondo e terzo passaggio, seguito da 12 mesi in botti grandi di Slavonia e da un ulteriore anno di affinamento in bottiglia, percorso che contribuisce a modellare struttura e complessità del vino.

Nel calice il Barolo Capalot 2021 si presenta con un carminio fitto attraversato da riflessi granati.

Il profilo aromatico si apre con una dimensione floreale elegante, dominata da violetta e rosa, seguite da cenni più profondi di fave di cacao. La componente balsamica emerge con alloro e accenni vegetali di foglia di ortica, mentre leggere sfumature minerali iodate si intrecciano con richiami di caramella alla liquirizia. Il frutto appare più maturo rispetto ai vini precedenti, con ricordi di marmellata di visciole.

Al sorso il grip tannico è decisamente più marcato, con una tessitura ancora corta sul piano polimerico. L’acidità agrumata fatica per il momento a integrarlo pienamente, mentre la sapidità contribuisce a rendere il finale saporito, con una lieve nota amaricante generata dall’incontro tra componente tannica e salina. La chiusura è lunga e complessa, con ritorni di nocciola tostata e tamarindo.

In questo vino il frutto appare più maturo e il colore più intenso, anche per la minore presenza di terra nel vigneto, fattore che influisce sulla concentrazione. L’annata 2021, caratterizzata da precipitazioni limitate e condizioni più calde in vigna, ha favorito una maturazione accelerata, portando a tannini più vigorosi e meno levigati, che oggi rendono il vino ancora in fase di piena evoluzione.

Il quinto vino conduce nel cru Rocchettevino, interpretato dalla storica azienda Bovio, una delle realtà più conosciute di La Morra. La storia della famiglia affonda le radici negli anni Settanta, quando Gianfranco Bovio iniziò a occuparsi dei poderi del padre Alessandro, ristrutturando la vecchia cantina e dedicandosi con passione alla produzione di vini provenienti esclusivamente dai vigneti di proprietà, che si estendono su circa 8,5 ettari. Oggi la tradizione di famiglia prosegue con Alessandra Bovio e il marito Marco Boschiazzo, che continuano il lavoro iniziato da Gianfranco con il supporto dell’enologo Matteo Franchi e la collaborazione di Robert Tofan per l’accoglienza.

La famiglia Bovio è stata anche protagonista della storia gastronomica del territorio: negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta il ristorante Belvedere rese celebre la cucina delle Langhe, in particolare per il tartufo. Successivamente nacque il ristorante Bovio, noto per piatti iconici come la faraona preparata dalla cuoca Vittoria e per la storica panna cotta del Belvedere, realizzata senza gelatina. Il locale, affacciato su uno dei panorami più suggestivi delle Langhe, è stato recentemente riaperto mantenendo la tradizione dei piatti storici.

Il cru Rocchettevino si estende per circa 34,98 ettari, con una superficie vitata pari al 71%. La composizione varietale vede la prevalenza di Nebbiolo (72,5%), affiancato da Barbera (11,5%) e Dolcetto (16%). I vigneti si trovano tra 280 e 450 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente est, mentre nella parte più bassa alcune parcelle guardano verso nord-est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili laminate, che conferiscono ai vini un carattere austero ma levigato, con profumi che uniscono goudron e frutto maturo. La vendemmia è tendenzialmente tardiva, permettendo al Nebbiolo di raggiungere una maturazione aromatica completa.

La vinificazione prevede fermentazione con lieviti indigeni per circa 15 giorni a temperatura controllata in vasche d’acciaio inox, durante la quale vengono effettuati periodicamente rimontaggi per favorire una corretta estrazione di colore e tannini dalle bucce. Dopo la svinatura avviene la fermentazione malolattica, seguita da un affinamento in botti di rovere per un periodo compreso tra 18 e 24 mesi. Il vino viene poi travasato in vasche di cemento, dove riposa per alcuni mesi prima dell’imbottigliamento, passaggio che contribuisce ad armonizzare le componenti gustative.

Nel calice il Barolo Rocchettevino 2021 si presenta con un carminio di media fittezza dal bordo leggermente aranciato, segno di un principio di evoluzione cromatica.

L’incipit olfattivo è balsamico, con richiami di alloro, incenso selvatico e cardamomo, a cui seguono sfumature speziate di coriandolo, chiodo di garofano e pepe verde. Il frutto assume tonalità più scure e concentrate con ricordi di mora in gelée, accompagnati da note di caramella alla liquirizia.

Al sorso l’ingresso è gentile, con una fresca sensazione mentolata che accompagna la progressione gustativa. Il tannino si colloca al centro bocca, mostrando una trama fine e ben definita. L’acidità integra progressivamente la struttura tannica, mentre la sapidità allunga il finale con ritorni aromatici di liquirizia.

Il Rocchettevino esprime così un Barolo equilibrato e coerente con il carattere del cru: austero ma elegante, capace di unire maturità del frutto, precisione balsamica e una tessitura tannica raffinata.

Il percorso prosegue con Barolo Arborina 2021 di Renato Corino, uno dei nomi che hanno contribuito a segnare una svolta stilistica nella storia recente del Barolo. Renato Corino è infatti considerato tra i protagonisti del movimento dei Barolo Boys, la generazione di produttori che negli anni Novanta ha introdotto una visione più moderna della vinificazione senza mai perdere il legame con il territorio.

L’azienda Renato Corino nasce nel 2005, nel cuore del vigneto Arborina, una delle zone storiche di La Morra per la coltivazione del Nebbiolo, insieme al vicino cru Rocche dell’Annunziata. Dopo l’esperienza maturata nell’azienda di famiglia, Renato decide di intraprendere un percorso autonomo portando con sé alcuni vigneti storici e costruendo una nuova cantina. Oggi l’azienda è condotta direttamente da Renato insieme ai figli Stefano e Chiara, continuando una visione produttiva che coniuga tradizione e sensibilità contemporanea.

Il cru Arborina si estende per circa 10,81 ettari, con una superficie vitata pari all’84%. La composizione varietale è dominata dal Nebbiolo (76%), affiancato da Dolcetto (11%), Barbera (10%) e una piccola presenza di Freisa (1,5%). I vigneti si trovano tra 250 e 320 metri di altitudine, con esposizioni sud e sud-est nella parte centrale, mentre alle estremità alcune parcelle guardano verso est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili laminate e sabbiose, che contribuiscono a generare vini dal profilo aromatico fruttato e croccante, dal carattere levigato e dalla struttura media. La vendemmia è generalmente precoce, caratteristica che spesso conferisce ai vini del cru una particolare precisione aromatica.

La vinificazione prevede fermentazione in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata per circa una settimana, seguita dalla fermentazione malolattica in botte. L’affinamento prosegue per circa 24 mesi in legni di diversa età, prima del successivo riposo in bottiglia secondo le tempistiche previste dal disciplinare. Il vino non viene sottoposto a filtrazione, scelta che consente di preservare integrità aromatica e struttura. La produzione è volutamente limitata a circa 4.000 bottiglie l’anno.

Nel calice il vino si presenta con un carminio fitto attraversato da leggere sfumature granate.

Il profilo aromatico si apre su note dolci e aromatiche di caramella alla violetta, accompagnate da richiami di caramella alla liquirizia e vaniglia bourbon. La componente balsamica emerge con alloro e incenso selvatico, mentre in chiusura compaiono sfumature speziate di noce moscata e anice.

Al sorso il vino mostra un connubio diretto tra acidità e tannino, sostenuto da una struttura piena e avvolgente. La sapidità riempie il palato, accompagnando lo sviluppo gustativo e mettendo in risalto un tannino dalla trama speziata, che conferisce al vino energia e profondità.

Il risultato è un Barolo che riflette bene il carattere di Arborina: equilibrato ma dinamico, capace di coniugare una bella croccantezza aromatica con una struttura solida e ben delineata.

Il viaggio nei cru di La Morra raggiunge uno dei suoi vertici con Rocche dell’Annunziata, interpretato dalla storica cantina Francesco Rinaldi & Figli, una delle famiglie che hanno scritto la storia del Barolo.

La cantina nasce nel 1870, quando Giovanni Rinaldi eredita un appezzamento nella celebre vigna Cannubi. Intuendone il potenziale, decide di acquistare la cantina sulla collina e avviare una produzione che nel tempo diventerà un riferimento per il Barolo tradizionale. Negli anni Sessanta l’azienda prosegue il proprio sviluppo grazie a Luciano e Michele, figli di Francesco, consolidando una crescita costante che arriva fino ai giorni nostri. Ancora oggi la realtà mantiene una dimensione profondamente familiare: la gestione è affidata a Paola e Piera Rinaldi, con il supporto della nuova generazione rappresentata da Francesca, quinta generazione della famiglia. Una cantina dove la tradizione non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana, costruita sulla valorizzazione della terra del Barolo.

Il cru Rocche dell’Annunziata rappresenta una delle zone più prestigiose dell’intero comune di La Morra. L’area si estende per circa 29,92 ettari, con una superficie vitata pari al 94%. Il vigneto è quasi interamente dedicato al Nebbiolo (98%), con piccole presenze di Freisa (1,5%) e Barbera (0,9%). Le vigne si collocano tra 230 e 385 metri di altitudine, con esposizioni prevalentemente nord e nord-ovest, mentre alcune parcelle guardano verso est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili, con componenti sabbiose nelle Rocche e più laminate nelle Rocchette, elementi che contribuiscono a generare vini dal profilo aromatico fruttato e floreale, dal carattere levigato e dalla struttura medio-solida. La vendemmia è generalmente precoce, favorendo eleganza aromatica e precisione espressiva. Non a caso questo cru è considerato uno dei grandi nomi del Barolo: una storia documentata già dal 1477 con la menzione “Rocha”, e nel 1200 come Rocchetta, oggi completamente votato alla coltivazione del Nebbiolo.

La vinificazione avviene nel rispetto della tradizione: la fermentazione si svolge in vasche di acciaio termocondizionate, con sistemi di rimontaggio automatico per circa 25–30 giorni, un tempo di macerazione che consente una lenta e completa estrazione delle componenti nobili del Nebbiolo. L’affinamento prosegue per almeno tre anni in grandi botti di rovere di Slavonia da circa 5.000 litri, seguendo un approccio che privilegia la purezza del vitigno e la trasparenza del cru.

Nel calice il vino si presenta con il classico carminio luminoso del Nebbiolo.

Il profilo aromatico si apre con una bella espressione fruttata, su note di mora di gelso, seguite da ricordi di caramella alla liquirizia. La componente balsamica emerge con alloro e menta, mentre sfumature di rosmarino anticipano il lato floreale, che si sviluppa su violetta e rosa canina, accompagnate da una leggera nota vegetale di gambo di rosa.

Al sorso il vino mostra ancora un tannino dal grip evidente, segno della sua giovinezza. L’acidità inizia timidamente il percorso di integrazione della trama tannica, mentre la sapidità sostiene l’allungo gustativo portando il finale verso richiami di frutta secca e liquirizia.

Il risultato è un Barolo di grande profondità ed eleganza, capace di esprimere con precisione il carattere di Rocche dell’Annunziata: un equilibrio tra finezza aromatica, tensione gustativa e prospettiva evolutiva che promette ulteriore complessità nel tempo.

Il percorso nei cru di La Morra prosegue con Boiolo, interpretato dall’azienda Gillardi, realtà familiare che unisce esperienza e nuova energia generazionale.

Alla guida della cantina troviamo Giacolino Gillardi, figura di riferimento che, grazie alla lunga esperienza e a una profonda conoscenza del mondo del vino, supervisiona tutti i processi di vinificazione. Accanto a lui opera la figlia Elena Gillardi, che gestisce l’azienda con determinazione e forte personalità, occupandosi di tutte le attività operative, dalla gestione commerciale alle vendite e agli eventi. Il lavoro quotidiano è sostenuto da Igor, definito il “tuttofare” dell’azienda, che segue ogni fase del ciclo produttivo dalla cura dei vigneti alla cantina, mentre Lisa, braccio destro di Elena, si occupa della gestione dell’ufficio e dell’accoglienza dei visitatori. Una squadra compatta che porta avanti una visione produttiva fortemente radicata nel territorio.

Il cru Boiolo rappresenta una delle zone più ampie e articolate di La Morra. L’area si estende per circa 87,79 ettari, con una superficie vitata pari al 75%. Il Nebbiolo domina nettamente la composizione varietale con l’84%, affiancato da Chardonnay (7,5%), Barbera (7%) e una piccola quota di Dolcetto (1,5%). I vigneti si collocano tra 230 e 465 metri di altitudine, con esposizioni che variano tra sud-est verso Rocche dell’Annunziata, est nella zona centrale e nord/nord-est nelle parti restanti. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili, caratterizzati da stratificazioni laminate tipiche e in parte sabbiose, capaci di conferire ai vini un profilo aromatico di frutto maturo, un carattere levigato e una struttura media. La vendemmia è generalmente tardiva, elemento che contribuisce a una maturazione più completa delle uve. Il nome del cru è legato alla borgata Boiolo, dove nella parte più bassa si trovano alcune delle vigne più pregiate dedicate al Nebbiolo.

Il Barolo Boiolo rappresenta per l’azienda Gillardi un progetto relativamente recente ma molto sentito: il 2019 è stato il primo millesimo prodotto, dopo un lungo lavoro di recupero e reimpianto del vigneto accompagnato dall’introduzione di pratiche agronomiche biologiche, tra cui l’uso dei sovesci per migliorare la qualità del suolo e favorire la biodiversità. La posizione privilegiata della collina di La Morra, insieme alla composizione del terreno ricco di argilla e sabbia, contribuisce a definire il carattere del cru. Oggi il vigneto ha raggiunto una maturità sufficiente per esprimere un frutto di grande intensità, capace di dar vita a un Barolo che unisce potenza e raffinatezza.

Nel calice il vino si presenta con un rubino intenso attraversato da riflessi carminio.

Al primo impatto olfattivo emerge un leggero cenno di acetaldeide, che rapidamente si dissolve con l’ossigenazione nel calice. Il bouquet si apre quindi su note balsamiche di alloro e incenso selvatico, accompagnate da profumi più dolci di caramella alla liquirizia e caramella alla mora. La componente speziata completa il quadro con accenni di pepe verde e pepe rosa.

L’ingresso al sorso è caratterizzato da un incipit mentolato che dona freschezza e dinamismo. La trama tannica trova progressivamente integrazione nella vibrante acidità fruttata, che richiama ricordi di lampone. La sapidità sostiene l’allungo gustativo, conducendo il finale verso richiami di frutta secca, lasciando una sensazione di equilibrio e progressione.

Il risultato è un Barolo che riflette bene l’identità di Boiolo: frutto maturo, struttura equilibrata e una trama gustativa levigata, con un’espressione che coniuga energia e precisione aromatica.

Il percorso tra i cru di La Morra prosegue con La Serra, uno dei vigneti storici del comune, interpretato dalla cantina Marcarini, realtà profondamente legata alla storia vitivinicola del territorio.

La cantina si trova nel centro del paese di La Morra ed è una delle aziende più longeve della denominazione. La tradizione vitivinicola della famiglia affonda le radici nella seconda metà dell’Ottocento, ma è negli anni Sessanta del Novecento che il notaio Giuseppe Marcarini decide di dare una svolta commerciale alla produzione, iniziando a imbottigliare e vendere i vini con il proprio nome. Da quel momento prende forma l’azienda moderna. Nel tempo la gestione è passata ad Anna Marcarini Bava e oggi la continuità familiare è garantita dal genero Manuel Marchetti insieme ai figli Andrea, Chiara ed Elisa, che rappresentano la nuova generazione impegnata nella valorizzazione di questo storico patrimonio viticolo.

Il cru La Serra si estende per circa 17,79 ettari, con una superficie vitata pari al 95%. La composizione varietale è fortemente dominata dal Nebbiolo (93%), affiancato da piccole quote di Dolcetto (5%) e Barbera (2%). I vigneti si trovano tra 375 e 460 metri di altitudine, una delle quote più elevate tra i cru di La Morra. Le esposizioni variano tra ovest e sud-ovest, mentre verso la zona di Boiolo alcune parcelle guardano a nord-est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata Fossili, caratterizzate da stratificazioni laminate, tipiche della zona. La vendemmia è generalmente tardiva, e il cru è noto per generare vini dal profilo aromatico di frutto maturo, dal carattere levigato ma sapido e da una struttura medio-solida.

Il nome La Serra compare già in documenti storici del 1477 e identificava la parte più alta della collina, mentre la base del versante è delimitata da zone oggi molto conosciute come Fossati, Case Nere, Cerequio e Fossati. Un vigneto quindi non solo importante dal punto di vista qualitativo, ma anche profondamente radicato nella storia della viticoltura locale.

Nel calice il Barolo La Serra 2021 si presenta con un carminio attraversato da riflessi granati.

Il profilo olfattivo è dominato da un frutto croccante e luminoso, che si esprime su note di lampone, melograno e ribes rosso. A questa componente si affianca una bella dimensione balsamica su alloro e rosmarino in fiore, che richiama un registro aromatico quasi officinale, elegante e nitido.

Al sorso il vino rivela tutta la sua giovinezza: il grip tannico è ancora evidente e mostra una struttura in piena evoluzione. L’acidità accompagna lo sviluppo gustativo mentre la sapidità contribuisce a sostenere il finale, dove emerge una leggera sensazione amaricante, frutto dell’incontro tra componente tannica e salina.

Il risultato è un Barolo che riflette bene il carattere del cru: frutto nitido, struttura solida e una dinamica gustativa ancora in fase di definizione, ma già capace di lasciare intravedere la finezza che il tempo saprà valorizzare.

Il percorso della masterclass si chiude con uno dei cru più celebri e iconici di tutta la denominazione: Cerequio, interpretato dall’azienda Flavio Saglietti, piccola realtà artigianale che rappresenta bene l’anima più autentica del Barolo.

La storia della cantina Saglietti inizia nel 1983, quando Giacomo Saglietti, padre di Flavio, fonda l’azienda agricola. Ancora oggi Giacomo è attivamente coinvolto nel lavoro quotidiano. Nel 1997 la conduzione passa al figlio Flavio, che decide di mantenere volutamente una dimensione produttiva contenuta. La cantina non ha mai cercato di espandersi, proprio per preservare uno stile personale e una qualità fortemente artigianale. La gestione resta infatti familiare, con Flavio affiancato dalla moglie e dal giovane figlio Matteo, a testimonianza di una continuità generazionale che guarda al futuro senza perdere il legame con le radici.

Il cru Cerequio è uno dei vigneti più storici e celebrati dell’area del Barolo. Si estende per circa 24,12 ettari, con una superficie vitata pari al 94%, interamente dedicata al Nebbiolo. I vigneti si trovano tra 280 e 405 metri di altitudine, con esposizioni est verso il versante di Brunate, mentre sul lato opposto prevalgono orientamenti sud e sud-est. I suoli appartengono alla formazione delle Marne di Sant’Agata laminate e tipiche, che contribuiscono a conferire ai vini un profilo aromatico caratteristico di catrame, un carattere levigato e una struttura solida. La vendemmia è generalmente precoce o intermedia, e il cru è storicamente considerato tra i più prestigiosi dell’intera denominazione, capace di produrre vini accessibili anche in gioventù ma dotati di grande capacità di evoluzione nel tempo.

La vinificazione prevede una macerazione sulle bucce di circa 20–25 giorni in acciaio inox, mentre la resa in vigneto si attesta intorno agli 80 quintali per ettaro. Successivamente il vino matura per circa due anni in botti di rovere, suddivise tra contenitori di media e piccola capacità e botti grandi, una scelta che permette di combinare struttura e finezza aromatica.

Nel calice il vino si presenta con un carminio luminoso.

Il bouquet si apre con note balsamiche di alloro e radice di liquirizia, seguite da una componente floreale che si distende su lavanda e violetta. Emergono poi cenni vegetali di gambo di rosa, accompagnati da ricordi di petali di geranio e felce, che contribuiscono a definire un profilo aromatico complesso e articolato.

Al sorso il vino evidenzia un tannino dal grip speziato, ancora in fase di definizione. L’acidità non riesce ancora a integrarlo pienamente, mentre la sapidità contribuisce a generare una leggera sensazione amaricante nel finale. La trama tannica mostra una certa giovinezza, che ne riduce momentaneamente la finezza.

Un Barolo che oggi appare ancora in fase di assestamento, ma che lascia intravedere il carattere del cru Cerequio: struttura, profondità e prospettiva evolutiva, elementi che potranno esprimersi con maggiore armonia nel tempo.

Alla fine della degustazione una cosa appare chiara: a La Morra nessun cru assomiglia davvero all’altro. Cambiano i profili, cambiano le tessiture, cambiano le profondità e persino il passo del tannino. Eppure, dentro questa pluralità, tutti i vini condividono la stessa impronta: una cifra fatta di eleganza, misura, slancio balsamico e finezza aromatica che si esprime nel tempo.

È forse proprio questo il segreto di La Morra: riuscire a dare voce alla complessità senza mai rinunciare all’armonia. Qui il Barolo non cerca di imporsi con la sola potenza, ma convince per stratificazione, respiro e capacità di trasformare il paesaggio in racconto liquido.

Tornano allora attuali le parole di Armando Cordero: “Il vino fa parte della nostra storia, delle nostre radici, del nostro io. Ci rende attenti agli odori, ai colori, ai sapori e, più generalmente, alle forme, all’armonia e all’intensità delle cose.” Ed è forse questa la sensazione più autentica che lascia la serata: non quella di aver semplicemente degustato dieci Barolo, ma di aver attraversato dieci modi diversi di abitare una stessa collina.