Riccardo Campinoti, giovane proprietario dell’Azienda Agricola Le Ragnaie, è ormai un personaggio di primo piano nel panorama vinicolo, non soltanto toscano e non soltanto italiano.

È normale che lui ti guardi dall’alto – un po’ come fa Le Ragnaie con Montalcino – ma è solo per il suo fisico imponente. Poi, appena rotto il ghiaccio, ti accorgi che è appassionato, attento e preparato, perché il suo modo di parlare è chiaro, misurato, deciso e preciso. E non vuole meriti che non ha. Prima che tu possa chiedergli come ha fatto ad essere così lungimirante – quando nel 2002 fece la scommessa di acquistare quello che era un podere a conduzione familiare a un’altitudine fuori quota, sia per la tradizione locale che per molti disciplinari – lui ti anticipa e ti dice che non aveva previsto un bel niente. Fu solo una giovanile e ardita passione, alimentata dalla voglia di contribuire a cambiare la moda dei vini concentrati e un po’ legnosi per recuperare la tradizione di vini più freschi, fini e bevibili. Probabilmente non vuole nemmeno sentirsi fortunato a discapito di coloro che hanno vigneti a quote più basse, che – con il repentino riscaldamento globale e la latitanza dell’anticiclone delle Azzorre – vengono messi ogni anno a dura prova, più di lui. Considerazioni che gli fanno onore.

Le sue vigne parlano pressoché esclusivamente il dialetto Sangiovese e sono lavorate in regime biologico fin dal 2005. Niente chimica – soltanto poltiglia bordolese e zolfo a limiti bassissimi – e niente fertilizzanti, ma solo sovesci naturali (leguminose, trifoglio e altre erbe), per ridare vita ai terreni, arricchirli di sostanze organiche, impedirne l’erosione e favorirne l’idratazione, col risultato di un ecosistema vitale e vigneti sani. Anche grazie ad altri sistemi naturali previsti dai dettami del biologico, dalla tradizione e dal buonsenso, come la confusione sessuale e una peculiare attenzione alle rese. Pur avendo collaboratori capaci e fidati (uno per tutti, Ottavino Temperini, di cui mi vanto di essere cugino, e lo sono davvero), o forse proprio per questo, Riccardo ama seguire personalmente ogni fase della lavorazione, per quanto può.

Oggi l’azienda possiede 20 ettari vitati, di cui 6 destinati a Brunello, ben diversificati e distribuiti in 4 diverse zone di Montalcino: Passo del Lume Spento (Le Ragnaie), Petroso, Castelnuovo dell’Abate e Montosoli.

• Al Passo del Lume Spento – 626 metri s.l.m., proprio al centro del territorio comunale di Montalcino, intorno alla sede aziendale e all’agriturismo – i vigneti Vigna del Lago, Vigna Fonte, Vigna Cappuccini, Vigna Cappuccini Bassa e la celebrata Vigna Vecchia hanno un’età che va dai 6 ai 52 anni (compiuti quest’anno dalla Vigna Vecchia, impianto datato 1968 e sesto di impianto aeroportuale) ed esposizione a sud-ovest, in direzione del mare, da qui visibile nei giorni sereni. I boschi e gli oliveti che le circondano, insieme a un piccolo lago, formano un habitat ideale per la fauna locale, sia per quella utile e benvenuta, sia (purtroppo) per quella più corpulenta, abilissima a fare danni. Dall’altra parte della strada, sul versante che guarda verso est, Riccardo ha preso in gestione un’altra piccolissima vigna, curiosamente coltivata a Fiano.

• Il vigneto Petroso, a ridosso del centro abitato a sud-ovest di Montalcino, occupa 1 ettaro lungo la strada di Scarnacuoia, una delle zone storiche per la coltura della vite: siamo a 380 metri di altitudine, tra boschi di lecci.

• Nella zona di Castelnuovo dell’Abate (a sud, di fronte all’Amiata) – che nel recente passato ha portato alla ribalta aziende e vini di qualità assoluta – si trovano altri 3 vigneti. Fornace e Loreto sono situati nella zona più alta, a circa 400 metri, lungo la strada delle Misericordie (tanto per non fare nomi, al confine con i vigneti di Mastrojanni), su terreni piuttosto argillosi, che danno vini leggermente meno freschi ma più profondi. L’altro vigneto si trova invece a una quota più bassa, vicino alla vecchia cava d’onice sotto il paese di Castelnuovo.

• Le altre vigne – con gli acquisti più recenti – si trovano invece a nord di Montalcino, nella prestigiosa collina di Montosoli, una zona capace da sempre di coniugare struttura e finezza.  

Con altitudini che variano dai 250 ai 635 metri, le vendemmie si protraggono ogni anno per tutto il mese di Ottobre. Riccardo ci spiega che la selezione delle uve all’arrivo in cantina non costringe ad attenzioni maniacali, perché la vera selezione viene fatta con cura in vigna. Le vinificazioni per le uve destinate a Brunello e Rosso prevedono una lunga macerazione, perché si vuole fare un’estrazione per contatto e non per forzature meccaniche: per questo le fermentazioni – in legno e/o cemento – prevedono rimontaggi limitati sia nel numero che nella durata.

L’invecchiamento avviene in grandi botti di rovere di Slavonia e prevede soste molto più prolungate di quanto richiesto dai disciplinari: 3 anni interi per i vari Brunello di Montalcino (annata e cru), 2 anni per il Rosso di Montalcino, 1 anno per l’IGT Troncone. Brunello e Rosso vengono a contatto soltanto con legni usati, mentre al Troncone tocca il compito di testare i legni nuovi.

E veniamo agli assaggi. In generale, la filosofia produttiva dell’azienda collima con una tradizione illuminata e coi nostri gusti: bevibilità e finezza, acidità e frutto, tannini percepibili ma già godibili, legno migliorativo e mai soverchiante. Tutto nel rispetto dell’annata, chiaramente.

Toscana Rosso IGT Miscelone 2019 (60% uve rosse, 40% Trebbiano, Malvasia, Canaiolo, Albana – tutte uve acquistate per questo esperimento) – Vino quasi da divertissement familiare e amicale, in memoria delle vecchie tradizioni contadine. Vendemmia e vinificazione unica per tutte le uve, alla vecchia maniera, anche con grappoli interi. Acciao e poi 6 mesi in cemento. Vino che al naso dispensa toni quasi dolciastri, ma in bocca è fresco, dinamico, volutamente un po’ scomposto, con frutti in prevalenza rossi e pompelmo rosa, note balsamiche, piccantezza e leggera ruvidità vegetale. Un vino da tenere in frigo e da bere per il gusto di bere: Riccardo lo consiglia a tutti per merenda.

Toscana Rosso IGT Troncone 2017 – Dal 2016 è il vino di ‘ricaduta’ dalla DOC Chianti Colli Senesi, che poneva ogni anno all’azienda due problemi: l’aspetto (colore troppo scarico) e l’altitudine delle vigne (per il Chianti non devono superare i 600 metri). Vino di pieno frutto rosso (a partire dalla fragolina di bosco), con discreta estrazione ma di alta bevibilità, fresco, con ricorrenti note balsamiche e con un’arancia amara che si impossessa a lungo del cavo orale. 

Rosso di Montalcino DOC 2017 – Altro vino di ricaduta, ma in questo caso di lusso, perché per questa annata calda si sono utilizzate le uve di solito destinate al Brunello Fornace (non prodotto). Ha note tipiche di frutti rossi (un po’ più maturi) e di macchia mediterranea, decisi sentori evoluti (china) e la solita balsamicità, ma restando dinamico, con un tannino ancora da addomesticare. Si sente l’annata un po’ perfida, ma sono convinto che, se si riesce a farlo riposare…

Brunello di Montalcino DOCG 2015 – Uve da tutte le vigne, esclusi i cru. Annata molto celebrata, che però è stata estrema: uve sanissime, ma perfino troppo ricche. Balsamicità (autentico fil rouge di quasi tutti gli assaggi), frutto pieno (marasca e arancia amara) e un sorso eccezionale, ricco ma fresco e sapido, che sviluppa note di china, tabacco, pepe nero e sottobosco, per poi tornare alla freschezza gustosa dell’arancia sanguinella e che non viene mai a noia, se si è bravi a centellinare…

Brunello di Montalcino DOCG Fornace 2015 – Uve dai vigneti Fornace e Loreto, a 400 metri, su terreni più argillosi ereditati da depositi lacustri. Zone più calde, che costringono a rese più alte, per tenere bassa la concentrazione e non perdere la beva. Al naso si fa largo una leggera nota calorica, sotto sentori evoluti e la ricorrente balsamicità. In bocca domina il frutto e forse si avverte la mancanza di un po’ di freschezza (rispetto ad altre vigne), mentre il tannino è già largo e pieno. Ma la voglia del riassaggio rimane.

Toscana IGT Bianco 2018 (Malvasia e Trebbiano Toscano quasi alla pari) – 7 giorni di macerazione e 9 mesi in tonneau. Riccardo ci dice che lo produce volentieri, pur sapendo che a Montalcino è impossibile ottenere vini bianchi fini ed eleganti. Il colore è fulvo. Al naso è piuttosto ruffiano, ha note ossidate e morbide, quasi dolci (miele, ginger), che fanno pensare al prevalere della Malvasia. In bocca invece è fresco e molto più secco e i vari ritorni aromatici – in cui i due vitigni sgomitano a turno, con aromi ora dolci ora secchi – si alternano a brevi istanti di vuoto.

Brunello di Montalcino DOCG 2016 (campione di botte) – Sarà anche ‘di botte’, ma è sicuramente destinato a diventare un campione. Ci viene servito da un secchio bianco, ma chi se ne frega, nessuno di noi ha niente da ridire, immaginando immediatamente cosa ci aspetta. Al naso dà già spettacolo: un’integrità assoluta, allietata da un floreale di rosa appassita, da un frutto totalmente integro (ciliegia e arancia soprattutto) e speziatura (tabacco e altre note fumé). In bocca, il frutto croccante e polposo e compagnia danzante sono veicolati da freschezza e da tannini progressivi che danno il via a uno spettacolo di straordinaria piacevolezza e bevibilità, totalmente da godere.

Siamo alla fine e Riccardo confessa che non ha più bottiglie del Toscana Bianco IGT Civitella 2018, il vino da Fiano in versione montalcinese che tanto ci aveva incuriosito. Quando gli diciamo che abbiamo fissato il pranzo al wine bar Alle Logge di Piazza di Simone Muggianu, ci dice che sicuramente lui ne ha e di farcene aprire una bottiglia. Lo faremo.

Questa visita a Le Ragnaie era stata programmata per lo scorso Marzo, ma il CoVid ci ha messo lo zampino. Ricordo che allora eravamo ansiosi di assaggiare soprattutto i campioni da botte del 2016, anche degli altri cru, e – dopo le emozioni regalateci oggi dall’annata base – sappiamo di esserci sicuramente persi qualcosa di notevole. 

Ma noi speriamo che quei vini – ora in bottiglia – si ricordino della nostra promessa e che lascino qualcuno di loro ad aspettarci, da qualche parte del mondo. 

Intanto, godiamoci l’oggi, che non è stato poco. Grazie, Riccardo.