Domaine Rostaing nasce nel 1971 quando René Rostaing, di professione notaio, comincia a dedicarsi ai vigneti di proprietà familiare della Côte Rôtie, nell’alta valle del Rodano. Grazie all’aiuto di uno zio – il leggendario Marius Gentaz, produttore a sua volta – riesce ad acquistare due piccole parcelle nella Côte Blonde e nel lieu-dit La Landonne e negli anni forma la sua esperienza tecnica proprio sotto la guida di Gentaz, dal quale apprende le più importanti nozioni di viticoltura ed enologia.

Nel 1989 René sposa la figlia di un’altro grande produttore della Côte Rôtie, Albert Dervieux. Grazie a queste due figure di riferimento, René porta avanti l’idea di fare il vino con metodi tradizionali, facendo suo quanto appreso dai due maestri. Quando lo zio e il suocero si ritirano e lasciano a René e alla moglie le loro aziende, il domaine arriva a possedere più di 15 ettari.

I vini prodotti in 50 anni di attività sono tra i più rappresentativi della Côte Rôtie. I vecchi vigneti, impiantati intorno agli anni ‘50 in terreni molto vocati, uniti ai metodi tradizionali usati da René (macerazioni a cappello sommerso, uso moderato del legno e parziale uso di raspi in fermentazione), hanno dato vita a vini unici e straordinariamente longevi. 

Dal 2015 il Domaine Rostaing è guidato dal figlio di René, Pierre, cresciuto con gli stessi princìpi. Oggi l’azienda possiede parcelle in quasi tutta la Côte Rôtie e – insieme ad altre, come il famoso Domaine Jamet – è un chiaro esempio di come il rispetto della storia e della tradizione di un territorio possano non solo sopravvivere, ma anche competere alla pari con produttori che sembrano prediligere un più comodo e facile uso della tecnologia, rinunciando talvolta all’identità territoriale.

Al primo impatto, il Côte Rôtie Côte Blonde 2016 si presenta nel bicchiere di un colore rubino scuro, con sfumature violacee, di buona trasparenza e intensità. 

Al naso si apre istantaneamente con una tipica nota di gomma/copertone bruciato, dovuta forse a un ambiente riduttivo in cantina. Con una piccola ossigenazione lo spettro olfattivo si allarga e diventa sempre più complesso: note di frutta scura (come mora e ribes nero) diventano evidenti, con accenni di pepe nero, quasi piccante, tipico del Syrah dell’alto Rodano, e perfino note floreali che ricordano la violetta. Un’altra nota olfattiva marcante, dovuta alla percentuale di raspi in fermentazione, ci porta sentori erbacei.

All’ingresso in bocca il vino ci mostra il suo carattere duro e scontroso, quasi leggermente rustico. Il frutto passa in secondo piano, lasciando spazio a un tannino incisivo, polveroso, ma ben supportato da una freschezza persistente, di ottima pulizia. Il sorso è comunque generoso, con un finale che ci riporta al floreale e ad una combinazione di spezie dolci, tra cui la liquirizia e la cannella. 

Un vino che mi ha particolarmente colpito, per la sua complessità olfattiva, la sua struttura e persistenza gustativa. Nonostante la natura austera e un po’ rustica, dovuta anche all’imponenza del tannino, si dimostra essere un vino armonioso e già con un buon equilibrio, per chi predilige vini di carattere. Un Syrah (anzi – siamo in Francia! – una Syrah) di caratura unica, in grado di evolvere per tanti anni a venire.