A cominciare dalla confezione, il Costa Toscana IGT Bianco Gorgona è un vino proprio curioso. Un bottone giallo di gommalacca chiude la mantellina di cartoncino bianco intorno alla bottiglia, rendendolo inconfondibile in qualunque scaffale, sia in posizione orizzontale che verticale: anche se starete cercando qualcos’altro, vi ritroverete a chiedervi «E questo?».

Poi c’è la storia, una bella storia. Il vino – nato nel 2012 – è prodotto con uve Vermentino e Ansonica coltivate nella piccola isola toscana dagli agronomi della Marchesi Frescobaldi, che si avvalgono di una manodopera speciale: gli ospiti della Casa di Reclusione Livorno Gorgona che stanno scontando l’ultimo periodo di pena prima di tornare liberi. Il progetto Gorgona nasce quindi con impostazione e finalità decisamente etiche (e a noi quest’idea dell’alcol etilico-etico piace assai), perché contribuisce al recupero e al reinserimento nella società di persone che stanno finendo di pagare errori commessi in passato.

È chiaro che questa premessa non basta, da sola, a garantire l’eccellenza del vino: però gli crea intorno un’aura positiva, che genera considerazioni e aspettative altrettanto positive, lontane da una mera operazione di marketing. È con questo spirito che ci prepariamo alla degustazione.

Spogliamo la bottiglia, scoprendo che sul retro della mantellina è stampata una mappa di Gorgona del 1851, con testi esplicativi, dati tecnico-legali e la scritta «7a edizione straordinaria dell’isola» (che indica l’annata 2018, dato che la prima edizione fu quella del 2012). L’etichetta vera e propria, che circonda completamente la bottiglia, è elegantemente giornalistica e ricca di informazioni sull’isola e sulla produzione.

Stappiamo la bottiglia e versiamo il vino nel calice, dove si muove sinuoso e snello, come agitato dal vento dell’isola. Il colore è una sorpresa: ce lo aspettavamo più evoluto e caldo e non certo paglierino lucente, con una doratura appena accennata.

Quando ruotiamo il bicchiere e lo portiamo al naso, il vento diventa un meticoloso tessitore che per la sua tela intreccia fili floreali e fruttati che si sprigionano a mulinello: la trama è rappresentata da fiori di ginestra, rosmarino, albicocca e frutti esotici, mentre l’ordito è costituito da freschezza agrumata e sapidità, oltre a una setosa morbidezza, con un fondo aromatico in cui fanno capolino timo e camomilla.

In bocca si presenta con un’impronta fresca e minerale, riproponendo frutti tropicali più maturi che al naso e fiori gialli della costa mediterranea, in un insieme gustoso, con una persistenza non eterna ma piacevole, supportata da un asciugante ritorno di sapidità.

Ci resta difficile definirlo un vino “fermo”, senza aggiungere “mosso dal vento”. Al di là della suggestione, comunque, dobbiamo riconoscere che la curiosità iniziale è stata ripagata dalla sorpresa finale: la qualità del vino, confermata da ripetuti assaggi, ci ha lasciato molto soddisfatti della scelta, con la strana sensazione di aver fatto qualcosa di buono. Anzi, di etico.