La rivoluzione culturale e tecnologica che ha trasformato alla fine del secolo scorso il modo di concepire la vitivinicoltura in Italia ha generato anche in Molise miglioramenti senza precedenti, sia in campo agronomico che vinicolo. La piccola regione (4.438 kmq) può orgogliosamente vantare un vitigno autoctono praticamente esclusivo, la Tintilia, che, non essendo di facilissima coltivazione e avendo rese bassissime, ha avuto nel corso degli anni una presenza altalenante.

Ecco allora, in sintesi, l’interessante storia che avvolge la Tintilia, al di fuori delle affascinanti leggende che la circondano. Arrivò sul territorio molisano al seguito dei Borboni e accrebbe la sua presenza sul territorio grazie a un agronomo, Raffaele Pepe (fratello del celebre patriota Guglielmo), che – con una richiesta datata 1810 al Consigliere di Stato del Regno delle Due Sicilie, Melchiorre Delfico – la incluse in una lunga lista di vitigni e seminativi atti ad arricchire l’assortimento varietale dell’allora Provincia del Molise. Il suo nome d’origine era Tenturier d’Espagne e questo – oltre al fatto che la parola tinto richiama già di per sé il vino rosso spagnolo – la dice lunga sulla sua origine iberica. La caratteristica di poter offrire colore e corpo ai vini la rendeva perfetta per apportare struttura e colore ai vini del Molise centrale, più deboli e meno dotati di carica antocianica. Fu così che la Tintilia – trovando nel medio e alto Molise la sua zona d’elezione – arrivò rapidamente ad essere il vitigno più coltivato e apprezzato della regione. Il livello qualitativo raggiunto a fine ‘800 dalla Tintiglia (come appariva registrata negli annali di allora) si fece spazio anche a livello internazionale, tanto che all’Esposizione Mondiale di Parigi del 1900 ottenne un primo premio, con tanto di Medaglia d’Oro.
Intorno al 1920, però, giunse anche qui la fillossera – il terribile afide che aveva iniziato a sconvolgere la viticoltura europea a partire dalla metà dell’Ottocento – e ne decretò quasi l’estinzione, riducendo pian piano il vitigno al ruolo di ‘colorante’ delle altre uve. Inoltre, la faticosa ricostruzione post-fillosserica dei vigneti dovette più tardi fare i conti anche con le conseguenze del successivo evento bellico, a partire dalla massiccia emigrazione, che spopolò gran parte della regione.
Non facilitarono il recupero della Tintilia le scriteriate riforme fondiarie degli anni ’70 del secolo scorso, che – avendo come scopo le coltivazioni dalle grandi rese, a scapito di qualità e valorizzazione del prodotto autoctono – la strapparono ancor più ai territori cui era votata, portando di fatto al generale abbandono dell’agricoltura di qualità, non più considerata come risorsa economica e sociale e di salvaguardia dell’ambiente. I viticoltori furono costretti a prediligere le zone pianeggianti del basso Molise e del Venafrano, verso le quali si diressero i grandi capitali provenienti dalla Cassa per il Mezzogiorno. Nacquero grandi cooperative e impianti di trasformazione che – utilizzando soprattutto vitigni internazionali dalle grandi rese – si presentarono sul mercato con vini già fortemente inflazionati, causando l’abbandono del nostro vitigno. Soltanto intorno agli anni ’90 alcuni nostalgici produttori locali, dimostratisi davvero lungimiranti, decisero di rischiare e di fare importanti investimenti sulla Tintilia e sul suo vino, per un percorso virtuoso che ha portato al riconoscimento della sua specifica DOC nel 2011.

Finita la storia, è giusto porsi la domanda sulla reale autenticità della Tintilia quale prodotto autoctono, data la sua provenienza indiscutibilmente iberica. Un vitigno può definirsi autoctono quando «la sua coltivazione risulta confinata solo in una precisa area, in una zona limitata e ben determinata»: per questo la Tintilia può quindi essere oggi considerata un vitigno autoctono molisano a tutti gli effetti, qualunque sia la sua origine. Gli esami molecolari effettuati hanno infatti confermato l’indiscussa singolarità del suo DNA, senza rilevarne simili altrove. Con ogni probabilità, nel corso del tempo la Tintilia è variata geneticamente rispetto alla pianta da cui proveniva, probabilmente estinta, restando oggi sola e unica.
In seguito alla riscoperta e alla rivalorizzazione dei prodotti autoctoni e autentici, nel corso dell’ultimo ventennio la Tintilia ha trovato nuova vita, con molti estimatori, grazie ad aziende grandi e piccole – a cui si deve gratitudine e riconoscimento – che la coltivano e ne ricavano un vino dal profilo inconfondibile, facendo riscoprire quello che per tanto tempo è stato ingiustamente e sottovalutato e poi quasi dimenticato.
Il disciplinare della DOC consente di produrre il vino con almeno il 95% di uve Tintilia (con un 5% di altre varietà) provenienti da vigneti sopra i 200 metri s.l.m. e allevati a Guyot o cordone speronato, con rese limitate e valori e parametri rigorosi. Inconfondibili sono le sue note di pepe nero e di spezie, che si propagano nelle cantine e accolgono coloro che hanno la fortuna di poterle visitare.
Oggi è considerato un vino di nicchia, che – scampato all’estinzione – si prefigge grandi traguardi: presto la DOCG?
