In soli 2 ettari di vigneto, il podere chiantigiano Lecci e Brocchi produce 8 vini diversi, senza contare Vin Santo e Passito: ogni vino è quindi un’edizione limitata, da “garagista”. Inutile dire che l’azienda è a conduzione familiare: ad accogliermi sono Giovanni, studente di enologia appena ventiduenne e già provetto e convinto winemaker, e la compagna Pia, nata e cresciuta a Montalcino. Mentre visitiamo i vigneti, incontriamo il padre di Giovanni sul trattore e, più tardi, anche la madre, che dall’ufficio segue amministrazione ed export.

Il nome del podere fa riferimento agli alberi storicamente presenti in quest’area e ai brocchi, i monconi tagliati, ma Giovanni mi suggerisce un altro significato: i brocchi sono i cavalli meno affidabili e non idonei a gareggiare nel Palio di Siena e quest’interpretazione è la sua preferita.

Podere Lecci e Brocchi si trova a metà strada fra Castello di Brolio e Castelnuovo Berardenga, quindi nell’ala orientale del territorio della Berardenga, in località Villa a Sesta. Anche l’altitudine è intermedia fra i 550 metri di Castello di Brolio e i 200 di Castelnuovo Berardenga e i vigneti si trovano a 400 metri, sull’ultimo contrafforte dei Monti del Chianti, in una posizione completamente aperta verso le Crete Senesi, a sud.

I terreni si distinguono per la presenza di galestro rosso, una roccia argillosa ricca di minerali ferrosi, risultato di una frana della collina adiacente. I due ettari di vigneto sono divisi in piccole parcelle, ciascuna con caratteristiche specifiche: una vigna è stata addirittura terrazzata con un muretto a secco. In una vecchia vigna, separata dalle altre, convivono numerose varietà autoctone tradizionali. Giovanni coltiva soltanto vitigni autoctoni (l’unico vino in cui ricorrono varietà internazionali proviene da una vigna in affitto) e si occupa delle piante con la stessa cura di un giardino di casa, conoscendole una ad una. Sa quand’è il momento di piegare e legare i tralci, quando potare e quando trattare, con trattamenti assolutamente in linea con l’agricoltura biologica, lontani dall’utilizzo della chimica.

In cantina troviamo contenitori di cemento, acciaio e rovere, proporzionati alle quantità delle numerose micro-vinificazioni che Giovanni mette in pratica. I vini hanno un’impronta chiantigiana riconoscibile e in tutti si riscontra un carattere sapido e ferroso, con un ruolo importante svolto dall’acidità, anche quando non è protagonista. Una caratteristica dei vini di Lecci e Brocchi – comune a molti altri di questo territorio – è data dalla pienezza a livello di struttura e dall’evoluzione lenta, che portano i loro Chianti Classico a essere pronti più tardi di quanto indicato dal disciplinare. Ci basti dire, ad esempio, che la loro Gran Selezione esce con tempi più lunghi di un Brunello di Montalcino.

Il Chianti Classico è prodotto in tutte le tipologie previste dalla DOCG. Dopo aver assaggiato dalle vasche in affinamento le nuove annate – compreso il Chianti Classico Ragonaia, prodotto con uve di un singolo cru e affinato in barrique usate – ecco le note di degustazione dei 7 vini imbottigliati.

Il Chianti Classico 2018, vinificato solo in acciaio, ha corpo deciso e tannini gentili in equilibrio perfetto; il profumo è fruttato di ciliegia, fragola e arancia. La Riserva Il Chiorba 2017, affinata per due anni in botte grande, ha un impatto balsamico di erbe alpine, insieme a frutta scura e accenni speziati: in bocca ha tannini vigorosi, sostenuti da un’acidità preziosa, con notevole volume di bocca e un lungo finale ferroso. La Gran Selezione Celerarium 2015 è ottenuta con la selezione del miglior Sangiovese della tenuta ed è affinata per 3 anni in tonneau: ha un ventaglio articolato ed elegante di profumi floreali, balsamici, di frutta rossa e di spezie, fino ad arrivare al caratteristico ricordo di carne cruda del Sangiovese evoluto; il gusto è vibrante, con i tannini che si distendono progressivamente sul doppio binario dell’acidità e della mineralità, e la chiusura è lunghissima e succosa.

Con le uve bianche coltivate nella tenuta, Trebbiano e Malvasia, Lecci e Brocchi produce uno spumante metodo Charmat, Gemma Extra Brut, molto sottile e floreale. Il Sangiò 2019 è invece un bianco prodotto con mosto fiore di Sangiovese: il 70% fermenta in acciaio, senza la malolattica, mentre il 30% fermenta e matura in barrique, svolgendo anche la malolattica. L’insieme è un vino bianco complesso, corposo e minerale molto affascinante, proiettato verso una lunga evoluzione in bottiglia. Il rosso Argento Vivo 2017 – prodotto con Sangiovese, Malvasia Nera, Canaiolo e Merlot da una vigna in affitto – si distingue per il carattere accattivante, morbido e speziato, di impianto moderno, un po’ meno legato al territorio.

Merita infine un plauso il rosato Meticcio 2020, non solo per la qualità del vino, ma anche per il progetto a cui è legato. Prodotto con l’assemblaggio dei numerosi vitigni autoctoni provenienti dalla vigna vecchia (escluso il Sangiovese), non svolge alcuna macerazione, prende il colore soltanto in pressa e fermenta in acciaio. Ha riflessi ramati luminosi, è generoso al naso, con note floreali, di buccia d’arancia, ciliegia e alloro, ma il suo forte sono la sapidità, il gusto rinfrescante e saporito e una lunghezza niente affatto banale. Il vino non si chiama Meticcio solo perché deriva dall’assemblaggio di vitigni che hanno solitamente una funzione di complementare, ma anche perché ogni euro della vendita di ciascuna bottiglia è devoluto a una onlus spagnola che si batte per la tutela dei cani abbandonati, altrimenti destinati ad essere soppressi. Tanto di cappello, Giovanni.