Capita di andare a trovare un’amica che ha un impegno a pranzo a casa di una sua amica che non conosci e tu – che ti fidi di lei – la segui senza farti troppi scrupoli. E fai bene. Perché scopri che quell’amica è una collega sommelier e questo aiuta a creare rapidamente un’atmosfera molto gioviale, piena di condivisioni e di convergenze di opinioni su molti argomenti. Quando poi ti siedi a tavola, senti crescere una certa aspettativa sulla bottiglia di vino che accompagnerà il pasto e ti predisponi alla sorpresa.
È in questo contesto che ho assaggiato il Lazio Rosso IGT Habemus etichetta nera 2016, un gioiello dell’Agricola San Giovenale di Emanuele Pangrazi, che ha altre tre etichette con lo stesso nome Habemus: la bianca e la rossa sono quelle dei due vini del catalogo aziendale, la oro e la nera indicano invece produzioni limitate. «Fermi tutti!» mi è venuto da dire dopo il primo assaggio. «Raccontaci tutto quello che sai su questo amico produttore».

San Giovenale è a Blera, in Tuscia, tra il Lago di Vico e Tarquinia, su colline ricche di argilla e scheletro con vista sul medio Tirreno, tra i monti Sabatini sud e i Cimini a nord, un corridoio che consente una benefica ventilazione di aria marina pulita e asciutta che richiama alla mente una sorta di mistral locale. Le vigne sono impiantate tutte ad alberello (niente pali né fili) a 400 metri di altitudine, in mezzo a diversi parchi naturali tra Roma e la Toscana, lungo il percorso conosciuto come la via italiana del cavallo. Curiosamente, l’aria di mare che risale questo corridoio si riscalda d’inverno e si raffresca in estate, sottoponendo le viti a escursioni termiche notevoli, che possono raggiungere anche i 20 °C, con vantaggi aromatici per le uve facilmente intuibili.
L’ispirazione è nata dall’osservazione e dallo studio delle coste mediterranee più vocate alla viticoltura, con la loro salsedine e i loro venti (in particolare, il sud della Francia e la Catalogna) e trova conferma nei vitigni coltivati: Grenache, Syrah, Carignan, Cabernet Franc e Tempranillo.
In vigna si è scelto di rinunciare alla quantità, considerata una variabile, e di puntare su una qualità costante, perseguita con conduzione biologica, densità notevoli (l’alberello ha radici profonde!), piante resistenti e grappoli spargoli (a rimarcare l’importanza della buccia), cui seguono una vendemmia a mano molto rapida, una diraspatura immediata, due settimane in acciaio e poi almeno 20 mesi in legno e 6 in bottiglia. In cantina, niente cavatappi: si assaggia soltanto da barrique.
Il nostro Habemus etichetta nera 2016 è un Syrah in purezza che affina per 30 mesi in barrique. Appena lo avvicino al naso, piccole perle di pepe di Sichuan si fanno largo tra note fruttate non ancora troppo mature, quindi sufficientemente dinamiche. Frutti di bosco, ciliegie e prugne mature aprono poi alle note speziate e balsamiche, che ritrovo anche in bocca, dove gli stessi frutti piroettano verso la confettura, il pepe diventa nero e le altre spezie (soprattutto cannella e caffè) diventano leggermente più morbide, quasi dolci, ma supportate da una discreta e ancora dinamica freschezza, che contribuisce a tenere a bada l’alcol, grazie anche a una struttura importante e a qualche accenno tannico.
Non è sicuramente un vino estivo, ma il servizio a temperatura più bassa e l’abbinamento con degli straccetti di pollo al curry e verdure grigliate hanno fatto sì che la bottiglia ci mostrasse il fondo molto prima del previsto, lasciandoci lucide e soddisfatte, oltre che grate a San Giovenale e alla sua filosofia produttiva, fatta di scelte precise che ritroviamo godibili nel calice. Altrimenti, non saremmo qui a scriverne così volentieri.
