All’Hotel Mediterraneo di Firenze, organizzata da AIS Toscana e AIS Firenze, la serata dedicata alle Donne del Vino di Toscana e Donne del Vino del Piemonte ha riunito produttrici, territori e storie familiari in un racconto corale guidato dal delegato AIS Firenze, Massimo Castellani. Un appuntamento nato per valorizzare vini e aree produttive capaci di esprimere identità forti, talvolta meno conosciute dal grande pubblico, ma ricche di personalità e prospettive.

Non una sfida tra regioni, ma un incontro di sguardi. Non una passerella di etichette iconiche, ma un viaggio dentro quelle denominazioni che, lontano dai riflettori più abbaglianti, stanno scrivendo alcune delle pagine più interessanti del vino italiano contemporaneo.

Dall’Alta Langa al Gavi, dall’Erbaluce di Caluso al Timorasso, dal Roero all’Albarossa; e poi la Toscana della costa, della Maremma, di Bolgheri, Suvereto, Carmignano, Montecucco e Orcia. Due regioni fondamentali del vino italiano si sono incontrate non attraverso i nomi più prevedibili, ma tramite interpretazioni laterali, vitigni recuperati, territori di confine, scelte agronomiche coraggiose e sensibilità produttive profondamente legate alla terra.

Il valore della serata è stato proprio questo: accanto all’analisi tecnica dei vini, il pubblico ha potuto ascoltare le voci delle produttrici, i percorsi familiari, le intuizioni imprenditoriali, il rapporto con la sostenibilità, la fatica e la bellezza di lavorare ogni giorno in vigna. Il vino, così, non è rimasto soltanto nel bicchiere: è diventato memoria, paesaggio, scelta di vita.

Ad aprire la degustazione è stata Ivana Brignolo Miroglio con Tenuta Carretta, storica realtà di Piobesi d’Alba, nel cuore del Roero. Un’azienda in cui passato, presente e futuro convivono in equilibrio, sostenuti dal lavoro della famiglia Miroglio e da una visione condivisa: produrre vini di qualità, importanti ma piacevoli, capaci di restituire il valore del territorio attraverso competenza, passione e trasparenza.

Nel calice, Alta Langa DOCG Airali Pas Dosé 2022, da Chardonnay e Pinot Nero, con 36 mesi sui lieviti. Si presenta in un paglierino dai riflessi dorati, luminoso, attraversato da una bolla fine, continua, centrale ed elegantissima. Al naso prevale inizialmente l’anima dello Chardonnay, con note agrumate di lime, una sfumatura balsamica di nepitella e cenni di pasticceria, tra crema e panificazione, figli della lunga sosta sui lieviti.

Al sorso, invece, emerge il Pinot Nero: l’ingresso è nervoso, attraversato da un’acidità prorompente che incide il palato con richiami di arancia rossa. La sapidità dà volume e spessore, allunga la persistenza e riporta su ricordi di fragola, ribes rosso e ancora arancia sanguinella. La chiusura, leggermente amaricante, ha un tratto quasi metallico, silex, nato dall’incontro tra acidità e sapidità. Una bolla tesa, verticale, di grande precisione.

Con Franca Poggio e Il Poggio di Gavi il racconto si sposta nel sud del Piemonte, a soli trenta chilometri da Genova. Qui il Gavi respira già aria ligure: il “marin”, vento caldo e salato che arriva dal mare, attraversa vigne, boschi e colline. La famiglia Poggio ha costruito negli anni un progetto fondato sull’accoglienza, sulla sostenibilità e sulla riscoperta del cru storico di Rovereto, sottozona caratterizzata da terre rosse, argillose e ricche di ferro.

Il Gavi del Comune di Gavi Rovereto DOCG Etichetta Nera 2022 nasce da Cortese in purezza. Nel bicchiere è paglierino con riflesso dorato vibrante. Si presenta come un vino sottile, aereo, coerente con la firma del vitigno, ma al tempo stesso dotato di profondità. Il naso si apre sul frutto esotico, tra ananas e melone bianco, poi susina gialla, cenni minerali eleganti quasi di cipria, erbe aromatiche nel ricordo del timo, e un floreale raffinato che dal tiglio in fiore conduce al gelsomino, alla rosa gialla e infine al tè bianco.

Il sorso ha spessore, sostenuto dalla sosta sulle fecce fini, ma trova equilibrio in un’acidità agrumata che lo mantiene dinamico. È un vino piemontese che sa di mare: la chiusura salina richiama tanto l’antico mare che ha modellato questi suoli quanto la Liguria vicina. Un Gavi cremoso e verticale insieme, capace di raccontare Rovereto con carattere e misura.

Con Lia Falconieri e Cieck si arriva a San Giorgio Canavese, tra Torino e Ivrea, in un anfiteatro morenico nato dal ritiro del ghiacciaio Balteo. Sabbie, ghiaie e ciottoli disegnano terreni complessi, dove l’Erbaluce trova una delle sue espressioni più identitarie. Cieck nasce nel 1985 dal sogno di Remo Falconieri, figlio di contadini e progettista all’Olivetti, soprannominato da Carlin Petrini “l’Archimede delle bollicine”. Oggi l’azienda continua con Lia Falconieri e Domenico Caretto, custodendo vigne storiche, alcune anche a piede franco.

Il Vigna Misobolo Caluso DOCG 2023 è Erbaluce in purezza, proveniente da una vigna di oltre cinquant’anni, a 320 metri di altitudine. Misobolo è un nome catastale storico, legato al santuario locale, luogo del cuore per molti canavesani. L’annata 2023 è stata complessa: la peronospora ha ridotto drasticamente la produzione, soprattutto su piante già vecchie, portando però maggiore concentrazione nei grappoli rimasti.

Nel calice il vino è paglierino di media fittezza, con riflessi dorati e vibranti. Il naso parla di pesca, albicocca, ginestra, fienagione, poi si apre a cenni mediterranei di elicriso, timo e salvia, con una sottile traccia minerale e salmastra. Il sorso entra morbido, quasi accogliente, poi l’acidità taglia come una sciabola, accendendo ricordi agrumati che conducono a una chiusura sapida, lunga, luminosa. Un Erbaluce che unisce potenza e grazia, antico nella memoria e modernissimo nella precisione.

La Toscana entra in scena con Antonietta Scornajenghi e il Vermentino Maremma DOC Frieda 2024 di Colli del Vento. Qui il paesaggio è quello della costa tirrenica: luce, vento, mare e suoli calcarei ricchi di sassi, capaci di imprimere una vena sapida evidente. Il Vermentino, vitigno camaleontico, assorbe il carattere dell’ambiente, ma richiede grande attenzione agronomica: tende infatti a perdere acidità in maturazione a favore degli zuccheri, e per preservarne freschezza e profilo varietale servono tempi di raccolta accurati.

Il vino si presenta paglierino e si apre su ricordi di pesca bianca, cedro, timo e incenso selvatico. Al sorso arriva netto il mare: la salsedine accompagna una pienezza fruttata che si distende su pesca, pera e anice, richiamando l’anima vegetale ed erbacea del vitigno. Un Vermentino solare ma non largo, mediterraneo ma ben governato, dove la luce della Maremma trova equilibrio nel vento e nel sale.

Con Paola Longo e la Tenuta della Cascinassa si torna in Piemonte, nei Colli Tortonesi, patria del Timorasso, vitigno antico e difficile, oggi considerato uno dei grandi bianchi italiani da invecchiamento. La tenuta nasce dal desiderio della famiglia Dell’Acqua di restituire valore a un territorio autentico, non come semplice investimento agricolo, ma come progetto di vita. Vigneti, boschi, prati spontanei e aree non coltivate convivono in un ecosistema dove la biodiversità è parte integrante della qualità.

Il Baloss Colli Tortonesi Timorasso DOC 2023 si offre in un oro vibrante. Al naso emergono pietra focaia, pesca bianca, timo, tiglio, lime e talco. Il sorso è pieno, materico, attraversato da un’acidità che taglia su note agrumate di pompelmo e cedro. La sapidità distende il finale, che chiude su ricordi di anice e burro di arachidi. Il profilo richiama quasi il Riesling per tensione minerale e freschezza, ma la chiusura ammandorlata riporta con decisione al carattere varietale del Timorasso. Un bianco di struttura, profondità e prospettiva.

La Maremma torna con Milena Caccuri e il Moré Morellino di Scansano DOCG 2022 di Monterò. Nel bicchiere è rubino fitto, con riflesso carminio. Il naso si svela nel frutto scuro di cassis e mora di gelso, poi si apre a cenni balsamici di alloro, radice di china, anice, resina e liquirizia. Seguono ricordi di cuoio, viola mammola e macchia mediterranea, tratto profondamente identitario del Morellino.

Al sorso l’ingresso è scalpitante, segnato da un’acidità agrumata che richiama l’arancia amara. Il tannino è docile, fruttato, con ritorni di ciliegia durone. La sapidità finale allunga su arancia amara e ribes rosso. È un vino snello, dinamico, capace di nascondere il lato alcolico dietro freschezza e ritmo. Un rosso mediterraneo senza eccessi, più agile che muscolare.

Con Bruna Grimaldi e il Dolcetto d’Alba DOC San Martino 2024 si entra nel cuore delle Langhe, tra Grinzane Cavour e Serralunga d’Alba, territorio Unesco dove la famiglia Grimaldi coltiva da generazioni la vite. Il Dolcetto, vino quotidiano per eccellenza della Langa, porta con sé una lunga tradizione: il nome rimanda alla dolcezza dell’uva, non del vino, che resta secco, fragrante e conviviale.

La 2024 è stata un’annata molto piovosa, ma il Dolcetto, germogliando tardi e maturando presto, ha saputo evitare le criticità più importanti. Nel calice si presenta rubino di media fittezza con riflesso amaranto. Il naso si apre sulla viola, poi abbraccia il frutto con ciliegia e frutti di bosco, chiudendo su un balsamico di alloro. Il sorso è equilibrato tra tannino fruttato e sapidità, che insieme costruiscono una texture materica. Resta però beverino, piacevole, succoso: esattamente ciò che ci si aspetta da un buon Dolcetto, vino di tavola, di amicizia, di immediatezza, ma mai banale.

La Toscana del Montecucco arriva con Patrizia Chiari e il Viandante Montecucco Sangiovese Riserva DOCG 2019 di Tenuta Impostino. Il nome stesso evoca cammino, forza, appartenenza: al viandante è dedicato questo Sangiovese, pensato per rappresentare il carattere generoso e deciso del territorio. Le vigne godono di una posizione privilegiata, in un corridoio ideale tra Amiata e Tirreno, dove inversioni termiche e ventilazione costante favoriscono maturazioni lente e complesse.

Il vino nasce dal vigneto Alto Poggio, su terreni ricchi di scheletro, con roccia madre affiorante, capaci di contenere naturalmente la produttività e concentrare l’espressione del Sangiovese. Nel calice è rubino fitto, con riflessi carminio. Il naso si apre sul floreale di violetta, poi caramella alla liquirizia, alloro, frutto scuro in gelatina di mora e un finale di caffè. Al sorso il frutto scuro domina la trama tannica, succosa e profonda, accompagnata da una piacevole piccantezza. Un Sangiovese pieno, territoriale, con passo lento e sicuro.

Con Michela Marenco e l’Albarossa Piemonte DOC 2023 di Marenco il racconto si fa ampelografico. L’Albarossa nasce nel 1938 dagli studi del professor Giovanni Dalmasso, che voleva unire la freschezza e la resistenza della Barbera con l’eleganza del Nebbiolo. L’incrocio, poi identificato come Barbera e Chatus, antico vitigno noto anche come Nebbiolo di Dronero, fu inizialmente chiamato XV/31 e poi Albarossa, in omaggio alla città di Alba.

Marenco, azienda nata nel 1925 a Strevi, nell’Alto Monferrato, è oggi guidata dalle nuove generazioni della famiglia, con vigneti distribuiti tra le colline vocate al Moscato, al Brachetto e alla Barbera. Tutti i vini sono prodotti da varietà autoctone coltivate nei vigneti di proprietà, con attenzione costante alla sostenibilità.

L’Albarossa 2023 si presenta rubino fitto con riflesso amaranto. Al naso ricorda subito la Barbera nel frutto di amarena e visciola, poi si apre alle erbe aromatiche, al balsamico di alloro, all’incenso selvatico e alla viola. Il sorso è segnato da un’acidità fruttata, ancora su ricordi di visciola; il tannino entra con discrezione solo nel finale. Il profilo si allunga sulla sottigliezza e chiude con pepe ed erbe officinali. Un vino curioso, moderno nel racconto e profondamente piemontese nell’energia acida.

Con Beatrice Contini Bonacossi e Villa di Capezzana Carmignano DOCG 2022 si approda in uno dei territori più antichi e affascinanti della Toscana del vino. La Tenuta di Capezzana appartiene alla famiglia Contini Bonacossi dal 1926, ma la coltivazione della vite e dell’olivo in questi luoghi risale all’epoca etrusca.

Il Carmignano di Capezzana nasce da Sangiovese e Cabernet, in un territorio dove questo incontro non è moda recente, ma memoria storica. Nel calice è rubino fitto, con riflesso carminio. Il naso si apre sul frutto noir di cassis e mora di gelso, poi vira verso il balsamico di alloro ed eucalipto, la radice di liquirizia, il sottobosco, l’humus e il cestino di vimini dei funghi. È il Cabernet ad aprire la strada alla balsamicità, mentre il Sangiovese sostiene l’equilibrio.

Il sorso è armonico: il tannino fruttato, centrale e fine nella trama, si integra con un’acidità agrumata che richiama l’arancia rossa, fino a una chiusura salina. Un vino nobile senza rigidità, capace di unire profondità, freschezza e compostezza.

Il Piemonte del Nebbiolo si mostra in una veste più gentile con Marina Marsaglia e il Brich d’America Roero DOCG 2021 della Cantina Marsaglia. A Castellinaldo, nel cuore del Roero, Marina ed Emilio Marsaglia, con i figli Enrico e Monica, proseguono il lavoro iniziato dal bisnonno Secondo. La filosofia aziendale è chiara: la qualità nasce prima di tutto in vigna.

Il Brich d’America nasce da Nebbiolo in purezza su terreni sabbiosi, che donano al vitigno un’espressione più fruttata, meno austera. “Brich” indica una vigna posta all’apice della collina, sempre esposta al sole. Nel calice il vino è carminio vibrante con riflesso granato. Il naso si apre sul varietale floreale di viola e rosa, poi radice di liquirizia, frutta noir con mora di gelso in confettura e prugna cotta, infine alloro, erbe officinali, cardamomo e rosmarino.

Al sorso il tannino, più contenuto rispetto ad altre espressioni del Nebbiolo, è fruttato, con ricordi di ciliegia e lampone. L’acidità agrumata di arancia amara si intreccia alla piccantezza della botte di Slavonia, mentre il finale sapido allunga su echi di liquirizia. Un Nebbiolo di Roero elegante, solare, di bella leggibilità.

Con Silvia Cirri e il Bolgheri DOC Agapanto 2021 di Podere Conca la serata incontra una storia di passione e metodo. Silvia, medico e primario di Anestesia e Rianimazione, ha portato nella viticoltura lo stesso approccio scientifico che caratterizza la sua professione. Podere Conca, antico podere ottocentesco lungo la Bolgherese, è diventato negli anni un progetto vitivinicolo familiare e quasi interamente femminile.

Agapanto prende il nome dal fiore dell’amore, presente anche in etichetta e ispirato al giardino curato dalla madre di Silvia, botanica. Il blend unisce Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Ciliegiolo: una scelta originale per Bolgheri, dove Podere Conca è l’unica realtà a impiegare il Ciliegiolo in questa denominazione.

Nel calice il vino è rubino fitto, con riflesso carminio, materico nel movimento. Il naso racconta la ricchezza polifenolica attraverso mora di gelso, mirtillo, mirto, poi l’anima balsamica dei Cabernet con alloro, eucalipto, rosmarino in fiore e una chiusura tostata. Al sorso è avvolgente, con tannino fine e fruttato, ben integrato nell’acidità del Ciliegiolo, che dona equilibrio e freschezza.

Con Donatella Cinelli Colombini e Cenerentola Orcia DOC 2021 della Fattoria del Colle, il vino diventa racconto simbolico. Cenerentola nasce nella denominazione Orcia, istituita il 14 febbraio 2000, tra due sorelle maggiori e più celebri: Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano. Come nella fiaba, la più giovane parte in posizione laterale, ma ha grinta, identità e desiderio di farsi riconoscere.

Il vino nasce da Sangiovese e Foglia Tonda, vitigno autoctono quasi scomparso, recuperato in tempi in cui il gusto internazionale dominava la scena. Una scelta controcorrente allora, attualissima oggi. Il Foglia Tonda porta struttura e ricchezza polifenolica; il Sangiovese dona eleganza e slancio.

Cenerentola 2021 si presenta rubino intenso. Il naso si apre sul frutto scuro in confettura di visciole, mora di gelso e cassis, poi arriva il balsamico di alloro, corteccia di china, resina di pino, radice di liquirizia e foglie umide. Seguono rosmarino in fiore, violetta, tabacco biondo e carrube. Il sorso è elegantissimo: il tannino è centrale, fine, fruttato; l’acidità accompagna la sapidità e chiude su un frutto succoso e lunghissimo. È un vino pieno ma non potente, costruito sulla sottigliezza del Sangiovese e sulla profondità del Foglia Tonda. Una fiaba agricola che non chiede permesso: entra nel calice e resta nella memoria.

A chiudere il percorso è Irene Batistina con Quantisassi Suvereto Cabernet Sauvignon DOCG 2022 di Tenuta La Batistina. La storia dell’azienda affonda le radici nei primi del Novecento, quando la famiglia Batistini lavorava grano, uliveti, frutteti e vigneti. Dal 2016 Margherita e Irene hanno raccolto il testimone familiare, portando avanti un progetto biologico nell’Alta Maremma, tra rispetto ambientale, valorizzazione del territorio e sguardo contemporaneo.

Suvereto guarda il mare, ma dall’alto. È una terra di luce, vento e minerale. Il nome Quantisassi significa “un mucchio di pietre” e nasce proprio dalla particolare configurazione geologica del vigneto: suoli ricchi di scheletro, capaci di imprimere ai vini una traccia minerale profonda e una forte identità territoriale.

Il vino nasce da Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. Nel calice è rubino fitto, con riflesso carminio, materico e intenso. Il naso si apre sul frutto scuro, tra cassis e mora di gelso, poi alloro, foglia di ortica, radice di liquirizia, mirto, viola e lavanda. Seguono cenni di cardamomo, cuoio e tabacco. Il sorso è agile, con tannino fruttato integrato nella spalla acida del Cabernet Franc. La sapidità allunga il finale su ricordi di mora, mentre la traccia minerale e salina riporta al mare che Suvereto osserva da lontano.

La serata fiorentina delle Donne del Vino di Toscana e Piemonte ha mostrato quanto il vino italiano sappia ancora sorprendere quando smette di raccontarsi solo attraverso i nomi più celebri. In questi calici c’erano regioni conosciutissime, ma osservate da prospettive nuove: il Piemonte dell’Erbaluce, del Timorasso, dell’Albarossa e del Roero; la Toscana del Vermentino maremmano, del Montecucco, dell’Orcia, di Suvereto e di un Bolgheri capace di accogliere il Ciliegiolo.

Soprattutto, c’erano donne che non si sono limitate a ereditare storie, ma le hanno continuate, trasformate, rese contemporanee; donne che hanno scelto di custodire vecchie vigne, recuperare vitigni dimenticati, convertire aziende al biologico, costruire cantine, accogliere visitatori, interpretare territori difficili e portarli nel mondo con una voce personale.

Questa degustazione ci ha fatto attraversare un’Italia del vino meno urlata, più intima (e forse proprio per questo più emozionante), fatta di pietre, vento, boschi, mare, morene glaciali, colline assolate, famiglie, memoria e futuro. Perché certi vini non vogliono soltanto essere assaggiati, ma ascoltati.

E quando a raccontarli sono le donne che li hanno immaginati, difesi e accompagnati fino al calice, diventano qualcosa di più di una degustazione: diventano una promessa di bellezza che continua, sorso dopo sorso.