C’era una volta la Valpolicella. Oppure, ci sarà un giorno la Valpolicella?
La cantina Monte Santoccio si trova nella collina a salire da Fumane, nel cuore della Valpolicella Classica, oggi con tre ettari di proprietà; il comandante è Nicola Ferrari, enologo con, a mio avviso, una moderna visione sui trend di mercato e la vinificazione attuale. Le ossa rafforzate in Valpolicella con un periodo di dieci anni dal grande maestro Quintarelli. Forse qui ha cementato la sua ideologia sui vitigni atavici della Valpolicella.
“Non mi piace la frase: vini da meditazione”, ha dichiarato in una intervista, che c’è di più moderno?

I vitigni sono quelli classici: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara. Dove Corvina e Corvinone conferiscono struttura e spezia, Rondinella e Molinara acidità e frutto. I fil rouge di questi vini sono infatti una grande beva, potenziale evolutivo, un colore scarico e grande eleganza. In controtendenza alle grandi Maison dove troviamo opulenza, frutti molto maturi e struttura di palato, con un occhio al residuo zuccherino presente. Ed è proprio questo colore scarico, il finale leggermente speziato di pepe sia al naso che al gusto, e la grande beva, che mi porta stilisticamente nel grande Alto Rodano.
Un concetto di vinificazione gastronomica che bene si abbina ai piatti della tradizione veneta, dove tannini fruttati che donano lunghe persistenze ed il finale acido sapido ben bilanciano l’untuosità delle lunghe cotture venete. Un vino da percorso degustazione, che chiama un altro bicchiere, che lascia la bocca molto leggera con una persistenza che gioca sulla amarena, la ciliegia, ed il finale leggermente balsamico e speziato, nota di spezia che si evidenzia con l’invecchiamento, dote in grembo della Corvina matura.
Pare evidente il messaggio di Nicola, creare vini DA BERE. Può sembrare anacronisticamente semplice come concetto, ma bisogna però realizzarlo; il cambiamento climatico è una realtà che porrà molte domande nei prossimi dieci anni perché le due maturazioni andranno in dissonanza crescente. Porre delle basi stilistiche, magari mai affrontate nei vari areali italiani potrebbe creare una compensazione tra stile e cambiamento climatico. A mio parere Nicola sta già assaporando questo concetto anche in termini di gestione del vigneto, non è certificato biologico, ma usa un concetto ancestrale del ‘meno possibile’.

VALPOLICELLA CLASSICO SUPERIORE RIPASSO
Secco. Intenso colore rubino in piena evoluzione. L’olfatto fruttato di ciliegia, amarena e piccoli frutti rossi è in prevalenza iniziale, amplia con un fondo balsamico mentolato e speziato di foglia di tabacco biondo e pepe nero. Verticale, apre fruttato e scende snello e dinamico. Finale con tannino maturo fruttato di piccoli frutti rossi e pepe. Un concetto di ripasso dinamico e di grande beva. Non struttura ma stratificazione dinamica. Abbinamento: bigoli al ragù di manzo e tartufo.

VALPOLICELLA CLASSICO SUPERIORE
Un vino voluto da Nicola come un vino di tutti i giorni, una semplice quotidianità legata ad una golosa beva. Vino rubino lucente con riflessi violacei. Il naso è un concentrato di frutta rossa da amarene a piccoli frutti rossi. Al palato è snello e dinamico, tannino delicato e maturo, entra e chiude fruttato con un finale piacevolmente minerale. Abbinamento: vino da accompagnare a salumi e formaggi non stagionati, antipasti o cicchetti veneti. Un vino a tutto pasto di convivialità.
Nota a Margine
Tutti i vini assaggiati, dal Valpolicella classico sino all’Amarone, fanno intuire subito che c’è una evoluzione in movimento nel bicchiere. Le note fruttate in tutti i vini sono frutti croccanti e freschi, le note speziate sono un velo finale di accompagnamento; e l’affinamento in legno è appena percettibile con note speziate dolci e di frutta secca, ma proprio un accenno finale andandole a cercare. In degustazione Nicola ha aperto una Valpolicella Classico Superiore con 3 anni di bottiglia, ed effettivamente aveva preso una stratificazione di note evolutive davvero ben integrate senza intaccare la fragranza dei varietali. Questo mi infonde una certa curiosità per il futuro di Monte Santoccio.
