Scrivere di un vino, presentare un vino, parlare di un vino… L’ho fatto mille volte, con amici o per guide, per didattica o per diletto. Tutto sommato è facile, quando si tratta di un vino dai caratteri ampi e variegati, dalle mille sfaccettature e con un’infinità di cose da dire. È senz’altro per questo che mi sono trovato in enorme difficoltà con questo sorprendente Nuits Saint Georges Premier Cru Clos de la Marechale di Jacques-Frédéric Mugnier.

Non mi è facile rendere merito a quest’opera d’arte, raccontarla per quello che è, senza cadere in un’eccessiva prosopopea o rimanendo sul semplice e sintetico, consapevole che pochissimi lettori hanno avuto – o avranno – il piacere di verificare quello che dico, perché le bottiglie che arrivano ogni anno in Italia sono 36 (importazione e distribuzione: Enoteca Ringo, Travagliato, Brescia).

Le parole semplicità ed eleganza – neanche con l’aggiunta di perfezione, credo – non bastano per comunicare la profonda essenza di questa perla, un Nuits Saint Georges di annata relativamente recente (2013), dal quale era prevedibile attendersi una forza ancora ruspante, mentre invece ci sorprende e ci spiazza con finezza ed eleganza, con dei tannini – setosi e vellutati – perfetti, che sembrano stare seduti in un angolo, come un vecchio saggio che veglia sul mondo circostante, senza più sete di protagonismo, a godere della gioia altrui. A tutto questo si affianca una piacevole freschezza, contrastata (si fa per dire) da un tenore alcolico (12.5%!) che raramente abbiamo occasione di trovare nella maggioranza dei vini, figuriamoci in un 2013.

Qui sento il bisogno di confessare che – essendomi sentito impreparato, quasi nudo, di fronte a questa bottiglia – al ritorno a casa  sono corso a riaprire vecchi libri per rinfrescarmi sull’argomento, trovando subito conferma del fatto che, storicamente, i vini di Premeaux-Pissey – appena a sud di Nuits – sono riconoscibili proprio per il loro carattere meno alcolico e la squisita finezza. Pare che il suolo sia parte di uno strato geologico che, verso sud, si inabissa sotto strati più profondi per riaffiorare poi a Montrachet, in un intreccio che probabilmente aera e ‘alleggerisce’ il sottosuolo. Beh, se questi sono i risultati, avrei in mente diverse zone in cui provare a riproporlo. 

Prima di chiudere la parentesi, ho letto che questi vini sarebbero in genere caratterizzati anche da potenza e straordinaria longevità, ma su questo devo fare due obiezioni: 1) se nella nostra bottiglia c’era potenza, era troppo elegante e discreta per percepirla e definirla tale; 2) in quanto alla longevità, mi sa che resterà un quesito irrisolto, perché sfido chiunque a non aprire quanto prima bottiglie così.

Torniamo al calice. Il naso è intenso – ma non roboante, bensì gentile e armonico – e affascina con un floreale di lillà e di iris, accompagnato da sbuffi balsamici di foglia di mirto e di macchia mediterranea, per poi lasciar posto a fini note fruttate di lampone, cassis e fragolina di bosco, con i terziari quasi impercettibili. Penso che il legno sia stato usato in modo magistrale, verosimilmente interagendo con una microossigenazione nell’affinamento, senza comunque cedere sostanze e sentori aggiuntivi, se non quanto è servito per un velatissimo e spettacolare ritorno di liquirizia e cardamomo. In bocca si manifesta una perfetta coerenza con quanto provato al naso e restiamo basiti da quanto il vino sia anche piacevolmente dissetante. Ogni singolo istante delle fasi degustative risulta totalmente armonico e di grandissima piacevolezza e ogni nuovo sorso rinnova un piacere inaspettato, con una facilità e una leggerezza di beva inimmaginabili e il desiderio immediato del sorso successivo.

Ringrazio di cuore il caro amico e ‘compagno di scena’ Francesco Barsotti, titolare dell’Enoteca Al Risanamento di Bologna, per aver voluto condividere con noi questa particolare bottiglia, quasi introvabile, che non conoscevo (si era capito?) e che probabilmente non avrei mai potuto degustare, se non grazie a lui. 

Ah, dimenticavo: abbiamo abbinato il vino – oltre che con un delizioso Bazzone di Garfagnana e due versioni di escargots – anche con ostriche e fegato d’oca, senza alcuna vergogna e nemmeno un’ombra di pentimento.