L’Italia vitivinicola si colloca indiscutibilmente sul gradino più alto del podio per quanto concerne la ricchezza del patrimonio ampelografico. Un tesoro da custodire e valorizzare, che sovente si svela sotto forma di vere e proprie nicchie produttive; lembi di terra, gruppi ristretti di uomini e donne appassionati e caparbi, che si adoperano per preservare e comunicare tradizioni secolari di piccole comunità e peculiarità espressive atte a tenere sempre viva la fiammella della curiosità nell’appassionato.

Fra queste minute ma preziose perle si colloca il Ruchè di Castagnole Monferrato, vitigno a bacca rossa di cui si hanno testimonianze nel Monferrato astigiano fin da tempi remoti, tanto da potersi ormai definire autoctono di questa zona. È coltivato in soli sette comuni, per un totale di circa 150 ettari, e le sue vicende ricalcano quelle di molti vitigni prettamente territoriali: ruolo da comprimario per molti decenni successivi alla crisi fillosserica (tanto più in una regione di monumenti enologici quale il Piemonte), crisi e abbandoni sempre incombenti, fino alla comparsa sulla scena di personaggi coraggiosi e visionari che decidono di intraprendere percorsi di riqualificazione e rinascita. Nel caso del Ruchè, fu il parroco di Castagnole Monferrato, don Giacomo Cauda, che recuperò alla coltivazione del vitigno una vigna abbandonata di proprietà della parrocchia, con l’obiettivo di dimostrarne l’attitudine a una produzione di qualità e la capacità di poter occupare una posizione di primo piano, efficacemente esplicativa della personalità del vitigno stesso.

Il progetto si consolidò con l’attribuzione della DOC nel 1987, della DOCG nel 2010 e la costituzione dell’Associazione Produttori del Ruchè, che comprende attualmente 21 aziende.

Appartiene a questa rosa ristretta Tenuta Montemagno, nell’omonimo comune, splendido complesso ricavato da una struttura risalente al XVI secolo, con vista mozzafiato sul suggestivo paesaggio monferrino. La produzione è focalizzata in gran parte sui vitigni territoriali (oltre al Ruchè abbiamo Barbera, Grignolino, Timorasso e Malvasia di Casorzo), prevede rese limitate e minimi interventi in vigna e si avvale di tecnologie all’avanguardia in cantina per lo svolgimento di molte fasi del processo in ambiente anaerobico, circostanza che consente di applicare livelli di anidride solforosa decisamente bassi, anche al di sotto delle soglie previste dalla disciplina sul biologico.

Il Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG Nobilis 2018 presenta un colore rosso rubino piuttosto compatto e in pieno vigore. Portando il calice al naso, si viene avvolti da un profumo intenso e inebriante che sembra voler rivendicare l’esattezza di recenti studi sul DNA del vitigno, che lo vorrebbero imparentato con la poliedrica famiglia delle Malvasie. Fiore e frutto: semplicità e genuinità che talora vengono etichettate come un limite, ma che qui costituiscono l’identità più pura e sincera del vitigno, e in quanto tali rivendicate con fermezza e spensieratezza (anche grazie a vinificazione e affinamento in solo acciaio). Si rinvengono deliziose note di rosa, viola, lampone, prugna, finanche qualche sprazzo di lavanda; dopo qualche minuto, iniziano a serpeggiare anche leggere note speziate, soprattutto di pepe nero e rosa.

Al sorso rivela un buon equilibrio, entra con una bella scia di freschezza e si apre sprigionando gustosi aromi fruttati che pian piano permeano con personalità la cavità orale. Il tannino è deciso, ma già gradevole e ben distribuito, e si ravvisano i presupposti per un’evoluzione verso una tessitura più piena e vellutata. Un giovanotto di belle speranze, baldanzoso e spumeggiante, ma desideroso di dimostrare, a tempo debito, la parte più matura e confortevole di sé.