Michele Manelli (classe 1975) si trova per la prima volta a passare dalla Toscana nel 1994 – mentre svolge il suo lavoro di consulente finanziario – e l’incontro con la campagna senese lo rapisce al punto tale che nel giro di qualche anno lascia l’attività professionale per dedicarsi completamente all’agricoltura, fondando l’azienda di Salcheto. Oggi l’azienda è un modello di sviluppo agricolo sostenibile nel perimetro della DOCG del Vino Nobile di Montepulciano, grazie all’autonomia energetica e alla riduzione dell’impronta ecologica in tutte le fasi della produzione. I 4 ettari vitati degli inizi sono diventati in 20 anni più di 50 e Salcheto vanta una gamma produttiva di tutto rispetto, anche se il Sangiovese per il Nobile resta il motore dell’azienda, in particolare quello destinato al vino Salco, che dal 1999 rappresenta l’etichetta più importante.

Il 17 gennaio scorso – a Villa Olmi, a Firenze, con Leonardo Romanelli a guidare la serata – Michele ha ripercorso le tappe del suo progetto con 6 annate proprio del Vino Nobile di Montepulciano Salco, rivelando come, insieme al clima, sia cambiato anche il suo gusto personale e questo cambiamento è arrivato fino ai suoi prodotti, come abbiamo potuto constatare negli assaggi, bicchiere dopo bicchiere. Il Salco è un Sangiovese in purezza, coltivato in un vigneto luminoso, a 400 m di altitudine, su argilla, nella parte alta del territorio del Nobile, che si affaccia verso est sulla Val di Chiana in lontananza; matura in legni di varie dimensioni. Nel percorso dalle prime annate verso quelle più recenti si denota una crescente focalizzazione sull’acidità e sullo snellimento del vino, che trova nella vendemmia 2013 il completamento di questa inversione di marcia, iniziata in parte con la 2011: rispetto alla ricerca di struttura degli esordi si giunge alla rivalutazione della scioltezza e dell’eleganza.

L’annata 2003, ricordata in tutta Italia per l’estate torrida, non ha risparmiato neanche la vigna del Salco. Il colore del vino è particolarmente fitto, di una tonalità rosso granato compatto. Al naso respiriamo profumi di surmaturazione, più che di evoluzione, testimoniati da ciliegie sotto spirito, prugne cotte, carrube, mirtilli disidratati e fichi secchi, che anticipano chiodi di garofano e sigaro toscano. Calore e morbidezza avvolgono il palato, restando piacevolmente legati al frutto, che negli aromi di bocca è più fresco rispetto ai profumi, mentre i tannini sono un po’ asciuganti.

Altrettanto profondo alla vista è il colore dell’annata 2005, che si distingue tuttavia per una maggiore luminosità. Anche questa è stata un’annata calda, anche se più piovosa, con un anticipo vendemmiale di quasi 2 settimane, ma dall’assaggio sembra che le piante abbiano sofferto meno, perché l’articolazione delle note fruttate è vivace, anche se evoluta. I ricordi di confettura di frutti di bosco sono legati a un soffio balsamico e sono contornati da tratti floreali e da speziatura di cannella e cacao. Anche al gusto il vino dimostra dinamicità; la vena di acidità e sapidità esalta dei tannini dalla trama fine, appena un po’ ruvidi, e regala una persistenza interessante su note di ciliegia.

Quella che in molte zone della Toscana è stata una grande annata, di potenza e ottima maturazione fenolica, cioè la 2006, per il Salco ha invece rappresentato una flessione qualitativa. Praticamente nero alla vista, ma con notevole presenza di sedimenti, all’olfatto è inizialmente reticente e si apre lentamente su more di rovo e erbe essiccate, per poi esibire l’apporto del legno, con sentori di torrefazione e vaniglia. Al gusto si allarga subito e chiude con tannini leggermente amaricanti, quasi ossidati.

Il riscatto arriva con la vendemmia 2007, che mette in luce un vino agile e dalla personalità precisa. Non si scosta dalla profondità cromatica delle annate precedenti, anche se ha ottima vivacità e il granato rappresenta una sfumatura che racchiude un cuore ancora rosso rubino. I fiori di violetta marcano l’impatto olfattivo, che poi vira su ciliegia matura, liquirizia e note mentolate, su uno sfondo di cioccolato appena percepibile. I tannini sono ben posizionati nel percorso gustativo, così da garantire al vino una morbidezza di fondo, dovuta alla spinta calda e fruttata. La chiusura sapida fa salivare e lascia una scia balsamica dietro di sé.

Saltando qualche vendemmia, degustiamo la 2011, un’altra annata provata da condizioni di calore e temperature record nella seconda metà di agosto, da cui deriva un vino sferico ed equilibrato. Nel bicchiere è scuro, tanto da sembrare inchiostro. Il naso anticipa un vino potente, con la concentrazione della confettura e delle spezie: insieme a prugna e ciliegia, emerge in modo importante anche l’apporto del legno, con caffè, cannella e pepe. In bocca gioca la carta della grassezza e dell’opulenza, con ciliegia sotto spirito e tannini muscolari nella densità e vellutati nella trama. Interessante colpo di coda in chiusura, con finale rinfrescante di succo di mirtillo e alloro.

Un’annata più classica è stata la 2013, tanto che qualcuno l’ha definita ‘all’antica’, con vendemmia nel mese di ottobre. Ma nel nostro caso specifico è anche l’annata che mette in evidenza un cambiamento stilistico, ammesso dal produttore stesso, che – come abbiamo detto – corrisponde all’evoluzione del suo gusto personale, che dà meno peso a struttura e potenza in favore di raffinatezza e godibilità. Il colore è quello meno profondo della batteria: rosso rubino, diluito sul bordo. Il profumo tratteggia i caratteri canonici del Sangiovese: ciliegia, lampone, rosa canina, sottobosco, humus e qualche accenno anche di arancio e pesca, con il legno che resta molto nascosto. Il gusto è scattante, trainato da una decisa sapidità e da tannini fini e ben definiti, seguiti da una lunga chiusura di arancia amara. È un vino ancora in evoluzione, sia negli aromi che nel profilo gustativo, che regala comunque già oggi una facile bevibilità.

Verticale Salco