Degustazione del 30/06/2025 – Il Salotto del Vino con Massimo Castellani

C’è qualcosa di magnetico nel Barolo che spinge a tornare, sempre. Forse è il suo equilibrio tra fragilità ed austerità, o quella voce inconfondibile che assume, di cru in cru, raccontando il suo terroir. Al Salotto del Vino, Massimo Castellani ci ha guidati lungo un itinerario sensoriale, attraverso alcune delle menzioni geografiche più affascinanti del Barolo, con un’attenzione particolare al versante nord-ovest della denominazione: Verduno, Roddi, Novello e La Morra.

È la geologia il filo conduttore invisibile che tiene insieme questo racconto. Parliamo di suoli antichi, plasmati milioni di anni fa. Il terreno tortoniano, nato tra 11 e 7 milioni di anni fa, domina le aree a nord-ovest del comune di Barolo, verso La Morra e Verduno. Qui le marne grigio-azzurre di Sant’Agata regalano eleganza e finezza ai vini. Queste marne, composte da circa il 55% di argilla, 30% sabbia e 15% calcare, sono capaci di restituire al Nebbiolo una tessitura sottile, quasi delicata, pur mantenendo profondità e tensione. Nella parte più recente del territorio, a cavallo tra Langhe e Roero, si sovrappone la formazione gessoso-solfifera del Messiniano, testimone di una straordinaria evaporazione marina che ha lasciato in dote cristalli di gesso tra le marne: una vena bianca che attraversa colline e secoli, soprattutto nei territori di La Morra e Verduno.

Il nostro punto di partenza è Verduno, crocevia raffinato tra il carattere della Langa e la leggerezza del Roero. Il cru Monvigliero è considerato il “gran cru” del comune, e non a caso. I terreni chiari e sciolti di questa collina, con inserti sabbiosi e marne calcaree, regalano vini di grande eleganza. A raccontarlo con rara espressività è il Barolo Monvigliero 2020 di Fratelli Alessandria, figlio di vigne con più di cinquant’anni, che si apre nel calice in un rosso carminio sottile con riflessi granati. L’aria di Verduno affina il Nebbiolo, lo sveste della sua austerità per donargli la leggerezza di un Pinot nero e, nei profumi di arancia sanguinella, evoca quasi un Sangiovese toscano; poi si scurisce, virando verso sentori boschivi – mirtillo, ribes nero – fino a evocare la terra umida, la corteccia di china e l’eucalipto. In bocca è raffinato, guidato da un’ acidità agrumata, con un finale salino e profondo, che chiude su note di scorza d’agrume.

Più denso, più strutturato, ma altrettanto affascinante è il Barolo Monvigliero 2020 di Paolo Scavino. Il cru, vinificato singolarmente solo dal 2007, mostra già alla vista una concentrazione maggiore, merito anche dell’affinamento in barrique e botti grandi. Il naso si arricchisce di una componente dolce e speziata: caramello, rosa, noce moscata, e una radice di liquirizia che è insieme varietale e figlia del legno. Ma non è il legno a dominare: qui vince la voce del suolo di Verduno, che impone la sua mineralità e una tensione salina che affiora netta al sorso. Il tannino è integrato, setoso, il finale agrumato e preciso. Un vino che racconta quanto l’identità di un cru sappia emergere anche nelle interpretazioni più moderne.

Da Verduno ci spostiamo a Novello, comune sospeso tra le Langhe e il Monferrato. I suoli sono ancora quelli della Marna di Sant’Agata, ma qui la sabbia si fa più presente. Il risultato? Vini più sottili, più taglienti. Il Barolo Ravera 2020 di Paolo Scavino ne è la prova. Carminio intenso, riflessi granati: nel calice si muove lento, con eleganza. Al naso si schiude lentamente, partendo da un’ arancia disidratata (quella della rondella da cocktail che porta con sé un accenno amaricante), poi ciliegia sotto spirito, chinotto, pot-pourri di rosa e viola, corteccia di china e una vaniglia leggera, segno di un legno usato con misura, forse di secondo o terzo passaggio. In bocca la firma di Ravera è chiara: mineralità salivante, tannino sottile e polveroso (sinonimo di una corretta integrazione nel vino), acidità vivace. Il finale è un gioco di frutti rossi e tropicali: chinotto, ribes, arancia, frutto della passione.

Roddi, spesso sottovalutata, ci sorprende con il suo unico cru, Bricco Ambrogio. Qui la storia ha camminato più lentamente, ma la voce del suolo – le Marne di Sant’Agata con fossili e calcare – parla chiaro. Il Barolo Bricco Ambrogio 2020 di Paolo Scavino si presenta in un carminio tenue, con un bouquet che si apre su dolcezze inaspettate: caramella gelée di lampone, poi un tocco di liquirizia. Al palato l’ingresso è suadente, la dolcezza del frutto maturo si riflette in una morbidezza avvolgente. Il tannino è fine, delicato, quasi educato. Un vino di lunga persistenza, pensato per accogliere, non per impressionare: è il Barolo dell’introduzione, quello che non fa paura. Eppure, non rinuncia al carattere.

La Morra è una sinfonia di leggerezza e finezza. I suoi suoli sabbiosi-limosi e la sua collocazione a nord regalano al Nebbiolo una voce più femminile, meno austera, ma di seducente immediatezza. Il Barolo del Comune di La Morra 2020 di Enzo Boglietti ne è una rappresentazione sincera: un calice carminio tenue, naso balsamico, frutto scuro, lieve sottobosco. Al sorso si avverte un’acidità decisa e un tannino un po’ più scomposto e lievemente vegetale, segno dell’assemblaggio e, forse, di piante più giovani. È un Barolo d’ingresso, onesto e diretto.

Poi si cambia registro con il Barolo Giachini 2019 di Corino, espressione moderna e convinta del cru. Dopo una breve macerazione in rotofermentatore, il vino matura per due anni in barrique (35% nuove), per un profilo che cerca muscolo e potenza. Al naso domina il frutto scuro: mora di gelso, cassis in confettura, poi liquirizia, canfora, sottobosco. Il legno è presente ma dialoga con il frutto. In bocca è pieno, strutturato, l’alcol si sente ma il tannino è perfetto, saldo, centrale. Una visione muscolare del Barolo di La Morra, ormai meno di moda, ma eseguita con precisione.

E che dire del Barolo Brunate 2019 di Enzo Boglietti? Una delle vigne storiche della denominazione, citata fin dal Quattrocento. Il colore è carminio scarico, con riflessi granati. Al naso è un Nebbiolo scolastico, quasi didattico: viola, liquirizia, poi balsamico, boschivo. In bocca il vino non insegue la potenza, ma la fedeltà al vitigno: il tannino è ancora graffiante, gengivale, ma integrato nella struttura. Il finale è speziato, quasi piccante: pepe rosa, paprika, chiusura sapida e lunghissima. Un grande vino da attendere.

Il Barolo Serra 2020 di Prunotto, una vigna in affitto da Gigi Rosso. La mano di Antinori firma un vino moderno ed elegante. Al naso è floreale e preciso, con una viola di rara bellezza e un frutto rosso ben definito. In bocca è tutto in tensione: il tannino è progressivo, l’acidità è succosa. Un Barolo ancora in fase di affinamento espressivo, ma che promette grande equilibrio. La modernità qui non è potenza, ma cesello.

Il gran finale spetta al cru simbolo di La Morra: le Rocche dell’Annunziata. E in una grande annata come la 2015, il Barolo Riserva di Paolo Scavino ne incarna la complessità e la bellezza. Un vino che si svela a strati: viole e rose in pot-pourri, frutta scura in confettura, terra, foglie, fungo, bacca di ginepro, cardamomo. È potente, ma non per il legno: qui è l’uva, matura e generosa, a imprimere forza. In bocca è profondo, setoso, ma con un tannino ancora deciso, che racconta un vino longevo e carismatico.

Dopo nove Barolo, sorprende la sensazione di freschezza che resta sul palato. Non si è sopraffatti, ma incuriositi, ancora pronti a un altro sorso. È il segno di una denominazione che sta cambiando pelle. Il viaggio tra le MGA del nord-ovest del Barolo si rivela non solo un excursus geologico e sensoriale, ma una dichiarazione d’intenti: il futuro del Barolo non sarà più dominato dalla forza, ma dalla finezza.